Partiamo dall’inizio. Da quella notte tra il 7 e l’8 aprile dell’anno scorso che ha segnato uno dei momenti di massima tensione nella guerra in Siria. L’aviazione russa e quella sirana stanno bombardando Douma, uno dei più importanti centri abitati della Ghouta orientale, mentre le truppe di terra avanzano faticosamente.

In questo fazzoletto di terra non lontano dalla capitale sono asserragliati i miliziani dell’Esercito dell’islam, una fazione radicale che, in passato, si è resa protagonista di crimini efferati contro le minoranze religiose ed è proprio da quei sobborghi che i jihadisti continuano a far piovere missili e colpi di mortaio sulla capitale Damasco.

Donald Trump traccia la sua linea rossa e annuncia che gli Stati Uniti sono pronti a bombardare la Siria nel caso in cui si dovessero verificare attachi chimici. Ed è proprio quello che accade nella notte tra il 7 e l’8 aprile. Le immagini diffuse dai civili di Douma sono tremende. Donne e bambini sono costretti a indossare delle maschere per continuare a respirare e molte persone appaiono con la bava alla bocca. Subito si punta il dito contro Bashar al Assad, accusato – ancora una volta – di aver usato le armi chimiche contro il suo stesso popolo. Un crimine tremendo che deve essere punito. Per questo motivo, gli Stati Uniti, subito appoggiati da Francia e Gran Bretagna, bombardano la Siria. Ma non subito. Il mondo rimane col fiato sospeso per sei giorni, fino a quando – il 14 aprile – i missili da crociera americani illuminano il cielo per poi impattarsi contro un presunto sito usato dal regime per sviluppare armi chimiche.

Nel frattempo, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimche (Opcw) comincia ad indagare. Non senza difficoltà dato che, almeno all’inizio, i suoi ispettori finiscono prima nel mirino di alcuni uomini armati (ad oggi non si sa ancora con certezza se a sparare furono i governativi oppure i ribelli) e poi rallentati nel loro ingresso a Douma. Insomma, la verità era ancora lontana in quei giorni di metà aprile e anche oggi pare ancora un lontano miraggio, in quanto i rapporti dell’Opcw hanno sì negato la possibilità che Assad abbia usato dei gas nervini, ma hanno lasciato invece intedere che potrebbe aver usato del cloro. Fin qui la storia. Ma la cronaca di questi giorni aggiunge un nuovo tassello a questa vicenda non priva di ombre.

Qualche giorno fa, il sito Working Group on Syria. Propaganda and Media, che già nel nome lascia intedere la sua vicinanza al regime di Assad, ha diffuso un documento datato 27 febbraio stilato da Ian Henderson, uno dei tecnici dell’Opcw, che in alcuni punti contrasta con la versione diffusa dall’Opcw, soprattutto quando si legge: “Le dimensioni, le caratteristiche e l’aspetto dei cilindri e la scena circostante gli incidenti erano incoerenti con quanto ci si sarebbe aspettati nel caso in cui uno dei due cilindri fosse stato lanciato da un aereo (…) In sintesi, le osservazioni sulla scena dei due luoghi, insieme all’analisi successiva, suggeriscono che vi è una maggiore probabilità che entrambi i cilindri siano stati posizionati manualmente in queste due posizioni anziché essere stati lanciati dagli aerei”. Ovvero: sarebbero stati i jihadisti dell’Esercito dell’islam a posizionare i cilindri contenenti il cloro in una zona precedentemente bombardata dai governativi per far ricadere la colpa su Assad e scatenare così la reazione americana.

L’esistenza di questo documento è stata rivelata al grande pubblico da Peter Hitchens, sul suo blog sul Mail Online, che, data la fonte iniziale (come detto, certamente non imparziale), si è subito premurato di conttatre l’Opcw, ottenendo una risposta molto articolata che si conclude con le seguenti parole: “In base alle sue politiche, il segretariato tecnico dell’Opcw sta conducendo un’indagine interna sul rilascio non autorizzato del documento in questione”. Che in soldoni significa: il documento è genuino ed è nostro.

Cos’è successo a Douma?

Ancora oggi, a oltre un anno di distanza, non è possibile sapere con certezza ciò che è successo a Douma. Probabilmente, nemmeno l’Opcw lo sa, come testimonia il documento citato. Del resto, come ha scritto Robert Fisk sull’Independent, “in tutti i casi di questo tipo, è necessario capire che la ricerca di prove di un attacco chimico è notoriamente complessa. È necessariamente una scienza inesatta. Diversamente dai frammenti delle bombe, le schegge di proiettile, le basi d’appoggio dei mortai, i codici informatici dei razzi o i manuali delle armi, i gas non riportano nessuna pratica etichetta che possa rivelare i proprietari dei manufatti”.

Quello che testimonia questo documento è che, come riporta lo stesso Fisk, all’interno dell’Opcw

c’è una maggioranza di scienziati che è arrivata alla conclusione che i cilindri di ‘gas’ siano passati attraverso il tetto e una minoranza che non lo crede

Come dimostrano gli stessi documenti dell’Opcw, di fronte a notizie di presunti attacchi chimici bisogna fare molta attenzione. E lo prova anche lo smentito attacco chimico a Idlib di cui è stato incolpato Assad lo scorso 19 maggio. Attacco chimico che, però, non c’è mai stato.

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