Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, afferma che “bombardamenti pesanti e mirati” contro l’Iran sarebbero “continuati, ininterrottamente per tutta la settimana o finché necessario”. Gli ha fatto eco Israel Katz, ministro della Difesa d’Israele, che non ha fornito limiti temporali e spaziali all’intervento israeliano contro la Repubblica Islamica.
Ucciso Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, assieme a molti altri vertici del regime (40 alti funzionari, secondo fonti americane che hanno parlato alla Cbs), l’Iran valuta le opzioni per capire in che misura l’intensa campagna di bombardamenti condotta da Washington e Tel Aviv possa essere arginata e come trovare un endgame in grado di conservare in piedi il Paese. Del resto Teheran deve far fronte a una sfida esistenziale: una campagna di decapitazione del vertice del regime unita a un massiccio attacco alle strutture critiche del Paese, all’infrastruttura e alla sostenibilità stessa della Repubblica Islamica come istituzione di riferimento dell’Iran.
Iran, colpi durissimi e valutazioni future
I danni subiti sono stati durissimi, non solo per la morte di Khamenei, e ora Teheran deve rispondere a diversi interrogativi: quanto a lungo è sostenibile questa offensiva? Quanto in profondità potranno colpire Usa e Israele? In che misura le forze armate e la struttura istituzionale può reggere un conflitto prolungato? Con che armi o azioni reagire?
Le risposte a queste domande appaiono estremamente articolate e complesse, e avranno essenzialmente a che vedere con un dato: l’effettiva capacità dell’Iran di essere un solido incassatore di colpi come ha dimostrato nell’ultimo decennio. Dalla fase di massima proiezione regionale Teheran ha assorbito: nuove sanzioni americane dopo la fine degli accordi sul nucleare nel 2018; l’eliminazione del generale Qasem Soleimani nel 2020; un’ondata di operazioni ibride e d’intelligence israeliane che hanno colpito alti vertici del regime e dei Pasdaran; attacchi di Tel Aviv alle strutture militari in Siria durante l’intervento a sostegno di Bashar al-Assad; il sostanziale stravolgimento della Mezzaluna Sciita nel 2023-2024; da ultimo, gli assalti militari del 2025 e del 2026. Tutto questo con cinque ondate di proteste di varia entità, con quelle del 2022-2023 e quelle del 2025-2026 che hanno mostrato crepe nella struttura di potere del regime.
La difesa in profondità e la strategia a mosaico
I colpi di maglio dell’Israel Defense Force e del Centcom statunitense saranno decisivi per far crollare un edificio fatiscente o le fondamenta reggeranno? Questo il grande dilemma. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri di Teheran, ha parlato ad Al Jazeera di unità militari spesso disperse e senza coordinamento, e secondo alcuni analisti ciò avrebbe palesato il fatto che l’Iran sta mostrando un palese vuoto di potere a livello intermedio, mentre secondo l’iranista Abdolrasool Divsallar è una manifestazione della strategia di difesa a mosaico che ha decentralizzato i centri di comando e controllo sul modello dell’esperienza maturata osservando l’Iraq di Saddam Hussein, il cui sistema centralizzato fu decapitato dall’offensiva americana nel 2003.
Opinione, questa, condivisa da un altro politologo di spessore esperto nelle dinamiche della Repubblica Islamica, Vali Nasr, secondo cui l’Iran mirerebbe a massimizzare il suo risultato puntando a “assorbire gli attacchi statunitensi e israeliani, mantenere la posizione e segnalare l’espansione della guerra”, come fatto attaccando le basi nei Paesi del Golfo. Sostanzialmente, il dilemma è tutto sui costi del conflitto: da un lato, quanti ne può sostenere l’Iran dopo anni di duri colpi subiti alla sua struttura apicale, al suo apparato militare, alla sua economia; dall’altro, quanti ne sono disposti a tollerare gli Stati Uniti, Israele e i Paesi della regione di fronte al rischio di una paralisi strutturale dell’economia e dei traffici.
Ali Hashem su Amwaj ha del resto posto in essere una considerazione chiave: per l’Iran ” la sopravvivenza del sistema rimane la priorità assoluta” e “la strategia iraniana privilegia la sopravvivenza e la continuità, piuttosto che la prevalenza in ambito militare”. In sostanza, deve divenire troppo costoso per Washington e Tel Aviv obliterare la Repubblica Islamica e troppo dispendioso proseguire il conflitto, sottolineando che “il fatto che l’Iran sia riuscito a mantenere la sua campagna di ritorsione nonostante le perdite di leadership indica che la pressione non porterà alla paralisi strategica”.
Assorbire i danni
Morto Khamenei, il sistema ha provato a trasformarsi, con il segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale Ali Larijani a fare da playmaker e Richelieu del potere di Teheran e il triumvirato costituito dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e dall’ayatollah Alireza Arafi a gestire la transizione. Basterà? Difficile dirlo. Il calcolo è di quelli spericolati, come spesso caratteristico di una leadership che ha navigato mezzo secolo con un ferreo controllo sull’Iran e un’ambiziosa strategia regionale oggi divenuta lotta per la sopravvivenza e battaglia esistenziale.
Il punto di caduta per l’Iran è anche legato alla volontà americana di esaurire le proprie scorte di missili, bombe, antiaerea e strumenti operativi avanzati in un conflitto ad alta intensità. Washington deve potenziare i suoi arsenali e blindare quelli israeliani. Durerà di più la capacità dell’Iran di assorbire nuovi colpi e sostenerne i costi umani, politici e materiali o la volontà statunitense di proseguire questa manovra offensiva? Sono domande da tenere d’occhio con attenzione per sottolineare che il definitivo crac dell’Iran non è da dare per scontato. E che la prospettiva di una campagna dispendiosa va presa in considerazione.
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