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Negli ultimi mesi è tornato l’incubo di un conflitto atomico: i progressi nel campo della missilistica e delle testate nucleari della Corea del Nord, l’escalation militare nella zona della penisola coreana, la nuova corsa agli armamenti di Usa, Cina e Russia stanno rigettando le ombre di un possibile conflitto atomico, tanto che il prestigioso Bulletin of the Atomic Scientists ha spostato le lancette del “Doomsday Clock” – l’orologio dell’apocalisse – 30 secondi più vicine alla mezzanotte segnando 2 minuti e 30 secondi all’ora zero, momento in cui si scatenerà “l’inimmaginabile”.

Un “inimmaginabile” che per 38 lunghissimi minuti è sembrato diventare realtà il 13 gennaio scorso nelle Hawaii, dove è stato dato l’allarme di un attacco missilistico rivelatosi poi, fortunatamente, un errore.

La domanda che nasce spontanea pensando ad uno scenario come questo è una sola: si può sopravvivere ad una esplosione atomica?

Per rispondere occorre prima fare una piccola digressione sulle armi nucleari, la loro potenza, e la loro metodologia di impiego.

Le armi atomiche non sono tutte uguali. Ne esistono di 4 tipi che possono raggiungere al massimo determinate potenze a seconda della tipologia di esplosivo che usano e della sua combinazione, anche in considerazione che non si può aumentare la potenza di un ordigno al plutonio o all’uranio semplicemente aumentandone la quantità in quanto se si raggiunge una certa massa, detta massa critica, si innesca spontaneamente la reazione nucleare.

Esistono quindi dispositivi a fissione al plutonio 239 con potenze sino a 20 kton (tipo la bomba di Nagasaki), a fissione all’uranio 235 con potenze tra i 20 e i 200 kton (tipo Hiroshima), dispositivi a fissione-fusione dove la reazione di fissione dell’uranio innesca la reazione di fusione degli isotopi dell’idrogeno (deuterio e trizio sottoforma di litio 6) con potenze comprese tra i 40 kton ed i 20 Mton (Megaton, ovvero 1000 kton o un milione di tonnellate di tritolo equivalente), infine dispositivi a tre stadi – fissione fusione fissione – che hanno potenze che superano il megatone e possono arrivare anche a 100 Mton (come la “Tsar Bomba” sovietica che però è stata testata con una potenza di 58 Mton) che però risultano molto “sporche” ovvero provocano un notevole “fallout” radioattivo.

Non tutte le esplosioni atomiche hanno gli stessi effetti che dipendono dalla quota a cui avviene l’esplosione, a sua volta dipendente dall’obiettivo strategico che si vuole colpire. Se l’obiettivo è un silo di missili balistici o bersagli induriti – cioè fortemente protetti – di piccole dimensioni la quota ottimale di esplosione è al suolo, se invece si tratta di aree urbane, complessi industriali, portuali o aeroporti, l’esplosione sarà ad una quota prestabilita che dipende dalla potenza dell’arma. Anche per colpire gli apparati elettronici l’esplosione sarà in quota ma molto più elevata rispetto al caso precedente.

Gli effetti

Nonostante quello che si potrebbe pensare le conseguenze di un’esplosione nucleare non sono proporzionali alla loro energia, e quindi alla potenza nominale della testata e inoltre si registrano una serie di effetti collaterali che sposso sono controproducenti rispetto alle finalità strategiche. Per semplicità li indicheremo senza scendere troppo in dettagli che richiederebbero delle nozioni di fisica per comprenderli.

Un’esplosione atomica genera quindi calore e irraggiamento, che sono gli effetti principali a causa delle temperature raggiunte, un’onda d’urto data dalla sovrappressione dell’aria che può viaggiare per kilometri ma che raggiunge una distanza minore rispetto ai due effetti precedenti, le radiazioni che al momento dell’esplosione irraggiano un’area molto vicina al punto zero, l’impulso elettromagnetico (Emp), ed infine il “fallout” o ricaduta radioattiva, che subendo il capriccio dei venti e dipendendo dalla quota dell’esplosione può viaggiare per centinaia di kilometri.

Facciamo qualche esempio per chiarire meglio certi concetti: un’esplosione ad altissima quota di un ordigno molto potente avrebbe come effetto principale l’Emp, bruciando qualsiasi strumento dotato di un circuito elettronico non protetto da una gabbia di Faraday in un raggio di centinaia e centinaia di kilometri ma non provocandone altri; un’esplosione ad una quota modesta sopra una città – come avvenuto per Hiroshima – distruggerebbe con l’onda d’urto tutte le costruzioni che si trovassero entro un certo raggio (dipendente dalla potenza) e provocherebbe incendi – e orribili ustioni sulla pelle esposta – in un raggio ancora più ampio, oltre che contaminare un’area più o meno vasta con la ricaduta radioattiva data dalle polveri e dai detriti risucchiati al centro della palla di fuoco e scagliati nell’alta atmosfera; un’esplosione al suolo, ad esempio di un ordigno con una potenza di 1 Mton, provocherebbe un cratere profondo 70 metri e largo 290 ma il raggio efficace dell’onda d’urto e di calore sarebbe inferiore rispetto ad una esplosione in quota, mentre invece il “fallout” radioattivo sarebbe massimo. Qualche altro dato utile per chiarire meglio la questione: per un’esplosione delle stessa potenza indicata il raggio letale dei venti sarebbe di 10,9 km per detonazione in quota e di 6,7 al suolo, mentre il raggio di bruciature di secondo grado sulla pelle esposta sarebbe rispettivamente di 18,4 km e 15,7; forbice che si allunga ulteriormente se si considera il raggio massimo di danni leggeri a strutture non protette: 21,7 km contro 12.

