“Si può pubblicare la foto di un bambino siriano dopo un attacco chimico? Si può. In qualche caso, si deve”. Così inizia un articolo di Beppe Severgnini sul Corriere di oggi. Sia la domanda che la risposta ci trovano d’accordo. Sono i motivi, però, a dividerci.

“Questa sofferenza non è inutile” – scrive il giornalista di via Solferino. “È il passaggio obbligato verso una soluzione dei conflitti, che passano dal coinvolgimento dell’opinione pubblica”. Il problema è che spesso questa sofferenza viene usata da una parte o dell’altra per fini politici.

Abbiamo già parlato più volte del piccolo Omran Daqneesh, il bambino simbolo della brutalità di Bashar al Assad ad Aleppo. La sua foto, il 29 agosto del 2016, era sulle prime pagine di tutti i quotidiani del mondo. Le braccia sulle ginocchia, il sangue in faccia e la polvere che gli rendeva la faccia grigia. Come si poteva rimanere indifferenti davanti a uno scatto simile?

Il problema è che quella foto è stata abilmente manipolata da quelli che noi vediamo, in maniera piuttosto manichea, come i “buoni” di questo conflitto: i ribelli e gli elmetti bianchi. E poco importa che Aleppo fosse in mano non a dei ribelli qualsiasi ma ai jihadisti di  Al Nusra, che hanno abilmente sfruttato la sofferenza del piccolo Omran. Possiamo anche dimenticare che quella foto è stata scattata da Mahmoud Rslan, attivista pro ribelli che, qualche settimana prima, aveva deciso di immortalarsi in un selfie assieme ad alcuni combattenti che avevano decapitato un bambino di 12 anni accusato di sostenere Assad. Ma non possiamo dimenticare che la famiglia di Omran ha deciso di rimanere a vivere nei territori controllati dai governativi sebbene potesse andare ad Idlib assieme ai ribelli. 

È giusto pubblicare le foto dei bambini uccisi in Siria? Sì, lo è. Ma solo se lo si fa per tutti e non solo per una parte. E allora val la pena di ricordare anche Omar, ucciso a Damasco da un colpo di mortaio lanciato dai ribelli della Ghouta. Stava giocando a calcio assieme ai suoi amici ed è stata tutta questione di secondi. Prima il boato, poi l’aria che si riscalda e i frammenti del colpo che gli piovono addosso, consumandogli la carne. E gli Omar morti a Damasco per mano dei ribelli sono tanti.

Nel settembre del 2012 un attentato terroristico a Damasco uccide Samaher e sua figlia Shantal, di nove anni. I terroristi usano il C4, provocando un’esplosione devastante. La donna viene squartata, i resti della bambina verranno raccolti in un sacchetto. 

“Si può pubblicare la foto di un bambino siriano dopo un attacco chimico? Si può”. Ma bisogna innanzitutto comprendere chi ha sferrato quell’attacco e perché. E forse così si farà davvero giustizia a quei bimbi morti.

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