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Lo scorso 26 marzo è andata in scena quella che è la più grande dimostrazione di forza (aerea) di sempre da parte della Cina: secondo il ministero della Difesa di Taipei non meno di 20 velivoli sono entrati, contemporaneamente, nella Adiz (Air Defense Identification Zone) che circonda l’isola considerata “ribelle” da Pechino.

Una Adiz, in italiano zona di identificazione della difesa aerea, è uno spazio aereo su terra o acqua in cui l’identificazione, localizzazione e controllo di aeromobili civili e militari vengono eseguiti nell’interesse della sicurezza nazionale. Tali zone possono estendersi oltre il territorio di un Paese per dare allo stesso più tempo per rispondere all’intrusione di velivoli potenzialmente ostili. Il concetto di Adiz non è definito e regolato da alcun trattato o organismo internazionale, ciononostante è prassi comune che svariate nazioni individuino una porzione di cielo che va al di là del proprio spazio aereo legalmente riconosciuto per estendere il raggio d’azione della loro difesa aerea, soprattutto in considerazione della tipologia di minaccia portata da velivoli militari avversari, che possiedono armamenti in grado di colpire a lunga e lunghissima distanza.

Si tratta, fattualmente, dell’estensione della propria sovranità nazionale e quindi una sorta di parziale nazionalizzazione degli spazi aerei, al pari di quanto avviene sui mari con la definizione – ancora legalmente ambigua – delle Zee, le Zone di Esclusività Economica, oggetto di contese anche accese.

Tornando alla cronaca, venerdì risulta che 10 caccia multiruolo J-16, due J-10, quattro bombardieri strategici H-6, due velivoli antisom (Asw) Kq-200, nonché una piattaforma di allarme e controllo precoce KJ-500 (Aew&C) insieme a un aereo da ricognizione Y-8 siano penetrati nella Adiz di Taiwan.

L’incursione più grande

Quanto successo è sicuramente la più imponente manovra che si ricordi effettuata dalla Cina nei confronti dell’isola. Si tratta di una esercitazione vera e propria che si distingue nettamente, per tipologia e numero di velivoli partecipanti, a ogni manifestazione simile vista in precedenza. La rotta tenuta dalla formazione, poi, è indicativa della finalità: il blocco delle possibili linee di rifornimento di Taiwan. Da quella posizione, infatti, la Plaaf oltre a colpire le strutture militari a est dell’isola, può anche “bloccarla” completamente.

In uno scenario di conflitto aperto, le Forze Armate cinesi probabilmente circonderanno l’isola da tutte le direzioni con la flotta – utilizzando anche le portaerei – e quindi attaccherà possibili rinforzi da Stati Uniti e Giappone.

L’esercitazione di venerdì probabilmente ha mostrato parzialmente questa capacità di blocco, in cui la Plaaf dovrà per forza assicurarsi la superiorità aerea e il controllo del mare, per poi difendersi dagli interventi stranieri.

L’accaduto rappresenta la più grande “incursione” delle Forze Aeree Cinesi (Plaaf – People’s Liberation Army Air Force) nello spazio aereo circostante Taiwan di sempre, e non è affatto casuale: il giorno prima Washington e Taipei hanno firmato un memorandum d’intesa (MoU) sulla cooperazione della guardia costiera. Il memorandum “stabilisce una cooperazione con obiettivi comuni di salvaguardia delle risorse marittime, riduzione della pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata e partecipazione a missioni di ricerca e soccorso marittimo congiunti e di risposta ambientale”.

