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Freedom’s Sentinel, Resolute Support e Inherent Resolve sono i nomi delle operazioni militari statunitensi e degli alleati della Nato effettuate negli ultimi anni in Siria, Iraq e Afghanistan.

Se guardiamo al numero delle sortite, ovvero delle missioni di cacciabombardieri e altri velivoli, ma soprattutto al numero di ordigni sganciati nel corso degli anni, possiamo capire quanto pesino questi fronti nella politica estera americana, ed un primo dato salta subito agli occhi: in Afghanistan nel 2019 il numero di airstrike, di bombardamenti aerei, fa registrare il record assoluto in almeno una decade.

Secondo un rapporto ufficiale stilato dal Us Air Force Central Command il numero complessivo di bombe lanciate nella lotta contro i Talebani, da parte di caccia e velivoli senza pilota (Ucav), ammonta a 7423, circa cinquanta in più rispetto all’anno precedente (7362), battendo il precedente record del 2011 che si fermava a 5411.

I numeri delle missioni

Nel 2019 le sortite, ovvero le missioni di combattimento, in Afghanistan sono state 8773 di cui 2434 quelle che hanno visto almeno un ordigno sganciato. L’anno precedente sono state, rispettivamente, 8196 e 966 mentre il numero più basso di sortite si è avuto nel 2017 con 4603 e quello più basso di missioni che hanno visto lo sgancio di almeno un ordigno si è avuto nel 2015 con 411.

Per quanto riguarda l’altro fronte caldo, quello della Siria e dell’Iraq, i numeri sono forse ancora più interessanti: il record negli ultimi 5 anni è stato nel 2017 con 39577 bombe sganciate mentre il numero più basso si è registrato nel 2019 con 4729, anno in cui si è anche registrato il minimo assoluto di missioni pari a 13694 con 976 in cui si è usato almeno un ordigno.

Per capire come questi numeri siano indicativi della strategia americana è bene, però, guardare alle quote mensili dei rispettivi fronti.

Se in Afghanistan, negli ultimi due anni, queste sono oscillate tutte tra i 400 e i 900 ordigni, nel teatro siro-iracheno il culmine si è avuto nei mesi di novembre, dicembre 2018 e gennaio del 2019 con 1424, 2214 e 2005 ordigni sganciati, per poi successivamente scemare bruscamente e attestarsi intorno ai 100 mensili in media.

La tattica di Trump

Risulta evidente dai numeri sin qui evidenziati come la tattica di Trump sia diversa nei diversi fronti: se da un lato in Afghanistan i bombardamenti sono andati aumentando e sono rimasti pressoché costanti negli ultimi due anni, in Sira e in Iraq il loro numero è drasticamente calato fatta eccezione per il periodo dell’inverno 2018/19, periodo che ha preceduto di pochi mesi l’annuncio della Casa Bianca di tagliare i fondi ai Peshmerga curdi e soprattutto è coincidente con la dichiarazione della volontà di ritirarsi dalla Siria (dicembre 2018).

Si evidenzia, pertanto, come la Siria sia diventata un fronte secondario rispetto all’Iraq o all’Afghanistan, dove la stessa presenza sul campo dei militari statunitensi non è andata diminuendo (13mila in Afghanistan) e anzi, per quanto riguarda proprio l’Iraq, è aumentata soprattutto nell’ultimo periodo a fronte della crisi con l’Iran per l’uccisione del generale Soleimani. Lo stesso ritiro delle truppe dalla Siria, completato a dicembre di quest’anno ma che vede comunque la presenza di 600 uomini a guardia dei pozzi, è servito solo a rimpolpare la presenza Usa a Baghdad.

L’Afghanistan invece resta, numeri alla mano, il fronte più caldo ed è facilmente intuibile capire il perché: sebbene Stati Uniti e Talebani cerchino un accordo da mesi, ancora non si è giunti ad una vera e propria trattativa, pertanto Washington non accenna a diminuire la pressione militare sebbene lo stesso segretario alla Difesa Esper abbia recentemente affermato che l’intenzione sia quella di ritirare 4mila uomini “con o senza” un accordo politico coi Talebani.

Anche qui ritroviamo lo stesso modus operandi, sebbene con un ordine di grandezza inferiore, tenuto dall’amministrazione Trump per risolvere le tensioni internazionali: sottoporre la controparte a pressione diplomatica ma soprattutto militare per portarlo al tavolo delle trattative, una tattica utilizzata precedentemente con la Corea del Nord – che tuttavia ha portato a uno stallo – e che abbiamo definito la “Carta Coreana” del presidente Usa, che sembra stia giocando anche con l’Iran.