(Damasco) Con un costo per la ricostruzione, dopo otto anni di una terribile guerra, stimato tra i 400 miliardi e 1 trilione di dollari, la Siria affronta un tipo diverso di guerra ora che le armi tacciono. Una sfida carica di complicazioni politiche e difficoltà economiche, ulteriormente complicata dalle irrealistiche precondizioni pretese dalla maggior parte dei potenziali contributori -in particolare dagli Usa e da alcune potenze occidentali – prima di impegnarsi ad accordare finanziamenti considerevoli per la ricostruzione di un Paese distrutto dalla guerra e di un’economia già sofferente.

I problemi e le complessità della ricostruzione in Siria sono molteplici, causati da priorità, agende e complicazioni sia nazionali che internazionali. Chi farà cosa? Come? E a quale prezzo? Rimangono tutte domande fondamentali a cui ancora dare risposta. In realtà, la questione delle ricostruzioni ha guadagnato un nuovo impeto nel momento in cui si è fatta strada la sensazione che la peggiore guerra nella storia moderna della Siria, e una delle peggiori tragedie umane dalla Seconda guerra mondiale, sta giungendo alla sua fine, con solo due ostacoli rimasti a Idlib e a Est dell’Eufrate.

“Il processo di sradicamento del terrorismo ha raggiunto le sue battute finali, e la fase della ricostruzione sta bussando alle porte”, ha detto il ministro delle Opere pubbliche e dell’Edilizia abitativa Hussein Arnous lo scorso ottobre. L’occasione era l’inaugurazione della quarta International Trade Exhibition for Rebuilding Syria – tenutasi dal 2 al 6 ottobre – cui hanno preso parte 270 compagnie di 29 Paesi, nonostante le sanzioni contro la Siria.

“Ci sono molti problemi con l’industria siriana a causa delle sanzioni Usa e la nostra compagnia è pronta a fornire tutti i catalizzatori, tutte le tecnologie che i clienti siriani non possono procurarsi a causa di queste sanzioni,” ha detto Valeriy Anisimov della compagnia petrolchimica russa Jsc Promcatalys, che è in contatto con due raffinerie di petrolio in Siria. Le compagnie russe affrontano la competizione della Cina, che sta facendo seri, anche se cauti, tentativi per accaparrarsi le offerte di ricostruzione.

“È solo naturale che gli investitori iraniani vengano in Siria per aiutare a ricostruirla”, ha detto l’ambasciatore iraniano in Siria, Javad Turk-Abadi, ignorando le sanzioni Usa contro entrambi i Paesi.

Sullo schieramento politico opposto, Nikki Haley, ex ambasciatore Usa all’Onu, che, una volta, ha orgogliosamente dichiarato che l’America non “ricostruirà la Siria” per Assad e i suoi sostenitori russi, definendo l’idea “assurda.” Diversi alti funzionari statunitensi, dal presidente in giù, hanno espresso simili sentimenti contro gli sforzi di ricostruzione della Siria.

Con così tanta politica coinvolta, la questione della ricostruzione rimane tanto cruciale quanto complessa. Soprattutto: chi  dovrebbe finanziarla? Né lo Stato siriano, né la Russia o l’Iran vogliono accollarsi interamente i costi.

L’ex inviato speciale delle Nazioni Unite per la crisi siriana, Staffan de Mistura, una volta ha stimato che occorrerebbero circa 250 miliardi di dollari per ricostruire le infrastrutture siriane. Questa cifra è stata alzata a 400 miliardi di dollari dal presidente Bashar al Assad in una recente intervista. Alcuni esperti indipendenti si sono tenuti ancora più alti, con una sconcertante previsione di un trilione di dollari.

La Russia ha invitato l’Europa a fornire aiuti finanziari per la ricostruzione. Il presidente russo Vladimir Putin ha sollevato la questione della ricostruzione con i leader europei in numerose occasioni, in particolare con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nonostante questa abbia messo in risalto la responsabilità condivisa di Germania e Russia per una soluzione alla crisi siriana, l’idea che la Germania contribuisca alla ricostruzione di una Siria governata da Assad non va a genio a molti politici tedeschi.

A dire il vero, la prospettiva di contribuire non è stata del tutto scartata a Berlino. Ad aprile dell’anno scorso, per esempio, a una conferenza dei donatori per la Siria a Bruxelles, il m inistro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha sottolineato che una risoluzione politica è il prerequisito per gli aiuti tedeschi alla Siria.

Intanto, lo stesso presidente Assad non ha dato adito a dubbi su chi sarà considerato il benvenuto in Siria in futuro. “Nessun Paese che ha preso parte alla distruzione della Siria avrà un ruolo nel processo di ricostruzione”, ha puntualizzato Assad in più di un’occasione. “Ci vorranno tra i 10 e i 15 anni per ricostruire il Paese, e in questa fase la precedenza sarà data ai nostri alleati”, ha detto Assad a un reporter greco in una recente intervista televisiva.

Con così tanto in gioco, la battaglia per la ricostruzione della Siria promette di essere non molto meno feroce di quella militare. Insomma, gli Usa e la maggior parte delle potenze occidentali “in grado di contribuire” impongono prerequisiti quasi impossibili per gli aiuti, la volontà degli alleati iraniani è ostacolata dalle sempre più soffocanti sanzioni Usa, e i Russi sono intimiditi da un’economia abbastanza problematica, quindi la Cina, con la sua economia leader nel mondo e i suoi massicci piani di investimenti stranieri, rimane il potenziale investitore più forte per la ricostruzione della Siria. Pechino è emersa come l’unica potenza che potrebbe avere sia la volontà che i mezzi per riplasmare il futuro economico della Siria post-bellica.

Per quanto riguarda gli Stati del Golfo arabo, ricchi di petrolio, la loro immensa ricchezza manca, tuttavia, di un’eguale indipendenza politica nel decidere di ricoprire un qualsiasi ruolo nella ricostruzione di un Paese che essi stessi hanno contribuito a distruggere negli ultimi otto anni. Questo rende un loro contributo attivo estremamente improbabile, a meno che non venga caldeggiato da Washington.

Perciò, tra volontà politiche e forze economiche, dato il caotico miscuglio di fattori umanitari, legali, economici, politici e di sicurezza, tutti intrecciati tra loro, gli ambiziosi piani di ricostruzione post-bellica della Siria, così come i suoi inarrestabili tentativi di rimettere in piedi un Paese devastato dalla guerra e riportare in vita un’economia sofferente, rimangono, almeno per ora, più incerti e più complicati che mai.

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