Israele spera che una disfatta militare in caso di reazione diretta dello Stato Ebraico contro la Repubblica Islamica dopo i raid dell’1 ottobre causi il tracollo dell’Iran degli ayatollah. Ma la prospettiva è remota. E anche le manovre di Reza Ciro Pahlavi, erede dell’ultimo scià che ha invitato le genti “persiane” a sollevarsi contro il governo khomeinista di Ali Khamenei appaiono spuntate. Come lo sono stati i messaggi di Benjamin Netanyahu orientati al regime change.
Il politologo neoconservatore Robert Kaplan dagli Stati Uniti paragona l’Iran alla Germania nazista e invita Netanyahu all’azione per rovesciare la Repubblica Islamica: “Il bombardamento alleato delle città civili in Germania nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale è di dominio pubblico e viene regolarmente criticato da intellettuali e altri moralisti. Ma faceva parte di una strategia per sconfiggere la Germania nazista il più rapidamente possibile”, ha scritto Kaplan su National Interest. Aggiungendo che l’obiettivo finale di Tel Aviv nella guerra in Medio Oriente è e dovrà continuare a essere l’abbattimento del governo iraniano.
Per Kaplan tutto, dalle bombe su Gaza ai raid sanguinosi sul Libano, fa parte di un gioco che vale la candela: “ogni giorno in cui il regime clerico-fascista in Iran rimane al potere è, in termini di vite perse, un abominio morale più grande di qualsiasi cosa Israele abbia fatto o stia facendo”. Una reductio ad Hitlerum di nota fattura per il contesto neo-con che sottende la strategia di Tel Aviv per alzare la posta in Medio Oriente. Ma porta con sé una tragica illusione. Anzi, forse meglio dire una triplice illusione.
La prima è quella dell’esportazione della democrazia, oggi reimpastata come “esportazione del regime change”. Si vuole la caduta della teocrazia sciita senza un’alternativa. E senza nemmeno dare l’illusione di coccolare almeno una fetta della società iraniana, anche quella più scontenta della repressione degli ultimi anni.
La seconda, potente illusione è che la supplenza a questa lacuna possa venire dalla proposta di modelli esogeni senza alcun peso nella società iraniana. I falchi repubblicani americani hanno storicamente preferito i Mujaheddin del Popolo (Mek) aventi base operativa in Albania, Israele coccola oggi i nostalgici della monarchia. Entrambi hanno gravi forme di sottovalutazione della società iraniana. Pahlavi, come Netanyahu, insiste su un paragone tra l’Iran e l’antica Persia che mal si concilia, come ha ricordato Alessandro Cassanmagnago su queste colonne, con una società complessa popolata anche da curdi, balochi, afghani e azeri oltre che dagli iraniani di stirpe propriamente persiana.
Infine, la terza ellusione emerge dall’assioma che questo regime change possa essere ottenuto a colpi di bombe. A maggior ragione se lanciate da uno Stato, Israele, che ha aperto con forza tattica ma ancora poca lucidità strategica diversi fronti in Medio Oriente.
Il noto commentatore Gideon Rachman ha, sul Financial Times, pubblicato un editoriale che parla della forte “illusione” del regime change iraniano: “Bombardare l’Iran e le sue infrastrutture critiche, nella vaga speranza che ciò causerà il crollo del regime, è anche una strategia profondamente poco convincente”, analizza Rachman. Aggiungendo che “invece di aiutare l’opposizione interna, gli attacchi israeliani o americani potrebbero in realtà aiutare il regime provocando un effetto di raduno attorno alla bandiera, mentre gli iraniani patrioti seppelliranno le loro divergenze per unirsi contro un aggressore straniero”.
Rachman ricorda poi che una transizione democratica non si cala dall’alto e che, anche se imperfetti, i modelli vincenti sono quelli che nascono dalle società di riferimento: “Negli ultimi decenni, le transizioni democratiche che hanno funzionato meglio hanno avuto luogo in paesi come Polonia, Sudafrica e Cile, quando governi autocratici, spinti dal cambiamento generazionale o da cambiamenti nella politica mondiale, si sono seduti con i loro oppositori e hanno negoziato”. La corsa degli apprendisti stregoni della geopolitica a favorire trend accelerazionisti o lo scoppio di un incendio generalizzato con l’attacco all’Iran non aiuterebbe questo processo, con ogni probabilità consegnerebbe le potenze occidentali a una guerra di lunga durata e sconvolgerebbe l’economia globale. Guai a ripetere gli errori del passato, dunque. Specie in assenza di conoscenza storica e, soprattutto, di strategia per una guerra che, a un anno dai massacri del 7 ottobre, è fuori controllo. E in cui lo scontro Iran-Israele può essere la variabile più preoccupante.