Il ritiro dall’Afghanistan è uno dei tanti punti interrogativi degli Stati Uniti. L’annuncio di Joe Biden ha confermato la volontà della Casa Bianca di procedere spediti verso la fine di una guerra iniziata venti anni fa come guerra al terrore e che nel tempo ha assunto caratteristiche sempre diverse: fino a diventare sgradita allo stesso elettorato americano.

Una guerra che per gli Stati Uniti ha significato non solo un passaggio epocale della storia recente americana, ma anche una mossa strategica di particolare rilevanza per inserirsi in un contesto estremamente rilevante come quello dell’Asia centrale. La “tomba degli imperi”, che sin dai tempi del Grande Gioco aveva fatto comprendere la centralità nel futuro assetto delle potenze mondiali, è infatti un luogo che ancora oggi può essere considerato il cuore pulsante della geopolitica internazionale. Un crocevia di interessi e di confini in un Heartland che diventa sempre più importante nel momento in cui la Cina prova a uscire dal suo guscio, la Russia non vuole cedere terreno nelle antiche repubbliche socialiste e altri attori cercano di inserirsi nella partita, a cominciare da Iran e Turchia.

Terminata guerra al terrore – che in realtà si può dire mai sconfitto dal momento che i Talebani non hanno perso e altri sigle islamiste rischiano di prendere ulteriore spazio di manovra – resta quindi la domanda strategica: dove andranno gli Stati Uniti. Perché è chiaro che Washington non potrà abbandonare un’area così importante del mondo lasciandola in balia dei suoi nemici strategici. Pechino ha basi lì vicino, idem Mosca. E quindi è necessario per l’America costruire una rete di interessi, alleanze e anche basi che permetta di guardare a questo ritiro dall’Afghanistan come a un cambiamento nel dispiegamento delle forze, e non a un abbandono del campo di fronte ai nemici.

La domanda (e la paura) inizia a circolare con insistenza anche all’interno del Pentagono. Il Wall Street Journal, in un recente articolo, ha segnalato che la Marina statunitense, proprio per “coprire” il ritiro dal Paese dell’Asia centrale delle truppe, ha ordinato il dispiegamento della portaerei Ronald Reagan nel Golfo, distogliendola dai suoi compiti nel Pacifico. Una scelta che ha fatto storcere il naso a parecchi: sia perché lascia sguarnito il bollente fronte del Pacifico occidentale, sia perché lascerebbe intendere che l’idea di Biden sia quella di sfruttare le forze aeronavali per missioni in Afghanistan che sostituiscano l’impiego delle truppe di terra. Ed è una scelta che priverebbe, a detta di alcuni analisti, delle risorse necessarie per coprire il vero campo di battaglia del futuro: l’oceano che divide la Cina dagli Stati Uniti.

Sempre sul Wsj, è apparso un articolo a firma di William Lloyd Stearman, uno dei più esperti funzionari americani, in cui ci si domandava apertamente se avesse senso perdere la base aerea di Bagram, uno dei principali hub strategici degli Usa nel Paese e in tutta l’Asia centrale. Stearman si domandava se fosse il caso di lasciare quell’enorme base di 13mila metri quadrati, con piste adatte a ogni tipo di aereo in dotazione all’aviazione Usa e che si trova a 400 miglia a ovest della Cina e 500 miglia a est dell’Iran. Perderla significherebbe non avere più la possibilità di schierare le forze aeree in un’area che potrebbe essere presto conflittuale. E lo dimostra il fatto che gli Stati Uniti pensano o all’utilizzo delle portaerei del Golfo o a creare un sistema che leghi Washington ai partner dell’Asia centrale.

Ma quali sarebbero questi partner? Difficile che in questo momento siano costruire delle basi di particolare rilevanza strategica e di dimensioni paragonabili a quelle di Bagram o anche di poco inferiori. Un’analisi di Defense.info pone ad esempio l’accento sulla scarsa attrazione di questi Paesi nei confronti di Washington, soprattutto perché hanno governi legati a Mosca o a Pechino o comunque troppo connessi con la rete di investimenti delle due potenze più vicine. Gli unici due Stati che potrebbero essere coinvolti in questo sistema potrebbero essere Uzbekistan o Tagikistan, ma la volontà di non avere conflitti con i vicini potrebbe farli desistere, così come alle altre potenze potrebbe risultare indigesto avere una statunitense vicino alle forze cinesi, russe o iraniane. La strategia degli Stati Uniti per l’Asia centrale 2019-2025 prevede un maggiore interesse verso i Paesi dell’area con investimenti, lotta al terrorismo, scambio di informazioni e cooperazione anche sul fronte afghano. E l’interesse Usa appare anche orientato a costruire una maggiore forma di connessione tra quegli Stati e l’Europa passando per il corridoio caucasico e la Turchia. Segnali che l’interesse di Washington non finirà con il ritiro delle truppe.