C’è un Paese che sta subendo in particolar modo la risposta iraniana agli attacchi di Usa e Israele iniziati nella mattina del 28 febbraio: parliamo degli Emirati Arabi Uniti. Il Paese diviso dall’Iran dallo Stretto di Hormuz, sostanzialmente interdetto al traffico petrolifero e gasiero dal blocco imposto dai Pasdaran, sta subendo la salva più pesante da parte dei missili e dei droni di Teheran. Non solo le basi americane negli Emirati Arabi Uniti sono state prese di mira, ma in generale a essere interdetta è stata l’ordinaria vita quotidiana nel Paese, con droni e missili giunti a Dubai e Abu Dhabi su aeroporti, grattacieli, edifici residenziali.
A Dubai è andato in fiamme l’albergo lussuoso Fairmont The Palm e sono stati colpite zone della Dubai Marina e del Dubai Palm in un primo raid, coinvolgente anche droni Shahed, modelli spesso utilizzati nei raid di giugno in risposta a Israele e su cui sono modellati i Geran russi. Nuovi attacchi hanno visto l’intercettazione colpire missili iraniani, con frammenti caduti su Abu Dhabi e Dubai. Un civile sarebbe morto per i frammenti dell’esplosione, ma al contempo il danno a cui gli Emirati guardano con maggior attenzione è quello connesso alla disruption economica e sociale. Abu Dhabi e Dubai vivono come piattaforme economiche, finanziarie, di connettività a cavallo tra Europa, Asia, Africa. Si stanno ponendo le premesse per mettere in discussione, temporaneamente, le fondamenta strategiche su cui gli Emirati fondano la loro prosperità.
137 missili e 209 droni hanno paralizzato la navigazione di Emirates, compagnia che fa scalo nel Paese di cui mostra bandiera per voli intercontinentali, messo in discussione il ruolo di Dubai come paradiso finanziario, mostrato tutte le vulnerabilità del sistema emiratino. Il blocco di Hormuz può fare il resto. Quanto possono reggere gli Emirati sotto i colpi asimmetrici iraniani? Quanto hanno capacità di tenere prima di dover spingere su Usa e Israele per una fine dell’assalto della Repubblica Islamica? Quali contromisure effettive hanno gli Emirati, dalla sostenibilità alimentare a quella medicale e farmaceutica per la popolazione, per affrontare uno scenario di crisi? Che danni ha subito, nel fatidico 28 febbraio, la loro immagine di Paese aperto al mondo e dinamico? Queste domande valgono anche per tutta la regione, ma per Abu Dhabi acquisiscono una valenza ulteriore per il legame sistemico con Israele, che in un certo senso Teheran sta facendo loro pagare. Mala tempora currunt per chi si considerava fino a poco tempo fa il potenziale signore del Golfo.