Contrariamente a quanto si crede non sono le radiazioni emesse al momento dell’esplosione ad uccidere – ammesso che si sopravviva agli effetti dell’onda termica e d’urto – ma il fallout radioattivo: la radiazione diretta emessa ha un raggio limitato, sempre dipendente dalla potenza dell’ordigno. Ad esempio per una bomba della potenza di 20 kton il rapporto dosaggio/distanza dal punto zero è di 1000 metri per 1000 roentgen e di 1300 metri per 200 roentgen. Tanto per chiarire di cosa si stia parlando un dosaggio compreso tra i 50 ed i 200 roentgen provoca nausea e vomito entro le prime 24 ore e meno del 5% di decessi in 60 giorni, mentre una dose superiore a 600 roentgen provoca nausea e vomito immediati e fortissimi, gravi emorragie interne, scompensi neurologici ed il 100% delle vittime entro 7 giorni dall’esposizione, ma se ci si trova ad un kilometro dal punto di esplosione le radiazioni sono l’ultimo problema a cui pensare, come abbiamo visto.

Come si può sopravvivere?

Come già detto e considerati i dati riportati sin qui è possibile sopravvivere a patto di mettere in pratica alcune semplici mosse. Innanzitutto, come suggerirebbe il buon senso, quando le sirene di allarme risuonano – ammesso che risuonino – è opportuno trovare un riparo all’interno di un edificio, ma non tutti offrono lo stesso livello di protezione come vedremo. Vale però in ogni caso la regola aurea di sistemarsi in un sotterraneo o, qualora non ci fosse, nella parte più interna dell’edificio lontano da finestre e muri perimetrali che potrebbero essere sventrati dalla forza dell’esplosione. Per chi si dovesse trovare in campo aperto – e a debita distanza – l’indicazione fornita dai vecchi manuali di difesa civile degli anni ‘50 è sempre valida: quando si nota il flash dell’esplosione gettarsi a terra, possibilmente in una buca o avvallamento o comunque dietro ad un ostacolo naturale che possa offrire riparo dall’imminente onda d’urto che sarebbe carica di detriti, anche infiammati.

Subito dopo l’esplosione occorre evitare gli effetti del fallout radioattivo, ed uno studio scientifico del 2014 ad opera del Lawrence Livermore National Laboratory ci spiega la migliore strategia. Va precisato che il fallout è soggetto al capriccio dei venti, quindi una zona che si trovi sottovento ne sarà colpita rispetto ad una zona sopravento, magari anche più vicina al punto di esplosione. Secondariamente bisogna ricordare che gli effetti delle radiazioni ionizzanti sui tessuti biologici tendono a sommarsi ma non è possibile stabilire con precisione quali siano le conseguenze: due dosi separate di radiazioni assorbite nell’arco di 24 ore sono cumulative mentre le stesse ripartite in un tempo più lungo (una settimana) non ottengono lo stesso risultato.

Come dicevamo non tutte le strutture offrono il rifugio migliore: più sono “dense” più danno garanzia di protezione. I rifugi migliori sono costruiti da strutture in mattoni, cemento armato e dotati di sotterraneo: nascondersi in un parcheggio sotterraneo di un edificio a 5 piani costruito in mattoni e cemento riduce le radiazioni assorbite ad 1/200 rispetto al valore esterno mentre trovarsi al pian terreno di una costruzione ad un solo livello costruita con materiale leggero, come il legno, le riduce solo della metà.

Quindi che fare se non ci sono rifugi adeguati nelle vicinanze? Meglio restare in un rifugio provvisorio o mettersi subito a cercarne uno migliore? A queste domande è stata data una risposta sempre dallo studio americano tramite modelli matematici. Se non si ha a disposizione un rifugio ottimale ma se ne conosce uno tale a 5 minuti di distanza dalla propria posizione i calcoli suggeriscono di raggiungerlo e restarci, mentre se tale rifugio si trova a più di 15 minuti di distanza è meglio trovare un riparo provvisorio e restarci per un’ora onde evitare la prima importante ricaduta radioattiva. Successivamente meglio cercarne uno più sicuro considerando che le radiazioni decadono abbastanza rapidamente: dopo 7 giorni i valori scendono al 10% di quelli iniziali e nell’arco di 49 giorni arrivano all’1%.

Ovviamente per sopravvivere occorre anche avere una adeguata scorta di acqua e viveri non deperibili a disposizione oltre che una radio AM/FM e batterie di riserva per restare in contatto con gli organismi di protezione civile e seguirne le indicazioni: il fallout può essere previsto conoscendo punto di impatto, potenza dell’ordigno e direzione dei venti. Per fornire ulteriore protezione alla propria abitazione si consiglia di sigillare le finestre e le porte esterne con del nastro adesivo in modo da eliminare “gli spifferi” d’aria e qualora si venisse contaminati si può ricorrere ad una procedura – immediata – per cercare di ridurre gli effetti delle radiazioni: levarsi i vestiti e le scarpe e allontanarli dal proprio rifugio, se possibile lavarsi accuratamente con acqua e sapone soffermandosi particolarmente sui capelli e sul viso altrimenti usare asciugamani umidi, soffiarsi il naso per eliminare le polveri inalate.

Ma la cosa principale da ricordarsi è quella di trovare rifugio immediatamente, e di restarci il maggior tempo possibile: ad Hiroshima ci sono stati sopravvissuti che si trovavano a 300 metri dall’esplosione ma all’interno di edifici.

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