Non si ferma l’escalation tra Siria e Turchia. Confermata la notizia che un altro jet militare dell’aeronautica siriana, un Albatros L-39, è stato abbattuto da una coppia di caccia turchi, degli F-16 che erano in volo “nello spazio aereo turco”. Il duello dei cieli “a distanza” dimostra come la situazione stia davvero precipitando. Questa un’ulteriore perdita nelle forze aeree di Assad va infatti a sommarsi a quelle già registrate nei giorni scorsi; quando due bombardieri Su-24 Fencer e un drone sono stati abbattuti dai missili terra-aria spalleggiabili (probabilmente Stinger, ndr) senza dover “scomodare” l’aggressività dell’aviazione turca, che già nel 2015 aveva abbattuto un caccia russo in volo sul delicato confine turco-siriano, rischiando di scatenare l’ira di Mosca. Rientrando in azione questa mattina, gli F-16 della Turkish Air Force hanno inviato un messaggio chiaro e letale al governo di Damasco: gli aerei che hanno bombardato i nostri soldati sono alla portata dei nostri missili.

Il Ministero della Difesa turco e l’agenzia di stampa siriana Sana hanno confermato l’abbattimento di L-39 Albatros siriano che era in missione sulla regione di Idlib – il fulcro degli scontri tra l’esercito siriano e le truppe ribelli appoggiate da Ankara – ad opera di una formazione di F-16 turchi che avrebbero colpito il jet siriano mentre erano in volo nei confini nazionali con quelli che secondo gli analisti potrebbero essere stati dei missili aria-aria a medio raggio Aim-120C-5 / C-7 Amraam.

I caccia turchi, secondo le informazioni, si trovavano in volo a 45 chilometri dal bersaglio quando hanno deciso di aprire il fuoco e sganciare uno o due di missili con una portata di oltre 100 chilometri, che hanno avuto la meglio sul piccolo jet biposto di fabbricazione cecoslovacca che può essere amato con razzi, bombe aeronautiche a caduta e un cannoncino per essere impiegato (come in questo caso) in operazioni di appoggio tattico e controguerriglia.

L’abbattimento è avvenuto alle ore 12.03 locali, quando l’aereo dell’aviazione di Assad, in rotta per colpire posizioni di fazioni anti-governative nell’area di Maraat al-Numan, è caduto preda degli F-16 di Ankara probabilmente “allertati” da un terzo aereo turco: un velivolo Awacs che come riporta il sito specializzato The Avionist, è stato spesso segnalato a sorvolare il confine a nord della Siria come piattaforma d’intelligence per fornire dati alle truppe di terra turche che evidentemente operano nell’area di Idbil o ai margini della “zona cuscinetto”. Già nei giorni scorsi le truppe di Ankara fornite di missili Stinger e di altre performanti armi antiaeree, hanno centrato e distrutto due bombardieri biposto Su-24 Fencer e un drone militare che Damasco aveva inviato in missione su Idbil per continuare a condurre i raid ordinati da contro i ribelli. Raid che hanno scatenato l’ira di Erdogan dolo la morte accidentale dei 33 soldati turchi che si trovavano nella zona senza aver dato la loro posizione all’esercito russo, che ha il compito di sorvegliare l’attuale “zona cuscinetto” tra Siria e Turchia e non solo.

Mosca, che ha già saggiato nel 2015 la risolutezza indiscriminata dei caccia di Ankara, si trova in una posizione assai delicata; sia nei confronti del presidente Bashar Al-Assad, che ha tutto il diritto di continuare a muovere battaglia nella regione siriana di Idlib, in larga parte occupata dai ribelli (oltre 4.000 chilometri quadrati), sia nei confronti del presidente Recep Tayyip Erdogan, che nonostante abbia cercato la manforte della Nato nei giorni scorsi, si è mostrato estremamente propenso a stringere ulteriori rapporti diplomatici e strategici con il presidente russo Vladimir Putin. Rapporti che evidentemente interessano allo zar russo e al suo stuolo di esperti e navigati consiglieri. I due leader si incontreranno nelle sale del Cremlino proprio questa settimana per cercare un nuovo compromesso che dopo l’accordo di Sochi garantisca l’amicizia tra Mosca e Ankara, ma che non privi, secondo le mire di Erdogan, il controllo dell’area di Idlib e dei territori ancora in mano ai ribelli. Territori sui quali anche Assad, legittimo “amministratore” appoggiato in tutto e per tutto da Mosca, non cessa di reclamare la propria sovranità.