Sulla base del documento, le due parti istituiranno un gruppo di lavoro tra l’Amministrazione della Guardia Costiera di Taiwan (Cga) e la Guardia Costiera degli Stati Uniti (Uscg) per la comunicazione e la condivisione delle informazioni e per costruire una partnership più forte per le missioni di salvataggio in mare e l’applicazione della legge marittima. Quest’ultimo punto risulta il più interessante e proprio per quanto detto prima sulle Eez: se nei cieli la disputa sulle Adiz per il momento risulta essere sospesa, nei mari quella per le zone di esclusività non lo è affatto, e soprattutto da quelle parti. In ballo c’è infatti il diritto alla libertà di navigazione marittima, contestato dalla Cina per quanto riguarda le acque circostanti gli arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale che rivendica per sé, nonché la delicatissima questione dello Stretto di Taiwan, considerato unilateralmente da Pechino come “acque interne”.

Prima del MoU tra Washington e Taipei, il primo atto ufficiale della presidenza Biden nei confronti dell’isola, la guardia costiera di Taiwan si limitava a prendere regolarmente parte alle esercitazioni di addestramento presso l’Accademia della Guardia Costiera Usa e invitava i membri dell’Uscg a visitare Taiwan per aumentare le interazioni bilaterali. Da giovedì i due servizi navali potranno ufficialmente effettuare missioni congiunte. Questo significherà che i cutter dell’Uscg potranno partire da Taiwan per effettuare pattugliamenti: un altro tassello nella cooperazione militare tra i due Paesi che ha fortemente irritato Pechino, come si evince dalla risposta di venerdì scorso.

La politica di Biden

Il presidente Biden, come già abbiamo avuto modo di dimostrare, sta perseguendo la stessa linea politica di scontro con la Cina dell’amministrazione precedente: il gesto di invitare la delegazione diplomatica di Taiwan nel giorno del suo insediamento (qualcosa che non avveniva dal 1979) è stato solo il primo, forte, segnale delle intenzioni statunitensi. Già ad inizio dello scorso novembre eravamo venuti a sapere che un contingente di Marines Usa sarebbe giunto nell’isola per addestrare le truppe anfibie locali: qualcosa che, certamente, avveniva anche in passato, ma che non era mai stato ammesso ufficialmente. Ora, insieme agli accordi stretti tra Washington e Taipei per gli armamenti (tra i quali nuovi caccia F-16), questo nuovo patto di cooperazione è stato visto da Pechino come l’ennesima provocazione, e pertanto ha reagito con la massima delle minori risposte possibili: un decollo in massa di velivoli di vario tipo diretti verso l’Adiz taiwanese. Qualcosa che la Cina fa, ormai, regolarmente proprio in risposta (ma non solo) all’ufficializzazione di nuovi legami tra Usa e Taiwan e anche in caso di visite diplomatiche.

Una lenta ma continua escalation

L’escalation sembra non fermarsi. Proprio il giorno prima dell’accordo bilaterale, viene svelato un ulteriore programma di potenziamento delle forze armate di Taiwan che stanno attraversando, come detto, una fase di modernizzazione per offrire un deterrente più efficace in grado di opporre un certo contrasto al potenziale militare cinese in caso di invasione. Tra questi è stata sottolineata la necessità di reagire colpendo le basi militari cinesi collocate in profondità all’interno del territorio in caso di conflitto. Il ministro della Difesa di Taiwan, Chiu Kuo-cheng, ha affermato infatti che sviluppare una capacità di attacco a lungo raggio è una priorità e pertanto Taipei sta mettendo in produzione un modello di missile terrestre a lungo raggio e altri tre dello stesso tipo sono in fase di sviluppo. “Ci auguriamo che siano a lungo raggio, precisi e mobili”, ha detto il ministro, aggiungendo che la ricerca su tali armi da parte del National Chung-Shan Institute of Science and Technology di proprietà statale non si era “mai fermata”.

Non c’è da stupirsi che Taipei abbia intrapreso questa corsa agli armamenti, anche missilistici. La Cina sta implementando il numero delle sue infrastrutture militari e migliorando quelle già esistenti: l’ultima scoperta, in ordine cronologico, è un grosso eliporto, la cui costruzione sarebbe cominciata a luglio 2019, che si posiziona a soli 240 chilometri dall’isola.