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Il 19 ed il 22 marzo scorso il 18esimo Space Control Squadron (18 Spcs) ha riferito che due satelliti, rispettivamente uno della Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration), l’ente statunitense che monitora le condizioni ambientali marine e atmosferiche, e uno cinese del Cast (China Aerospace Science and Technology Corporation) sono esplosi in orbita.

Il satellite americano era il Noaa-17, che risulta essere esploso il 10 marzo creando 16 detriti più grandi, mentre quello cinese lo Yunhai 1-02 (Cloud Sea One 02) che risulta essersi disintegrato pochi giorni dopo, il 18 marzo, generandone 21.

Il destino dei due satelliti

Il Noaa-17, originariamente designato Noaa-M, era stato lanciato nel giugno 2002. Il veicolo spaziale è stato progettato per funzionare per tre anni, ma ha svolto un ruolo primario o di riserva per quasi 11 fino a quando l’ente statunitense non lo ha ufficialmente disattivato nell’aprile 2013. Da allora è rimasto in orbita polare bassa, ciò significa che il satellite stava orbitando passando per entrambi i poli terrestri ad una quota compresa tra i 300 ed i mille chilometri, nella fattispecie a circa 800 chilometri. Stessa quota orbitale condivisa anche dallo Yunhai 1-02: risulterebbe infatti che al momento della sua disintegrazione si trovasse ad un’altitudine sulla superficie terrestre compresa tra i 760 e 780 chilometri. Quest’ultimo, costruito dalla Shanghai Academy of Spaceflight Technology (Sast), aveva il compito di effettuare rilevamenti di elementi ambientali atmosferici e marini, dell’ambiente spaziale, e veniva utilizzato ufficialmente per la prevenzione e mitigazione dei disastri ed esperimenti scientifici. Lanciato il 25 settembre 2019, al momento della sua distruzione era ancora funzionante.

In una dichiarazione a SpaceNews del 19 marzo, la National Oceanic and Atmospheric Administration ha confermato che il satellite Noaa-17 si era “rotto”, essendo stata informata dall’Orbital Debris Program Office della Nasa. “In questo momento, i detriti rappresentano una lieve minaccia per la Stazione Spaziale Internazionale o per qualsiasi altra risorsa spaziale critica” ha riferito l’ente. L’Iss, infatti, orbita ad una quota di circa 400 chilometri.

Né la Noaa né altre agenzie hanno rilasciato dichiarazioni in merito alla causa della rottura. Tuttavia, il Noaa-17 è simile ad altri satelliti in orbita polare che hanno subito lo stesso tipo di problematica. Sempre SpaceNews riferisce che nel novembre 2015, il Noaa-15 si è rotto, quasi un anno e mezzo dopo che una “anomalia critica” lo aveva estromesso dalle operazioni. Altri due satelliti del programma meteorologico per la Difesa dell’U.S. Air Force, il Dmsp F-13 ed il Dmsp F-12, sono andati in pezzi rispettivamente nel febbraio 2015 e nell’ottobre 2016.

Il guasto del Dmsp F-13 è stato attribuito a un difetto di progettazione nella batteria, la stessa che si trova anche su altri satelliti Dmsp, costruiti tutti, insieme ai Noaa-15 e 17, da Lockheed Martin.

Quando la Noaa ha disattivato nel 2013 il satellite recentemente “esploso”, ha riferito di aver eseguito un “processo di disattivazione” che includeva lo scollegamento delle batterie, l’apertura delle valvole del propulsore e lo spegnimento dei suoi trasmettitori. Tutte misure prese per garantire che il satellite fosse il più inerte possibile e ridurre al minimo il rischio di interferenze in radiofrequenza con altri veicoli spaziali, tra cui anche la possibilità di esplosione rimuovendo le fonti di energia che potrebbero causare un evento simile.

Segnali di guerra spaziale

Stante queste affermazioni l’incidente al Noaa-17 potrebbe essere stato causato da un problema di deterioramento delle batterie, o all’impossibilità di depressurizzare totalmente i serbatoi nei quali rimane ancora del propellente. Risulta però alquanto singolare che, pochi giorni dopo l’esplosione del satellite statunitense, abbia subito la stessa sorte anche uno cinese di recente fabbricazione e messa in orbita. Alcuni internauti cinesi credono che quanto accaduto allo Yunhai 1-02 sia l’evidenza che gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra spaziale contro la Cina, e proprio per via della precedente esplosione del satellite statunitense.

