Nella giornata di mercoledì 30 dicembre due cacciatorpediniere della U.S. Navy di base in Giappone hanno effettuato un passaggio nello Stretto di Taiwan. Si tratta del secondo transito di questo tipo in tre settimane e la quarta missione complessiva durante lo stesso periodo per respingere le pretese marittime cinesi nel Pacifico.
I cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke USS John S. McCain (Ddg-56) e USS Curtis Wilbur (Ddg-54) hanno condotto la loro missione il 31 dicembre ora locale, o il 30 dicembre negli Stati Uniti continentali.
Il transito delle navi attraverso lo Stretto di Taiwan è stato effettuato in conformità con il diritto internazionale e dimostra l’impegno degli Stati Uniti per un Indo-Pacifico libero e aperto, secondo quanto si legge in una dichiarazione della Settima Flotta Usa. “Le Forze Armate degli Stati Uniti continueranno a volare, navigare e operare ovunque il diritto internazionale lo consenta”, si legge nel breve comunicato.
Lo Stretto di Taiwan è una via d’acqua che è più importante dal punto di vista politico che strategico: quel tratto di mare che separa la Cina dall’isola di Formosa viene considerato da Pechino alla stregua delle proprie acque interne, per via delle ben note questioni di sovranità sull’isola, considerata dalla Cina una “provincia ribelle”. Taipei però è formalmente alleata di Washington, e le operazioni Fonop (Freedom of Navigation Operation) di questo tipo sono lo strumento che hanno gli Stati Uniti per riaffermare, oltre il diritto alla libertà di navigazione, il proprio coinvolgimento politico ed il sostegno al loro alleato. Dall’altro lato della barricata Pechino sta aumentando il rateo di esercitazioni militari in prossimità e nello stretto, per ribadire la propria politica che vuole il ritorno di Taiwan “in seno alla madre patria”. Un ritorno che è stato postulato avvenire anche con la forza.
La maggiore assertività cinese nell’area del Pacifico Occidentale ha innescato la risposta statunitense: la U.S. Navy, e l’U.S. Air Force sono impegnate in missioni di pattugliamento, esercitazioni e altre come le già citate Fonop, quasi a cadenza settimanale. La marina statunitense, come già accennato, ha effettuato, negli ultimi 15 giorni, altre tre operazioni volte a dimostrare il proprio impegno nel limitare l’espansione cinese.
Il 18 dicembre, l’USS Mustin (Ddg-89) ha effettuato un primo transito nello stretto di Taiwan. Poco dopo, anche la nuova portaerei cinese, la Shandong simile per architettura alla Liaoning, ha attraversato lo stretto dirigendosi verso il Mar Cinese Meridionale.
Il 22 dicembre, ancora l’USS McCain ha eseguito una Fonop nel Mar Cinese Meridionale vicino alle Isole Spratly, che Taiwan, Cina e Vietnam rivendicano come proprie ma che sono state de facto occupate militarmente dalla Cina.
Due giorni dopo, ancora il McCain incrocia al largo del Vietnam per un’altra Fonop, questa volta nelle vicinanze delle isole Con Dao nel Mar Cinese Meridionale. Un’attività considerata insolita rispetto a quanto accade per le Isole Spratly. Dalla Settima Flotta leggiamo, in merito, che “la nave ha condotto normali operazioni all’interno dei mari territoriali del Vietnam per contestare le eccessive pretese marittime e preservare l’accesso e le libertà di navigazione coerenti con il diritto internazionale”.
Pechino ormai gioca a carte scoperte: dopo aver inizialmente negato la volontà di militarizzare gli atolli (alcuni costruiti artificialmente) nel Mar Cinese Meridionale, ora dimostra palesemente la sua volontà di appropriarsi della sovranità sul quel tratto di mare. L’ampliamento dei cantieri navali nella meridionale isola di Hainan, ora in grado di poter ospitare le future nuove portaerei maggiori, e soprattutto l’attività divulgativa degli istituti di ricerca e di analisi strategica cinesi che ormai considerano le isole contese come proprie – anche con critiche riguardanti la loro vulnerabilità – è indice di come la Cina, de facto, ritenga di essere la sola a poter controllare quella vasta area marittima.
Al di là dell’evidente contraddizione rappresentata dalla volontà del Politburo di nazionalizzare le vie marittime (e prossimamente aeree) mentre propugna il globalismo e l’assenza di confini commerciali, la questione del Mar Cinese Meridionale potrebbe seriamente trasformarsi in un casus belli futuro: esiste un limite alle rivendicazioni territoriali, come la storia insegna, e gli Stati Uniti non sembrano affatto disposti a guardare altrove mentre la Cina mette le mani su un tratto di mare per il quale transita un terzo del traffico commerciale marittimo mondiale.
Bisognerebbe anche considerare che, comunque, la “conquista” del Mar Cinese Meridionale non allontanerebbe da Pechino il timore di venire “strangolati” economicamente dalla potenza navale statunitense: la U.S. Navy è perfettamente in grado di bloccare gli stretti di accesso a quelle acque, in particolare quello della Malacca (da qui il “Malacca Dilemma” che attanaglia la Cina) e anche se negli arcipelaghi delle Spratly o delle Paracelso venissero dislocati armamenti pesanti, o se venissero attrezzati per ospitare unità navali maggiori per cercare di contrastare l’attività militare statunitense, comunque la marina Usa sarebbe in grado di effettuare operazioni di sea denial e anche di sea control lungo gli stretti meridionali di accesso, avendo, per il momento, una capacità di proiezione di forza maggiore rispetto al suo avversario: un vero e proprio blocco navale che colpirebbe duramente la Cina.
Il problema, in caso di un conflitto che avesse questo scenario di partenza, risiede sempre nella logistica: lo Stretto della Malacca, che è la via più “comoda” tra Oceano Indiano e Pacifico, è lontano dalla Cina come lo è dalle basi avanzate degli Usa, ma gli Stati Uniti hanno la capacità di dispiegare il proprio enorme strumento di appoggio logistico, cosa che manca ancora alla Cina.
Se ci fossimo svegliati oggi, 31 dicembre 2020, dopo un sonno durato 5 anni, guarderemmo con stupore ai progressi cinesi – non solo nella tecnologia militare – e ci chiederemmo come sia stato possibile che in così poco tempo Pechino sia riuscita a conquistare così tanto terreno nel Pacifico Occidentale senza scatenare un conflitto regionale.