Per 24 ore, Douma, a pochi chilometri da Damasco, è stata il centro del mondo. Il presunto attacco chimico del 7 aprile scorso ha determinato la reazione di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia e il bombardamento di alcune strutture governative.

Di quell’attacco chimico, vero o presunto che sia, si sa ancora pochissimo. Chi è stato? E perché? Sono stati i soldati di Bashar al Assad per fiaccare la resistenza dei jihadisti dell’Esercito dell’islam? Oppure è stata una messinscena ordita dai ribelli per invocare un intervento internazionale? Ad oggi non esiste una risposta a queste domande.

Douma è però tornata nelle mani dei governativi e l’Esercito dell’islam si è trasferito al nord, a Jarabulus, al confine con la Turchia. Per gli abitanti di Damasco la caduta della Ghouta orientale ha rappresentato un punto di svolta: una nuova rinascita dopo anni di minacce jihadiste e migliaia di civili morti sotto i colpi dei mortai e dei missili dei terroristi. 

Qual è quindi la verità dietro il presunto attacco chimico di Douma? Nessuno la sa, ma i precedenti casi – quello della Ghouta orientale del 2013 e quello di Khan Shaykhun del 2017 – ci impongono parecchia prudenza. Damasco, almeno sulla carta, ha eliminato tutto il suo arsenale chimico. Ha nascosto qualcosa? Non lo sappiamo. Quel che è certo è che con lo scoppio della guerra, un po’ tutti i gruppi – compresi Daesh e Al Nusra – sono venuti in possesso di materiali per confezionare armi chimiche. 

Nelle ultime ore, ha fatto il giro del mondo un reportage di Robert Fisk in cui, attraverso il racconto di un medico, viene smontata la narrazione dell’attacco chimico governativo. Un reportage duramente contestato da Il Foglio, che oggi ha parlato di “distrazione conveniente” e ha accusato Fisk di scrivere da anni “corrispondenze molto embedded con l’ esercito siriano anche grazie a un visto d’ ingresso che il governo di Damasco gli rinnova con puntualità”. Il breve articolo firmato “Redazione” dimentica però di dire che l’unico modo per entrare in Siria oggi con un minimo di sicurezza è di farlo attraverso il tanto vituperato “regime” o attraverso i curdi. Realizzare reportage con l’opposizione è ormai impossibile. E non tanto per il rischio di finire sotto le bombe di Damasco, quanto perché i giornalisti occidentali che in questi anni hanno provato a lavorare con i ribelli sono stati venduti al miglior offerente (spesso i gruppi jihadisti).

Ma non c’è solamente Fisk a smontare la tesi dell’attacco chimico ordito da Damasco. La tv Russia 24 ha intervistato uno dei bambini che appaiono nel filmato diffuso dagli Elmetti bianchi. Hassan Diab, questo il suo nome, racconta: “Eravamo nel seminterrato. La mamma mi aveva detto che non avevamo nulla da mangiare e che quindi avremmo mangiato domani. Abbiamo sentito piangere e dire: ‘Andate in ospedale’. Siamo quindi corsi subito all’ospedale a non appena sono entrato mi hanno preso e hanno iniziato a versarmi dell’acqua addosso”.

Il padre di Hassan prosegue poi dicendo: “Non c’erano armi chimiche. Ho fumato fuori e non ho sentito nulla. Sono entrato nell’ospedale e ho visto la mia famiglia. I militanti hanno dato loro datteri, biscotti e riso per aver partecipato a questo film e li hanno lasciati andare a casa”. Il racconto di Hassan è affidabile? 

Secondo quanto riferisce il Guardian, i medici siriani starebbero subendo violenze da parte dell’esercito governativo. Sarebbero infatti stati sequestrati cellulari per non far trapelare la verità sull’attacco chimico. Eppure, nello stesso articolo in cui Il Foglio racconta della “distrazione” di Fisk si legge: “Gli altri partecipanti al tour (del reporter britannico NdR), quindi Associated Press, la Cbs americana, una tv svedese e una tv tedesca hanno trovato testimoni – che hanno raccontato del bombardamento con il cloro”. L’esercito siriano ha quindi chiuso un occhio? Oppure i controlli non sono così ferrei? Conoscere la verità di quel 7 aprile, ad oggi, sembra quasi impossibile.

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