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È stato trovato pochi giorni fa a Ginevra un accordo sulla tabella di marcia per rimuovere “combattenti, mercenari e forze straniere” dalla Libia. L’intesa raggiunta dal Comitato militare 5+5 con il patrocinio dell’Onu e degli Stati Uniti è stata accolta positivamente dalla Comunità internazionale, ma resta da vedere se troverà concreta applicazione sul terreno. Secondo le stime delle Nazioni Unite, in Libia vi sarebbero circa 20 mila tra militari, mercenari e combattenti stranieri. Fonti stampa indicavano che il ritiro dovrebbe essere completato entro ottobre, ma al momento questa scadenza sembra irrealistica. Gli osservatori delle Nazioni Unite devono ancora essere dispiegati a Sirte, la “Berlino” libica che oggi divide l’est e l’ovest del Paese. Intanto, i siti web di tracciamento aerei hanno identificato alcuni voli militari di rientro dalla Libia, indicando che il ritiro potrebbe effettivamente essere già iniziato.

Le mosse Turchia e Russia

La terminologia utilizzata nell’accordo non è casuale. Per forze si intendono soprattutto i mezzi militari, gli istruttori e i consiglieri portati dalla Turchia grazie al famoso memorandum d’intesa firmato il 17 novembre dall’allora Governo di accordo. Per combattenti si fa riferimento i gruppi armati di Paesi africani vicini, come ribelli ciadiani del Fact responsabili della morte dell’ex presidente Idris Deby. Per mercenari si intendono sia i russi del gruppo Wagner, sia i siriani portati in Libia dalla Turchia ma anche degli Emirati Arabi Uniti per sostenere le opposte fazioni di Tripoli e di Bengasi. Spetta in primis a Turchia e Russia ritirare i loro “proxy” dalla Libia, ma i due Paesi hanno approcci e opinioni differenti. Ankara ha portato i suoi uomini nel Paese nordafricano alla luce del sole e si rifiuta di essere equiparata a Mosca. Da parte loro, i russi – pur negando ogni legame con gruppo Wanger – si dicono a favore di un ritiro “equilibrato e simultaneo” di tutte le forze presenti in Libia. La divergenza è peraltro uno dei motivi per cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha esteso il mandato della Missione di supporto delle Nazioni Unite (Unsmil) solo fino a gennaio e non di un anno, come di consueto, limitando l’azione (già poco efficace) dell’inviato Jan Kubis.

Un piano in quattro fasi

Secondo quanto riportato dall’Agenzia Nova, il piano di ritiro si articolerebbe in quattro fasi:

  • primo, ciascuna parte ritirerà le sue forze da punti concordati in due località specifiche della Libia;

  • secondo, gli osservatori internazionali entreranno nel Paese e lavoreranno con le parti locali per le operazioni di uscita graduale, equilibrata e simultanea;

  • terzo, mappatura e monitoraggio del numero reale di forze straniere e mercenari presenti;

  • quarto, espulsione dei gruppi armati sotto forma di “lotti” secondo una specifica mappa temporale, i cui dettagli non sono però ancora stati rivelati.

La principale incognita di questo piano è il fattore tempo. L’accordo di cessate il fuoco del 23 novembre 2020 prevedeva il ritiro in tre mesi, ma la scadenza non è stata rispettata. L’intesa dello scorso 8 ottobre non menziona alcuna tempistica, ma la road map del Foro di dialogo politico libico prevede che le elezioni presidenziali e parlamentari si tengano il 24 dicembre.

Scadenza elettorale

Votare in Libia con la presenza di mercenari, combattenti e forze straniere sul terreno sarebbe complicato. A questo si aggiungono anche le profonde differenze politiche tra le varie fazioni libiche. La Camera dei rappresentanti di Tobruk (est) chiede di votare prima per le presidenziali e poi per rinnovare il Parlamento. L’Alto Consiglio di Stato di Tripoli (il Senato dell’ovest) ha una visione diametralmente opposta: prima si vota per le parlamentari, poi eventualmente per le presidenziali ma solo dopo un referendum costituzionale. Intanto il Governo di unità nazionale del premier Abdulhamid Dbeibah rischia di sciogliersi per le spinte centripete degli esponenti della Cirenaica, ancora saldamente in mano al generale Khalifa Haftar. In questo contesto, un ritiro dei mercenari dalla Libia non è più solo auspicabile, ma necessario e urgente per salvare ciò che resta del piano di pace dell’Onu.