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Curdi, ovvero quel popolo che ha avuto la sfortuna di finire in un crocevia geopolitico dei più infernali. Armati, disarmati, utili, abbandonati, amici, nemici. Gli eventi precipitosi in Siria per mano di Hayat Tahrir al-Sham pongono oggi nuove sfide per il mondo dei curdi siriani, quarta porzione dell’universo sparpagliato tra Turchia, Iran, Iraq e Siria.

Una notizia su tutte, all’alba della presa di Damasco, pone nuovi scenari per i curdi siriani: “Questo cambiamento rappresenta un’opportunità per costruire una nuova Siria basata sulla democrazia e sulla giustizia che garantisca i diritti di tutti i siriani”, ha affermato Mazloum Abdi, leader delle Forze democratiche siriane, in un comunicato, elogiando la caduta del “regime autoritario di Damasco”. Il gruppo guidato dai curdi è allocato significativamente nella Siria nord-orientale, dove si è scontrato con l’ISIS e con le milizie sostenute dalla Turchia nel corso degli anni. Peccato però che i miliziani di Mohammed Al Jolani-che ora gioca a fare il moderato à la page– affermino di aver avviato un attacco contro le forze guidate dai curdi nella città di Manbij, nel Nord della Siria, secondo una dichiarazione di ieri del Ministero della Difesa del governo siriano ad interim. I combattenti di HTS hanno collaborato con i curdi per rovesciare il regime, ma ora sembrano essersi repentinamente rivoltati gli uni contro gli altri. Sta di fatto che, se questo vuole essere il nuovo regime siriano, per mantenere saldo il controllo del territorio dovrà necessariamente dialogare e rappresentare tutte le sfaccettature della società siriana.

Sulle sorti dei curdi siriani, invece, Ankara è stata molto chiara: come abbiamo raccontato anche da queste colonne, l’ordine è “nessuno Stato curdo in Siria“. L’espansione dei separatisti di Ypg ora è fra i peggiori incubi di Recep Erdogan che li considera alla stregua di un’organizzazione terroristica. Intanto, decine di migliaia di civili hanno già iniziato la lunga marcia invernale verso Est attraverso il fiume Eufrate, dove le forze guidate dai curdi hanno ancora il potere. Dopo aver raggiunto un’autonomia duramente conquistata nei primi giorni della guerra civile siriana, i curdi del Paese sono stati negli ultimi anni oggetto di pesanti attacchi da parte della Turchia e dei gruppi armati siriani che sostiene. Ad Aleppo, va ricordato, ai curdi è stato lasciato “scegliere” se morire o “arrendersi” e alla fine si sono arresi. Si ritiene che circa mezzo milione di curdi vivano ad Aleppo e nelle città e nei villaggi circostanti a ovest dell’Eufrate.

Quale la loro sorte?

Il caso del Rojava ha rappresentato un’esperienza unica di autodeterminazione e resistenza contro l’oppressione. Progetto nato nelle terre curde della Siria del Nord, si è trasformato in una piattaforma che promuove la parità di genere, la democrazia diretta e la convivenza tra diverse etnie e religioni. Oggi, a dieci anni dalla storica resistenza di Kobane che mise fine all’espansione dell’ISIS, il terremoto siriano rischia di attentare a quei valori che il Rojava incarna e al modello che potrebbe ancora incarnare fuori dalla Siria.

Chi difenderà quell’esperienza? Chi potrebbe promuovere uno Stato curdo in Siria? Al momento nessuno. Il ministro della Difesa turco Yasar Guler ha avuto un colloquio telefonico con la propria controparte americana Lloyd Austin. Al centro del dialogo gli ultimi sviluppi in Siria e la caduta del regime di Bashar Al Assad. In base a quanto reso noto dalla tv di Stato turca il ministro Guler ha chiesto al collega americano di tagliare i ponti con i curdi separatisti di Ypg. Per gli Stati Uniti di Donald Trump la Siria non è cosa americana; per Ankara un incubo; l’Europa ha altri problemi e poi, del resto, non può far infuriare il Sultano. Il sostegno di Washington alle SDF è un punto dolente nei suoi legami con l’alleato della Nato, la Turchia, che vede le SDF come un’estensione del PKK, reo di una guerriglia lunga decenni nella Turchia meridionale, etichettato come organizzazione terroristica dagli USA e dall’Unione Europea. Le preoccupazioni della Turchia nei confronti del PKK la portarono a lanciare l’invasione della Siria nel 2016, con l’obiettivo di privare i combattenti curdi di un quasi-stato lungo il suo confine. Seguirono altre due incursioni militari nel 2018 e nel 2019. E i curdi, oggi, ancora una volta, lì nel mezzo, senza patron. Fino a quando non serviranno di nuovo a qualcuno.

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