Con la fine dell’ordine liberale internazionale, che aveva reso gli Stati Uniti l’unica superpotenza globale in grado di affermare e proiettare la propria egemonia su tutto il globo, e l’emergere di due grandi potenze regionali come Russia e Cina in grado di sfidare la leadership di Washington, il mondo sta transitando dall’era unipolare a guida americana a un nuovo multipolarismo.

Alla fine della Guerra fredda, infatti, gli Stati Uniti si sono affacciati sul mondo con la possibilità di esercitare un potere e un’influenza senza precedenti. Con la sconfitta dell’Unione Sovietica, i politici americani hanno cominciato a sognare di modellare il globo a immagine e somiglianza dell’unica superpotenza rimasta. Una visione ottimista del futuro ben espressa da Francis Fukuyama nel saggio The End of History?, pubblicato su The National Interest nell’estate 1989, nel quale il liberalismo, agli occhi dell’illustre politologo, appare come l’unico possibile vincitore in un mondo senza conflitti. 

Così non è stato. Come spiega John J. Mearsheimer nel celebre saggio The Tragedy of Great Power Politics la contrapposizione Usa-Urss e l’esistenza delle armi nucleari – dunque il sistema bipolare – hanno garantito la pace molto più di ciò che è accaduto dopo. “La bipolarità – osserva – risulta il tipo di architettura più pacifico e meno mortifero. Tra il 1945 e il 1990, il periodo durante cui l’Europa è stata bipolare, non ci furono guerre tra le grandi potenze. Ci fu però una guerra tra una grande potenza e una potenza minore, durata meno di un mese. Quindi, in Europa vi fu una sola guerra nei 46 anni in cui fu bipolare”.

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La fine di quel periodo di relativa pace ha portato a nuove guerre, che si combattono tutt’ora in molte parti del mondo. Dall’Afghanistan alla Siria, sono 10 i conflitti e le possibili crisi da seguire con attenzione nel 2019, come evidenziato dall’autorevole rivista Foreign Policy. Una lista stilata da Robert Malley, presidente del think tank International Crisis Group.

Yemen

Una guerra dimenticata per troppo tempo, nonostante sia la più evastante crisi umanitaria contemporanea. Secondo Malley, “la crisi umanitaria, la più grave nel mondo, potrebbe peggiorare ulteriormente nel 2019 se i principali attori non coglieranno l’opportunità lanciata dall’inviato speciale delle Nazioni Unite Martin Griffiths nel raggiungere un cessate il fuoco parziale”.

I combattimenti sono iniziati nel gennaio 2015, quando i ribelli sciiti Houthi presero il controllo del complesso presidenziale nella capitale Sana’a e imposero le dimissioni immediate del presidente ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, sostenuto da Stati Uniti, Unione Europea e dall’Arabia Saudita. La guerra civile si è intensificata il marzo successivo, quando l’Arabia Saudita, insieme agli Emirati Arabi Uniti, hanno iniziato i bombardamenti e l’embargo sullo Yemen, con l’obiettivo di rimettere in piedi il governo. Le potenze occidentali hanno ampiamente sostenuto la brutale campagna a guida saudita. Secondo il Wall Street Journal, l’Arabia Saudita si trova di fronte a una crescente opposizione nelle aree che occupa nello Yemen.

Afghanistan

Come ha spiegato Andrea Muratore su Gli Occhi della Guerra, il 2019 porta con sé un triste anniversario per l’Afghanistan, che entra nel quarantesimo anno consecutivo di conflitto. Invasione sovietica, guerra civile, insorgenza talebana, invasione statunitense, ascesa dell’Isis: in questi quarant’anni il conflitto si è declinato in diverse sfumature dilaniando il Paese centroasiatico arroccato tra le montagne del Pamir e dell’Hindu Kush.

Secondo Anthony Cordesman, del Centro per gli studi strategici e internazionali, “i talebani ora controllano più territori del 2001”, rispetto a quando gli Stati Uniti invasero il Paese. Secondo la Bbc, i talebani controllano attualmente il 70% dell’Afghanistan: significa che 15 milioni di persone – metà della popolazione – vivono in aree controllate dai talebani o in cui essi sono presenti.

Come racconta Doug Bandow, già assistente speciale del presidente Reagan, “persino Kabul non è sicura: Washington ora porta il personale all’aeroporto via elicottero, evitando le strade che usò nel 2001”. Anche il bilancio dei civili è drammatico: nel primo trimestre del 2018 sono morte infatti 2.258 persone. Sebbene i talebani siano largamente responsabili di questi decessi, le Nazioni Unite riferiscono che le vittime degli attacchi aerei statunitensi stanno aumentando. Endless War

Tensioni Usa-Cina

Secondo Foreign Policy, sebbene “la situazione di stallo tra la Cina e gli Stati Uniti” non sia “un conflitto mortale”, la retorica “tra i due è sempre più bellicosa”. Se le relazioni continueranno a deteriorarsi, osserva la rivista, “la rivalità potrebbe avere conseguenze geopolitiche più gravi di tutte le altre crisi elencate quest’anno”.

