Negli ultimi mesi, le relazioni tra Stati Uniti e Iran sono scivolate lungo un crinale pericoloso, sospese tra la retorica muscolare di Washington e timidi segnali di apertura. Donald Trump, tornato sulla scena con ambizioni molto più vaste della prima presidenza, si trova a un bivio cruciale: scegliere tra un accordo storico o un nuovo conflitto mediorientale. Ma la sua posizione sulla potenza iraniana resta ambigua: meglio le pressioni degli ambienti neoconservatori, o piuttosto la sua personale inclinazione populista, nonché il suo volersi presentare come il più grande negoziatore sulla piazza?
Nei corridoi della Casa Bianca, le voci favorevoli a un’azione militare preventiva sembrano, all’apparenza, farsi più forti. Think tank influenti come la Foundation for Defense of Democracies e il Washington Institute for Near East Policy spingono per un attacco definitivo contro il programma nucleare iraniano. Secondo loro, solo un’azione aggressiva potrà impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica, e sono imbeccati in questo intento dall’alleato israeliano, ringalluzzito dalla campagna d’espansione in Palestina, Libano e Siria avvenuta senza sostanziali freni occidentali.
Ma è una narrazione, questa, che ignora la dura lezione dell’Iraq e le gravi conseguenze strategiche di un azzardo del genere. Un conflitto aperto con l’Iran, scrive l’analista del Center for International Policy, Sina Toossi, rischierebbe infatti di trascinare gli Stati Uniti in una guerra regionale devastante, compromettendo la capacità di affrontare altre crisi globali – dalla sfida con la Cina alla guerra con la Russia – e prosciugando risorse economiche e diplomatiche. Oltre a destabilizzare il Medio Oriente, un attacco potrebbe avere l’effetto opposto a quello desiderato: accelerare l’incontro tra Iran e atomiche, spingendo Teheran a uscire dal Trattato di Non Proliferazione e a sottrarsi a ogni controllo internazionale.
Un Trump tutt’altro che guerrafondaio
Paradossalmente, lo stesso Trump ha lasciato intendere di preferire una soluzione negoziata. “Spero in un patto di pace, ha dichiarato, evocando l’immagine del leader pragmatico, pronto a trattare e tutt’altro che guerrafondaio. Ma queste aperture cozzano con le richieste irrealistiche avanzate da molti suoi alleati: lo smantellamento totale del programma nucleare, la fine del sostegno a gruppi come Hezbollah e un cambio radicale della politica estera iraniana. Condizioni inaccettabili per qualsiasi governo a Teheran, anche quello più moderato, che non potrebbe sopravvivere politicamente se percepito come arrendevole di fronte a diktat stranieri. Se non altro, perché incombe sulla memoria della leadership iraniana il precedente libico, con un Gheddafi costretto al disarmo di fatto e poi fatto fuori.
C’è poi la storia recente, che mostra come la strategia della “massima pressione“, rilanciata da Trump dopo il ritiro dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018. abbia prodotto solo risultati opposti: l’arricchimento dell’uranio ha raggiunto soglie allarmanti, mentre il fronte internazionale pro-sanzioni è andato in frantumi. Al contrario, l’accordo voluto da Barack Obama del 2015 – frutto di una lunga trattativa multilaterale, e contestato da molti neocon, anche italiani, vedi area Foglio – aveva imposto limiti rigorosi al programma iraniano e introdotto ispezioni senza precedenti.
Oggi una via d’uscita resta possibile. Un compromesso basato su un “congelamento reciproco” – sospensione delle sanzioni statunitensi in cambio di un blocco all’arricchimento avanzato e al ritorno degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica – rappresenterebbe una base realistica per riavviare i negoziati. Anche piccoli gesti, come lo sblocco di fondi iraniani per scopi umanitari, potrebbero alimentare la fiducia.
Intanto, da Washington continuano ad arrivare segnali contraddittori. L’emarginazione di figure come Mike Pompeo e Brian Hook, protagonisti della linea dura anti-iraniana, è stata letta da Teheran come un possibile segnale di apertura. E ancora più significativa è apparsa la lettera inviata da Trump al leader supremo Khamenei, il cui contenuto resta segreto ma che, secondo alcune fonti, conteneva un invito al dialogo. Tuttavia, le dichiarazioni pubbliche che l’hanno accompagnata (“possiamo ottenere lo stesso risultato che otterremmo con una vittoria militare”) suonano come un ultimatum mascherato da offerta.
Le pressioni di Israele
A complicare ulteriormente lo scenario è la posizione di Israele: il premier Benjamin Netanyahu, alleato di ferro di Trump, sembra pronto a cogliere ogni spiraglio per giustificare un’azione preventiva contro l’Iran, soprattutto nel contesto della guerra in corso a Gaza. L’idea, ventilata da alcuni analisti israeliani, è che un attacco ben calibrato potrebbe avere successo, sulla scia dei raid americani degli anni Novanta sull’Iraq. Ma questa visione ignora le differenze sostanziali: oggi l’Iran, per quanto indebolito fuori casa, è molto più preparato, e la sua risposta potrebbe includere attacchi su vasta scala contro alleati degli Stati Uniti nella regione.
Un momento importante si è verificato lunedì, quando Netanyahu è volato a Washington in cerca di concessioni su dazi e guerra, ma si è sentito dire da Trump che gli Stati Uniti tratteranno direttamente con l’Iran un possibile segnale della futura esclusione di Israele. Intanto a Teheran cresce la disponibilità al dialogo, soprattutto se Trump metterà sul tavolo incentivi reali come l’allentamento delle sanzioni primarie.
Quali saranno le “linee rosse”?
Steven Witkoff, inviato speciale di Trump per il Medio Oriente, ha cercato di raffreddare gli animi, sottolineando in una recente intervista che “la diplomazia non è debolezza, ma strategia”. All’interno dello stesso entourage trumpiano restano, dunque, forti divisioni. Alcuni consiglieri insistono sulla linea dura, mentre altri temono – come il vicepresidente JD Vance, il più populista dell’amministrazione – che una guerra con l’Iran possa trasformarsi in una nuova impresa senza uscita, con costi umani e politici insostenibili.
Nel frattempo l’Iran ha avvertito i Paesi vicini che ospitano basi statunitensi che potrebbero essere coinvolti in caso di conflitto. Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia e Bahrein: qualsiasi sostegno a un attacco israelo-americano, incluso l’uso del loro spazio aereo o del loro territorio da parte delle forze del Pentagono, “avrà gravi conseguenze per loro”, ha detto un funzionario iraniano, aggiungendo che la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha posto le forze armate iraniane in stato di massima allerta.
Alla fine, la palla è nelle mani di Trump. Può scegliere di ascoltare le voci più razionali e cercare un compromesso, o farsi trascinare dalla logica dell’escalation e dall’illusione di una vittoria militare rapida. In gioco non c’è solo la sicurezza del Medio Oriente, ma la credibilità statunitense, la stabilità globale e la possibilità – forse l’ultima – di evitare che l’Iran diventi una potenza nucleare.
In questo momento delicatissimo, anche una sola mossa sbagliata potrebbe innescare un conflitto che nessuno, né a Washington né a Teheran, è davvero pronto a gestire.

