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Guerra

Difendere i cieli e proteggere le rotte marittime, la strategia italiana nella Terza guerra del Golfo

La Terza guerra del Golfo continua e l’Italia fa le sue mosse. Il governo di Giorgia Meloni è pronto a schierare il Paese per difendere i cieli di Cipro e dei Paesi del Golfo coinvolti nella risposta iraniana all’assalto israelo-americano...

La Terza guerra del Golfo continua e l’Italia fa le sue mosse. Il governo di Giorgia Meloni è pronto a schierare il Paese per difendere i cieli di Cipro e dei Paesi del Golfo coinvolti nella risposta iraniana all’assalto israelo-americano impegnando almeno una fregata, per la precisione Nave Martinengo, a sostegno dell’Isola di Venere e una batteria antiaerea Samp-T a sostegno dei partner arabi.

Una decisione che è al contempo politica e strategica e risponde alle crescenti preoccupazioni dell’Italia per la grande guerra mediorientale, che si sta strutturando come conflitto regionale con spillover globali sul piano economico, energetico e securitario. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riconosciuto come esterna al diritto internazionale l’operazione americana e israeliana ma l’Italia ha una serie di interessi critici da difendere nella regione che chiamano a un impegno di tutela in prima fila degli asset nazionali presenti nel Levante.

I legami di Roma con l’area di crisi

Partiamo dalla presenza militare. Roma schiera le truppe nella missione Unifil in Libano, messa sotto pressione dalla drammatica escalation nel Paese dei Cedri. I militari italiani sono presenti, inoltre, con degli Eurofighter Typhoon nella base di Ali al-Salem in Kuwait, e a Camp Singara, la base a Erbil, nel Kurdistan iracheno, che prende il nome della fortezza romana dell’epoca di Settimio Severo e fornisce addestramento ai Peshmerga del governo regionale. Sono oltre 2.500, complessivamente, le truppe tricolori in Medio Oriente. A cui si aggiungono importanti interessi economici.

Sebbene sorpassato dagli Usa, il Qatar è il secondo maggior fornitore al Paese di gas naturale liquefatto, e l’Iraq è stabilmente nella top 10 di quelli di petrolio. A Ras Laffan, Eni e QatarEnergy hanno progetti in joint venture sul Gnl qatariota, in Iraq il maxi-porto iracheno in via di costruzione di Grand Faw, inserito nel progetto Iraq Development Road tra Iraq , Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, ha tra i progettisti la ditta italiana Technital, basata a Verona, mentre WeBuild ha grandi interessi in Arabia Saudita.

Inoltre, Roma ha una partnership strutturata sia con Doha sia con gli Emirati Arabi Uniti per programmi di co-investimento, commercio e innovazione. L’Italia è il primo partner commerciale non energetico degli Emirati in Europa e con Abu Dhabi partecipa alla strategia del progetto per il corridoio indo-mediterraneo Imec guidato da Nuova Delhi.

Difendere il Golfo per difendere l’Italia

Puntellare la difesa aerea di questi Paesi serve all’Italia a fare proiezione avanzata per sostenere interessi consolidati e tutelare professionisti e cittadini nazionali operanti nel Golfo. In seconda linea c’è Cipro, nazione dell’Unione Europea su cui in un quadro di solidarietà mediterranea è calata la tutela di Italia, Francia, Grecia e Spagna e in cui Eni è invece operatore del giacimento Cronos-1 di gas naturale.

Schierare una nave a Cipro salderebbe inoltre una catena operativa di garanzia delle rotte navali dal territorio nazionale all’isola del Mediterraneo orientale con un occhio sul Mar Rosso dove incrocia la missione Aspides europea, a cui l’Italia partecipa e che ha il compito di agire in termini di deterrenza contro una possibile aggiunta al conflitto degli Houthi yemeniti. Circa il 40% del nostro commercio passa dal Mar Rosso e l’Italia non può permettersi una disruption ulteriore dopo quella energetica.

Roma non può permettersi certamente un sostegno diretto all’operazione israelo-americana, anche in virtù di rapporti politici con l’Iran che potrebbero tornare comodo in caso di mediazione, ma nemmeno una frattura nel campo euroatlantico come quella consumatasi tra gli Usa e la Spagna.

Perché l’Italia non resta ferma nel Golfo

La presenza di questa rete di interessi impone a Roma di non restare inerte, anche per l’attenzione che molti cittadini hanno in prima persona per il teatro mediorientale. “Decine di migliaia di civili italiani vivono e lavorano nei paesi del Golfo, in aziende energetiche, imprese edili, missioni diplomatiche”, e dunque “se la difesa aerea del Golfo dovesse crollare e l’evacuazione diventasse necessaria, l’Italia ha bisogno di un corridoio protetto per uscire”, nota l’analista finanziario Shanaka Anslem Perera sul suo profilo X.

Secondo Perera, l’attivazione del sostegno tramite Samp-T, dunque, “non è generosità, ma un investimento”. La manovra pone l’Italia di fronte alla necessità di giocare un ruolo in Europa e nel terreno atlantico per favorire una de-escalation, evitare un’impennata dei prezzi energetici capace di mettere a repentaglio l’export su cui si basa la prosperità nazionale, presentarsi come un partner credibile per futuri appalti per la ricostruzione e la messa in sicurezza dei luoghi colpiti, in una regione che si affaccia sui teatri critici per la sicurezza nazionale, dal Mediterraneo allargato all’Africa.

Le mosse cautelative di Roma rispondono alla necessità di blindare una saldatura Mediterraneo-Golfo ritenuta cruciale per la sicurezza nazionale e la prosperità del Paese. Di per sé non sono risolutive. Ma possono fornire una traccia su una via europea al contenimento dei danni della guerra che, giorno dopo giorno, alimenta un salato conto economico per il Vecchio Continente.

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