Jeep Land Rover Defender blu avio e tenute scure senza insegne, gli incursori dello Shaldag, unità d’élite dell’Aeronautica Israeliana (IAF) non hanno fatto mistero – almeno nei giorni a seguire – del loro raid in stile LRDG sulle alture del Golan.
Dall’8 di dicembre i commando dello Shaldag si sono stabiliti nelle “basi abbandonate” dall’Esercito siriano, spingendosi in profondità nel territorio della Siria, “fino a 14 chilometri” secondo quanto riportato da fonti siriane, mentre i missili di precisione lanciati da droni e caccia eliminavano nelle base aeree siriane le “armi strategiche di Assad“, diffondendo video di caccia di fabbricazione sovietica, come alcuni caccia MiG-23, alcuni caccia MiG-21 e un elicottero d’attacco Mil-Mi 24 “Hind”, che che esplodevano mentre erano fermi sulle piste, negli hangar e nei piazzali cementati delle basi aeree.
Secondo quando riportato, la vasta operazione lanciata da Israele, che avrebbe registrato addirittura “centinaia” di raid aerei, mirava a “distruggere le capacità militari strategiche” dell’Esercito di Assad, comprese quelle che sono state riportate come “armi chimiche, missili, difese aeree, Aviazione e Marina”. Gli attacchi israeliani sono stati diretti su “magazzini e lanciatori di missili balistici Scud” nell’area di Qalamun, “razzi, depositi e tunnel” localizzati alle pendici del Golan, e avrebbero anche portato alla distruzione un “sito scientifico” con altre strutture militari ad esso collegate nel nord di Damasco.
Protagonista di questa operazione, oltre ai caccia dell’IAF, le forze speciali dello Shaldag, che nella nostra lingua significa Martin pescatore, unità creata nel 1974 per operare dietro le linee nemiche con il particolare compito di guidare attacchi aerei, raccogliere informazioni di intelligence e designare obiettivi strategici per operazioni di precisione come quelle che sono state lanciate nei contro l’apparato militare siriano.
Alla base degli attacchi il “timore” che i sistemi d’arma custoditi nei depositi dell’Esercito di Assad potessero cadere nelle mani degli islamisti “moderati” di Abu Mohammed Al-Joulani, o che potessero finire in mani di terzi – si è pensato subito agli Hezbollah del Libano, dove è stato accordato il cessato il fuoco e dove Israele strarrebbe iniziando a ritirare parte delle truppe impegnate nell’operazione militare terrestre lanciata all’inizio di ottobre.
Mentre i ribelli siriani del gruppo islamista Hay’at Tahrir al-Sham, noto anche con l’acronimo HTS, avanzavano in territorio siriano fino a prendere Damasco, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, aveva tenuto a sottolineare come nessun cambiamento avremmo modificato i confini tracciati da Gerusalemme: “Golan appartiene agli israeliani per l’eternità”. In seguito a questa esternazione, Netanyahu avrebbe deciso di “aumentare il numero di coloni sul Golan”. Scelta quanto mai “rischiosa e provocatoria”, secondo alcuni osservatori, che non farà altro che aumentare il rischio di ritorsioni su civili in un quadro già molto delicato.
Ad oggi Israele dovrebbe avere eliminato circa l‘80% della capacità complessiva della forza aerea siriana, che comprendeva anche un certo numero di caccia MiG-29, e quasi il 90% delle capacità radar e di difesa missilistica. Capacità che erano già state messe nel mirino dei cacciabombardieri israeliani nel raid preliminare che aveva anticipato l’attacco di ritorsione sferrato contro l’Iran. L’attacco preliminare lanciato in Siria aveva tra i vari obiettivi la distruzione dei i radar con lo scopo di “accecare” le capacità di risposta di Teheran.
Lo Stato ebraico ha conquistato la maggior parte delle alture del Golan dalla Siria durante la Guerra dei Sei giorni nel 1967. Mantenendo il territorio e le posizioni conquistate durante la Guerra dello Yom Kippur del 1973. Nel 1981 annetté i territori occupati con il riconoscimento degli Stati Uniti, stabilendo una “zona cuscinetto“, nonostante la condanna formale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e il dissenso di parte della Comunità internazionale, in particolare modo dei Paesi arabi.