Per Stephen M. Walt, professore di relazioni internazionali ad Harvard, “in un mondo in cui gli stati devono proteggersi, due potenze si guardano l’un l’altra con cautela e competono per assicurarsi che non restino indietro o diventino pericolosamente vulnerabili. Anche quando la guerra viene evitata, è probabile che si verifichi un’intensa competizione per la sicurezza”. La Cina, sottolinea Walt, “non è più impegnata nella politica di “crescita pacifica” di Deng Xiaoping. Quell’approccio aveva senso quando la Cina era più debole, e ingannò molti occidentali”. Da Tawain, passando per la guerra commerciale fino alle crescenti tensioni nel Mar Cinese Meridionale, la competizione fra le due grandi potenze è pienamente entrata nel vivo. 

Secondo Graham Allison, autore del best-seller Destinati alla Guerra, sia Xi Jinping che Donald Trump promettono di “far tornare grandi” i loro Paesi. Ma a meno che la Cina non sia disposta a moderare le proprie ambizioni, o Washington non accetti di condividere il primato nel Pacifico, una guerra commerciale, un cyber-attacco o un incidente in mare potrebbero essere la scintilla che farà esplodere un altro grande conflitto. 

Arabia Saudita, Stati Uniti, Israele e Iran

Proprio come il 2018, il 2019 presenta rischi di scontro – deliberati o involontari – che coinvolgono Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e Iran. I primi tre condividono una visione comune che vede nella Repubblica Islamica una seria minaccia, le cui aspirazioni regionali devono essere frenate.

Come sottolinea Foreign Policy, per Washington questo si è tradotto nel ritiro dall’accordo nucleare del 2015, nel ripristino delle sanzioni –  oltre a sfoggiare una retorica più aggressiva fatta di minacce. Riyad ha abbracciato questo nuovo approccio bellicoso – per ora a parole – e ha annunciato che cercherà di contrastare l’Iran in Libano, Iraq, Yemen e persino sul suolo iraniano. L’ostilità e la rivalità tra Arabia Saudita e Iran si è riflettuta in tutto il Medio Oriente, dallo Yemen al Libano e non c’è dubbio che proseguirà anche nel corso di quest’anno. 

Siria

 Il presidente siriano Bashar al-Assad, che ha riconquistato il controllo della maggior parte del suo Paese, viene ora corteggiato dai leader arabi, segnando un cambiamento strategico nella regione. Dopo i successi militari che gli hanno permesso di riprendere il controllo di una parte molto ampia del territorio siriano, grazie soprattutto all’intervento della Federazione Russa e all’appoggio dell’Iran, Assad è vicino a segnare anche un’importante vittoria diplomatica.

Nelle prossime settimane la guerra tra le forze del presidente siriano Bashar al-Assad e i ribelli jihadisti entrerà nella sua fase finale. La provincia di Idlib, infatti, è l’ultima enclave dell’opposizione armata in Siria. 

Nel frattempo, i leader curdi , che temono le ambizioni di Erdogan, cercano di arrivare a un accordo politico mediato dalla Russia con il governo del presidente Assad, indipendentemente dai piani degli Stati Uniti di ritirarsi dalla loro regione, come ha confermato alla Reuters un alto funzionario curdo. L’amministrazione a guida curda che governa gran parte della Siria settentrionale ha presentato una road map per un accordo con Assad, con l’avvallo di Putin.

Nigeria

I nigeriani andranno alle urne nel febbraio 2019 per eleggere il presidente e a marzo per scegliere governatori e legislatori statali. Le elezioni nigeriane sono tradizionalmente violente e anche questa tornata elettorale, purtroppo, non farà eccezione.

La sfida presidenziale tra l’attuale presidente Muhammadu Buhari e il suo principale rivale, l’ex vicepresidente Atiku Abubakar, sarà molto dura. Le relazioni tra il governo di Buhari il Partito democratico popolare di Abubakar sono molto difficoltose in tutto il Paese.

