La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

Lunedì 30 maggio, 30 aerei militari della Repubblica Popolare Cinese hanno sorvolato l’area di difesa aerea (Adiz: Air Defence and Identification Zone) di Taiwan. La provocazione aerea di lunedì, condotta con 22 caccia, aerei per la guerra elettronica e anti-sommergibile, trenta apparecchi in tutto, è la più grave dall’inizio dell’anno. Tante le ipotesi sul tavolo. Può essere una risposta alle parole, ambigue, del presidente Joe Biden, sulla possibilità che gli Usa intervengano anche militarmente in difesa dell’isola. O una dimostrazione di forza rivolta alla delegazione del Congresso americano, in visita a sorpresa a Taipei. Oppure semplicemente fa parte di un crescendo di provocazioni della Repubblica Popolare contro quella che Pechino definisce una sua “provincia ribelle”. I rapporti di Taipei con gli Stati Uniti, in ogni caso, vanno analizzati perché stanno cambiando.

Nel corso della sua visita al Giappone, il 23 maggio, in una conferenza stampa, Biden ha risposto “Sì” alla domanda più importante: gli Usa interverrebbero in caso di attacco? Poi ha aggiunto: “Noi sosteniamo la politica di Unica Cina (riconoscimento di Taiwan quale parte integrante della Cina continentale, ndr). L’abbiamo sottoscritta, così come tutti gli accordi successivi che ne sono derivati. Ma l’idea che (Taiwan, ndr) possa essere presa con la forza, meramente con la forza, non è semplicemente appropriata. Colpirebbe l’intera regione e sarebbe un’altra azione simile a quella accaduta in Ucraina”. E a proposito delle incursioni aeree cinesi, Biden ha commentato che la Cina “sta corteggiando il pericolo”.

Ma poi la Casa Bianca stessa lo ha corretto, affermando che non è cambiato nulla rispetto alla politica del passato. Gli Usa riconoscono il principio di Unica Cina e questo è ciò che conta, almeno sul piano formale. Quindi anche il presidente stesso, tornando sui suoi passi, ha rassicurato Pechino.

Pechino ha immediatamente reagito, alzando i toni. Il comunicato del ministero degli Esteri cinese afferma che, sulla questione di Taiwan, “non è disposto a scendere a compromessi o a far concessioni”. La Cina non ha gradito neppure la rettifica della Casa Bianca e quella successiva del presidente Biden. Secondo il Global Times (quotidiano ufficiale di Pechino, in lingua inglese), si tratta di “un modo in cui l’amministrazione Biden cerca di provocare la Cina”.

In effetti non si tratta della prima volta che Biden fa affermazioni di questo genere. Il 21 ottobre, dopo un presunto test cinese in cui sarebbe stato lanciato un missile ipersonico (la Cina ha negato di averlo effettuato), Biden aveva dichiarato, alla Cnn, che gli Usa sarebbero intervenuti militarmente in caso di attacco a Taiwan. Anche in quella circostanza, la Casa Bianca lo aveva smentito, affermando che la politica statunitense nei confronti di Taiwan e della Cina non fosse mai cambiata.

Il 30 maggio (giorno della dimostrazione aerea cinese) è invece arrivata a Taipei la delegazione del Congresso statunitense, guidata dal senatore democratico Tammy Duckworth. Il gruppo americano ha incontrato la presidente Tsai Ing-wen, il premier Su Tseng-chang e il ministro dell’Economia Wang Mei-hua. Gli argomenti sul tavolo sono tanti: sicurezza regionale, cooperazione economica e commerciale, relazioni bilaterali fra Usa e Taiwan. Non si tratta di un riconoscimento formale e, a seguito del viaggio di Biden in Asia, Taiwan non è stata presa in considerazione per la costituzione della nuova area di cooperazione economica nell’Indo-Pacifico, la Indo-Pacific Economic Framework. Tuttavia si tratta di un modo, informale, per comunicare alla presidente e al governo di Taipei che a Washington non si sono dimenticati di loro. E per la Cina è una nuova “provocazione” politica.

Anche per il Senato americano non si tratta della prima visita di questo genere. Lo scorso 15 aprile, Tsai Ing-wen aveva ricevuto una commissione bi-partisan guidata dal senatore repubblicano Lindsey Graham. “Il coraggioso popolo di Taiwan è un grande alleato degli Stati Uniti ed è un faro della libertà in una regione carica di problemi”, aveva twittato Graham in quell’occasione.

Il 1 marzo precedente, era giunta a Taiwan, invece, una delegazione di tipo diverso: cinque ex alti ufficiali e funzionari della difesa statunitensi, guidati dall’ammiraglio in pensione Mike Mullen (presidente degli Stati Maggiori Riuniti dal 2007 al 2011). La visita era avvenuta in contemporanea con l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. A conclusione degli incontri istituzionali con i vertici di Taipei, gli ex ufficiali avevano ribadito l’impegno degli Usa nella difesa dell’isola. La Cina, anche in quel caso, aveva lamentato la “provocazione”.

Oltre alle parole gli Stati Uniti sono impegnati anche concretamente per la difesa dell’isola cinese. In aprile, secondo la stampa di Taiwan, l’esercito statunitense ha costituito un campo di addestramento per le truppe locali, mentre un’ottantina di militari taiwanesi sono negli Usa per essere istruiti sull’uso dei carri M1A2T Abrams. Non è la prima notizia di questo genere. Lo scorso ottobre, Tsai Ing-wen aveva confermato per la prima volta la presenza di forze statunitensi “per scopi addestrativi”. Ed anche nel novembre 2020, il governo di Taipei aveva parlato già dell’arrivo sull’isola di marines americani “per un breve periodo di addestramento”. La presenza di forze di addestramento americane a Taiwan risponde sia a un’esigenza interna, sia esterna. Interna: il grado di preparazione delle forze armate taiwanesi, nell’ultimo decennio, si è ridotto a causa di una politica di tagli alla spesa militare. Esterno: parallelamente al declino militare di Taiwan, la Cina, dal 2020, ha innalzato il livello di minaccia, concentrando maggiori forze nello Stretto e aumentando il numero e la portata delle esercitazioni e provocazioni.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.