C’è anche la mano del Mossad dietro l’eliminazione del generale iraniano Qassem Soleimani; a rivelarlo sono stati gli stessi israeliani che hanno affermato di aver fornito dati di intelligence a Washington per portare a termine l’operazione e uccidere il capo della Forza Quds – l’uomo forte dell’Iran che intesseva legami con le altre milizie sciite attive in Medio Oriente, si preparava a colpire gli Stati Uniti. Soleimani usava diversi escamotage per seminare gli 007 che lo braccavano. Ma qualcosa non ha funzionato.

La indiscrezioni delle fonti israeliane sono stata divulgate da Nbc News, e la notizia è stata ripresa anche dai media israeliani. Senza ricevere smentite. “Gli americani lo stavano aspettando”, trascrivono, alludendo all’arrivo del generale iraniano che sarebbe atterrato a Baghdad la notte del 3 gennaio, e che avrebbe lasciato l’aeroporto su convoglio di suv – generalmente tre, compresa la scorta e un’auto che opera come “staffetta” – in compagnia di Abu Mahdi Al-Muhandis, leader della milizia sciita irachena. “Forte di una soffiata ricevuta dagli informatori all’aeroporto della capitale siriana Damasco, la Cia sapeva esattamente quando il jet con a bordo Soleimani era decollato verso Baghdad. L’Intelligence israeliana ha contribuito a confermare i dettagli”, proseguono. La soffiata indicava che Soleimani viaggiava su Airbus A320 operato dalla compagnia siriana Cham Wings Airlines. Non appena atterrato, altri informatori americani, che lo attendevano presso il principale scalo aereo dell’Iraq, hanno confermato identità e posizione. Solo allora è passato tutto in mano ai droni killer. Erano tre, droni Mq-9 “Reaper” – decollati da basi in Kuwait o in Qatar, non di certo da Sigonella – ciascuno dei quali armato con quattro missili Hellfire – missili laser-guidati con una carica di esplosivo ad alto potenziale Heat di otto chili – in modo da non rischiare di fallire. Acquisito il bersaglio dalle telecamere elettro-ottiche, i killer americani hanno fatto fuoco. Non c’era margine d’errore.

Si concludeva così un’operazione che l’intelligence degli Stati Uniti portava avanti da almeno 18 mesi, durante i quali il capo della Forza Quds veniva tracciato attraverso un’intricata rete di informatori, in attesa di poterlo localizzare ed eliminare al di fuori dell’Iran. I funzionari della Cia sostenevano infatti che fosse troppo difficile – oltre che pericoloso – eliminarlo mentre era in Iran: un drone nel cuore dello spazio aereo iraniano forse sarebbe stato troppo anche per i più temerari falchi di guerra di Washington. Gli americani attendevano uno spostamento del generale in Siria o in Iraq (dove già operavano missioni con droni hunter killer) per colpire in sicurezza una volta ricevuta la soffiata decisiva. Informazione giunta dagli 007 di Israele.

Secondo le informazioni raccolte dalle spie che braccavano Soleimani, il generale adottava una serie di precauzioni quando era in viaggio, come quella di acquistare biglietti da diverse compagnie aeree contemporaneamente per confondere chiunque tentasse di seguirlo, e quella di salire per ultimo all’imbarco. Prediligeva sedersi in prima fila, e scendeva probabilmente con ritardo, per confondersi con il resto dei passeggeri. Tutti escamotage che nel suo ultimo viaggio da Damasco a Baghdad non sono bastati. Gli agenti del Mossad devono averlo identificato all’imbarco nello scalo di partenza, e riferito immediatamente agli agenti americani quale sarebbe stata la destinazione “certa”. Nella durata del volo, la Cia ha dunque schierato i suoi droni dislocati nelle basi in Medio Oriente, lasciandoli volteggiare come falchi, prima di mettere i suv nel mirino, e scatenare la pioggia di fuoco.

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