Dopo l’uccisione di Hassan Nasrallah a Beirut, Israele ha nettamente ridimensionato il peso di Hezbollah come minaccia ai suoi confini. Ma la sfida del Partito di Dio a Tel Aviv resta concreta, e si somma a quella di Hamas. A tal proposito, mentre l’attenzione predominante della guerra mediorientale d’Israele si sposta verso il Libano e il confronto con Hezbollah, nella Striscia di Gaza il capo di Hamas Yahya Sinwar è come un fantasma.
L’erede di Ismail Haniyeh, ucciso circa due mesi fa in Iran in un attentato israeliano, viene ora dato per morto in un raid di Tel Aviv, ora inabissato nei tunnel di Gaza. Israele, che ha tutto l’interesse a eliminarlo, sta analizzando e ritiene poco consistenti le notizie sulla morte del regista degli attentati del 7 ottobre 2023, il principale artefice assieme all’ex braccio destro Mohammed Deif, ucciso a luglio da un raid di Tel Aviv, dei massacri contro i civili con cui Hamas ha aperto la guerra.
Negoziatore e guerriero, i due volti del boia Sinwar
Sinwar, il capo militare, il “boia” di Hamas, l’uomo più ricercato è l’ossessione di Israele. Ne rappresenta la spina nel fianco: Tel Aviv per dare un colpo a Hamas ha eliminato Haniyeh, capo politico e non militare, perché non riusciva a metter in campo operazioni per colpire la mente del 7 ottobre. Tra i fallimenti strategici di una guerra che ha dissanguato Gaza e contribuito a isolare Israele sulla scena globale c’è da segnalare la mancata cattura o eliminazione del 61enne militante.
Il Sinwar di Schroedinger, prima è dichiarato plausibilmente morto dal Mossad, poi fatto tornare in vita dallo Shin Bet, il servizio interno. “Israele ha bombardato i tunnel nelle aree in cui si sospettava si nascondesse Sinwar, ma non ci sono chiare indicazioni che sia stato colpito e potrebbe aver deliberatamente mantenuto un basso profilo”, ha detto il Times of Israel, aggiungendo che “diversi resoconti hanno indagato sul complesso e segreto sistema di intermediari e note manoscritte che Sinwar avrebbe utilizzato per comunicare dai suoi nascondigli”. Di lui si è detto e scritto di tutto, perfino che sia stato Sinwar a ordinare abusi e violenze sugli ostaggi sequestrati in Israele il 7 ottobre che però i report hanno contribuito a smentire.
Sinwar si è conquistato consenso in Hamas prima da capo dell’organizzazione e capo militare e ora da comandante della formazione dopo la morte di Haniyeh, residente in Qatar. Il jihadista nativo di Khan Yunis, nota il New York Times, “è emerso non solo come un comandante volitivo, ma anche come un astuto negoziatore che ha impedito una vittoria israeliana sul campo di battaglia mentre si impegnava con gli inviati israeliani al tavolo delle trattative” tramite i suoi emissari che gli riferivano ogni mossa diplomatica.
Il cinico gioco di Sinwar
Ovunque e in nessun luogo, Sinwar proietta un’ombra sinistra su Gaza. Da un lato, sta contribuendo a tenere sotto scacco le forze di sicurezza israeliane penetrate nella Striscia. Dall’altro, non teme il bagno di sangue in cui muoiono, a decine di migliaia, i civili innocenti. Sinwar lo va ripetendo da tempo: a Hamas serve il sangue dei martiri, serve il “tanto peggio, tanto meglio” a cui il governo iper-nazionalista di Israele sta sottoponendo Gaza, serve che la guerra di Tel Aviv sia contro il popolo palestinese tutto prima che contro Hamas. Lo va ripetendo nei messaggi ai negoziatori di Hamas, in un gioco delle parti in cui gli estremisti di destra israeliani e i jihadisti si rafforzano vicendevolmente nel legittimare la guerra come fine, prima ancora come mezzo.
Per Sinwar andare in all in contro Israele ha significato l’inizio della scalata, rischiosa, al vertice dell’organizzazione. Ora il capo del gruppo è dato per eclissato, e questo mistero su dove sia, dove si muova e di chi si circondi continua a alimentare dubbi, in una guerra in cui a perdere sono i civili: i morti dei massacri del 7 ottobre, gli ostaggi di Hamas, le decine di migliaia di persone uccise a Gaza in un anno. Morti che per Sinwar sono parte di un cinico gioco più grande. A cui l’estrema destra israeliana dà, quotidianamente, sponda con le sue mosse sul campo.