Tali affermazioni potrebbero non essere così campate per aria. Da qualche anno lo spazio, il quarto dominio delle operazioni militari dopo terra, aria, mare e immediatamente precedente all’ultimo, quello cibernetico, sta vivendo una “rinascita” dell’interesse da parte dei governi che, dopo una pausa coincidente con il termine della Guerra Fredda, hanno ripreso con vigore a pensarlo come un terreno di confronto armato. L’unica legislazione che regola questa possibilità è datata 1967 (l’Ost – Outer Space Treaty) e stabilisce i principi di utilizzo dello spazio in modo alquanto aleatorio.

Viene infatti detto, tra l’altro, che lo spazio può essere genericamente utilizzato per scopi pacifici e stabilisce l’impegno, da parte degli Stati, a non lanciare in orbita sistemi equipaggiati con armi nucleari o di distruzione di massa.

I limiti del trattato datato 1967

La semplicità del trattato è il suo punto debole: non è chiaro, infatti, cosa si intenda esattamente per “uso pacifico” dello spazio e quali siano i comportamenti che possono violare questa definizione. Non viene altresì citata la proibizione dell’utilizzo di satelliti per scopi militari – purché non siano dotati di armi di distruzione di massa – come possono essere quelli di raccolta informazioni, sorveglianza, comunicazioni, navigazione.

Essendo poi nato nel 1967, la sola idea di armi antisatellite a microonde, laser o con piccoli veicoli “killer” – non rientranti nel campo delle Wmd – era confinata alla fantascienza e pertanto non presa in esame. A ben vedere l’Ost non vieta nemmeno l’utilizzo di armi antisatellite basate a terra di tipo tradizionale, come i missili Asat, oppure non vieta lo sviluppo di sistemi dalla natura duale come possono essere quei satelliti in grado di rifornire e riparare altri satelliti che possono essere rapidamente convertiti in sistemi atti a distruggere gli assetti spaziali del nemico.

Pertanto le potenze spaziali stanno, molto discretamente, posizionando assetti – spaziali e terrestri – in grado di portare la guerra nello spazio. Oltre a laser e altri sistemi a onde basati a terra, in grado di interferire sino a mettere fuori uso un satellite in orbita bassa (ad esempio come i disturbatori di segnali Gps russi), esistono dei satelliti in grado di lanciare piccoli veicoli “killer” che colpiscono quelli avversari distruggendoli. Sappiamo che si può utilizzare la stessa tecnologia di armi Em anche nello spazio, ma attualmente non ci sono ancora prove di un suo utilizzo concreto. La Russia, dal punto di vista dei satelliti killer, sembra aver attuato degli esperimenti in almeno un paio di casi.

La minaccia dei satelliti killer

L’U.S. Space Command, il comando americano per lo spazio, aveva riferito lo scorso luglio che la Russia aveva condotto un test di un’arma antisatellite in orbita. Il 15 di quel mese, dal satellite Cosmos 2543 era stato rilasciato un oggetto in prossimità di un altro satellite russo, attività ritenuta incompatibile con lo scopo dichiarato del sistema satellitare di Mosca. Gli Stati Uniti hanno infatti pensato che si possa essere trattato di un veicolo “killer”.

Pertanto i sospetti che le esplosioni dei due satelliti possa essere attinente ad “assaggi” di Space Warfare, ci sono, anche se, va detto, le coincidenze esistono. Innanzitutto le loro orbite si prestano per un possibile utilizzo di un’arma basata a terra: essendo basse e polari rappresentano quelle ottimali per utilizzare sistemi ad energia diretta di alta potenza basati a terra. Secondariamente, oltre alle considerazioni di tipo “politico” esposte prima, il divario temporale tra i due “incidenti” fa pensare che si sia trattato di un’azione deliberata.

Ovviamente non abbiamo modo di avere conferme, e mai ce ne saranno: la distruzione di un satellite rappresenta a tutti gli effetti un atto di guerra, ma il sospetto che non si sia trattato di un incidente dovuto a cause interne resta.