Mentre a Gaza vacilla una tregua sempre più fragile, Israele continua a infiammare altri fronti. Domenica scorsa, il Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che Israele non si ritirerà dalla Siria e non permetterà al nuovo regime di Damasco di entrare nel territorio a Sud della capitale Damasco. Si tratta del Monte Hermon, conosciuto anche come Jabal al-Sheikh, che l’IDF ha occupato dallo scorso dicembre, a seguito della caduta del regime di Bashar al-Assad. Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, starebbe considerando il ritiro di migliaia di soldati americani dalla Siria, una decisione che ha spinto sin dal suo primo mandato.
Fatto che, se attuato, susciterebbe “una grande preoccupazione in Israele”, come ha riportato Kan, l’emittente pubblica di Tel Aviv, a seguito delle dichiarazioni di alti funzionari della Casa Bianca sui piani di Trump.
L’occupazione israeliana “per un tempo illimitato”
I funzionari israeliani hanno affermato che la presenza dell’esercito di Tel Aviv sarà stabile nei primi 15 chilometri lungo il confine con lo Stato Ebraico, ma che la sua zona d’influenza si estenderà per un totale di 60 chilometri all’interno del territorio siriano, per un “tempo illimitato”. Si tratta, in sostanza, di una violazione reiterata della sovranità siriana. Ebbene, questa non è l’unica messa a segno da Israele. Difatti, secondo quanto previsto dall’accordo di cessate il fuoco, l’IDF avrebbe dovuto ritirarsi completamente dal sud del Libano entro il 26 gennaio. Tuttavia, questa scadenza è stata prorogata al 18 febbraio, a causa del rifiuto di Tel Aviv di rispettare i termini stabiliti nell’intesa. La scorsa settimana poi, l’esercito israeliano ha effettivamente ritirato le proprie forze dalle città meridionali del Libano, ma ha comunque mantenuto la sua presenza militare su cinque avamposti situati lungo il confine.
Il comitato di monitoraggio del cessate il fuoco, composto da USA, Francia e forze ONU-UNIFIL, non è riuscito a imporre a Israele l’attuazione della clausola più importante dell’accordo, ovvero il ritiro completo delle sue truppe. Difatti, l’esercito israeliano ha mantenuto il controllo su cinque alture: le colline di Hamames, Labbouneh, Blat, Aaziyyeh e il Monte al-Deir.
Questi siti sono considerati fondamentali da Israele per una strategia più psicologica che militare. Infatti, il posizionamento di truppe su terreni elevati non è più necessario per monitorare o sorvegliare i movimenti attraverso i confini nemici. Oggi queste funzioni sono facilmente assicurate, anche senza presenza militare, dai moderni aerei da ricognizione in grado di operare, sorvegliare e monitorare da qualsiasi altezza. Di conseguenza, l’occupazione israeliana in Libano sembra rispondere più a motivi psicologici, come il rafforzamento del morale tra il suo pubblico e le sue forze armate.
La posizione del Governo libanese è stata chiara e unificata “nel rifiutare la presenza del nemico all’interno del territorio libanese”, ribadendo la necessità del ritiro di Israele dai suoi confini, in conformità con il diritto internazionale e come previsto dalla Risoluzione ONU 1701 (l’accordo che poneva le basi per la fine della Seconda guerra del Libano).
Continua l’offensiva militare in Cisgiordania
Accanto alla Siria e al Libano, Israele continua a spadroneggiare in Cisgiordania dove, per la prima volta dopo più di vent’anni, ha schierato i suoi carri armati. La violenta offensiva militare, iniziata poco dopo l’entrata in vigore del (parziale) cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, ha costretto 40mila palestinesi a fuggire dai campi profughi del Nord della Cisgiordania. A tal proposito, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz ha dichiarato “che le truppe di Tel Aviv resteranno nei campi profughi della Cisgiordania per il prossimo anno”, annunciando, tra le altre cose, “che gli sfollati di Jenin, Tulkarem e Tubas non potranno tornare alle loro case”.
Il dispiegamento dei carri armati nella West Bank è avvenuto dopo che Netanyahu ha ordinato un’escalation nel territorio occupato, a seguito degli attentati contro autobus vuoti nella città di Bat Yam, un attacco terroristico che il leader israeliano ha imputato ai palestinesi. Tuttavia, come riportato da The Times of Israel, è significativo che due israeliani ebrei siano stati arrestati per il loro presunto coinvolgimento nel bombardamento.
Secondo le Nazioni Unite, più di 50 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane in Cisgiordania da quando è stata lanciata la nuova operazione il mese scorso. I morti comprendono molti civili e bambini, mentre l’esercito israeliano ha esteso l’ordine di fuoco aperto su tutta la zona. La notizia di due giovanissimi palestinesi uccisi, ne è la drammatica riprova. Rimas al-Amouri, una ragazzina di 13 anni, è stata colpita alla schiena mentre si trovava nel cortile della sua casa a Jenin. La stessa tragica sorte è toccata ad Ayman Nassar Taysir al-Hemouni, un bambino di 12 anni, ucciso dai soldati israeliani, che lo hanno colpito alla schiena mentre si trovava vicino a casa di un parente, a bordo di veicoli blindati. Le scene che arrivano dai social media, sembrano un drammatico déjà vu di quel che è stato vent’anni fa. I carri armati israeliani che avanzano e i palestinesi che si difendono come possono: lanciando pietre contro i veicoli militari.

