Douma, l’ultima roccaforte della Ghouta in mano all’Esercito dell’islam, è tornata sotto il pieno controllo delle forze governative. “Un evento importante per la storia della Repubblica araba di Siria si è verificato oggi: la bandiera del governo siriano è stata issata su un edificio nella città di Douma e segna il controllo di questa località e quindi della Ghouta orientale nella sua interezza”, ha detto il generale russo Yevgeny Yevtushenko.

I jihadisti di Jaysh al islam hanno consegnato le loro armi pesanti e il leader del gruppo, Issam Buwaydani, ha lasciato l’enclave per andare nel territorio controllato dall’opposizione nel nord della Siria. Un membro di alto rango dell’organizzazione ha detto: “Certamente, l’attacco chimico ci ha spinto ad accettare”. Il riferimento è al presunto attacco di sabato scorso che ha provocato la morte di 40 persone. 

Ora la città è presidiata dalla polizia russa, come hanno fatto sapere da Mosca: “Da oggi unità della polizia militare delle forze armate russe lavorano nella città di Douma: sono una garanzia dell’osservanza della legge e dell’ordine in città”. 

Il prossimo obiettivo di Damasco potrebbe ora essere Yarmouk, dove si trovano sia gli uomini dello Stato islamico che i ribelli. Proprio per questo, i governativi avrebbero spostato a sud della capitale gli uomini della Tiger Force, che potrebbero essere affiancati dalla Guardia repubblicana e da alcuni gruppi paramilitari palestinesi, secondo quanto riferisce Al Masdar

Con la caduta della Ghouta, Assad ha, di fatto, dato il colpo di grazia alla rivolta. Ora rimane Daraa, al sud, e Idlib, dove ormai si trova la gran parte delle fazioni ribelli.

Il conflitto siriano sembra quindi ormai aver preso una piega chiara: Damasco ha vinto militarmente. E gli oppositori non possono far altro che arrendersi. A meno che un intervento esterno – ovvero un attacco delle potenze internazionali (Usa, Francia e Gran Bretagna) – non cambi le sorti del conflitto. Ma il rischio di un’operazione simile è quello di dare nuovamente ossigeno alle fazioni jihadiste che da anni guidano quella che, troppo sbrigativamente, ci siamo abituati a chiamare “rivoluzione”.