Sud Sudan

Secondo Foreign Policy, da quando la guerra civile del Sud Sudan è scoppiata cinque anni fa, 400.000 persone sono morte. A settembre, scrive la rivista americana, “il presidente Salva Kiir e il suo principale rivale, l’ex vicepresidente e capo dei ribelli Riek Machar, hanno firmato un accordo per governare insieme fino alle elezioni del 2022. L’accordo soddisfa – almeno per ora – gli interessi dei due antagonisti e quelli dei presidenti Omar al-Bashir del Sudan e Yoweri Museveni dell’Uganda, i due leader regionali con più influenza in Sud Sudan. Soprattutto, ha ridotto la violenza. Per ora, questo è un motivo sufficiente per sostenere l’accordo”. Eppure, un accordo di questo tipo si regge su un equilibrio molto precario e l’instabilità è dietro l’angolo.

Il Paese è ancora troppo vulnerabile a causa di aggressioni, stupri, attacchi incontrollati in vari villaggi dello Stato. Nel territorio federale Unity, l’estrema povertà costringe donne e bambini a percorrere sentieri pericolosi ogni giorno in cerca di cibo. 

Camerun

Come sottolinea Robert Malley, una crisi nelle aree anglofone del Camerun è sul punto di intensificare la guerra civile e destabilizzare un Paese che un tempo era considerato un’isola di relativamente tranquilla in una regione travagliata. La crisi è iniziata nel 2016, quando insegnanti e avvocati anglofoni sono scesi in piazza per protestare contro l’uso del francese nell’amministrazione pubblica. Le manifestazioni si sono trasformate in proteste più ampie sull’emarginazione della minoranza anglofona del Camerun, che rappresenta circa un quinto della popolazione del Paese.

Quasi 10 milizie separatiste ora combattono contro le forze governative, mentre è nato il governo ad interim di Ambazonia (il presunto nome dell’autoproclamato Stato anglofono). Secondo le stime dell’International Crisis Group, i combattimenti hanno già ucciso circa 200 soldati, gendarmi e agenti di polizia, con circa 300 feriti, e ucciso più di 600 separatisti. Almeno 500 civili sono morti nelle violenze. Le Nazioni Unite contano 30.000 rifugiati anglofoni in Nigeria e 437.000 sfollati interni in Camerun.

Ucraina e Donbass

Alla fine di novembre, nello Stretto di Kerch, che regola l’accesso al Mar d’Azov dal Mar Morto, alcune navi da guerra battenti bandiera ucraina che stavano attraversando lo Stretto sono state intercettate dalle navi russe.  Secondo il consigliere presidenziale ucraino Jurij Birjukov, le unità di Kiev avrebbero aperto il fuoco, cui hanno risposto le motovedette russe. Tre marinai ucraini feriti leggermente sarebbero stati ricoverati all’ospedale di Kerč. Secondo la Russia, le unità ucraine avrebbe violato i punti 19 e 21 della Convenzione ONU per il diritto marittimo.

L’incidente dimostra le tensioni fra la Russia e Kiev, supportata – e armata – dalle potenze occidentali. Nel frattempo, i combattimenti nel Donbass proseguono senza sosta e i civili che vivono in prima linea ne pagano il prezzo più alto. Più di 10.000 persone sono state uccise in questo conflitto spesso dimenticato dai media, di cui 2.800 civili. Quasi due milioni di persone sono state sfollate.

Oggi la guerra del Donbass è tra le peggiori crisi umanitarie del mondo, con frequenti attacchi da entrambe le parti nelle Oblast (province) di Donetsk e Luhansk. Prima della guerra, questa regione fortemente urbanizzata e industrializzata ospitava quasi il 15% della popolazione dell’Ucraina (6,6 milioni) e generava il 16% del suo prodotto interno lordo. Dopo il golpe di Euromaidan del 2014, è diventata una zona di guerra.

Venezuela

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo e il ministro degli esteri brasiliano Ernesto Araujo hanno annunciato l’avvio di una cooperazione nella regione in occasione di un incontro a Brasilia, a margine dell’insediamento del presidente conservatore Jair Bolsonaro e la volontà di “sostenere i popoli di Venezuela, Cuba e Nicaragua nel ripristinare la governance democratica e i ì diritti umani”, come ha sottolineato il portavoce del Dipartimento di Stato Robert Palladino.

Parlando ai giornalisti a Brasilia, Pompeo ha detto che Venezuela, Cuba e il Nicaragua sono Paesi che non condividono i valori democratici che uniscono gli Stati Uniti e il Brasile. “Abbiamo l’opportunità di lavorare fianco a fianco contro regimi autoritari”, ha detto in conferenza stampa. In risposta, il ministero degli Esteri del Venezuela ha detto in una dichiarazione di “rifiutare categoricamente” l’atteggiamento “interventista” di Pompeo, accusandolo di cercare di raccogliere sostegno tra i paesi latinoamericani per un “regime change” a Caracas. Tensioni nell’America Latina che nel 2019 sono destinate a crescere.