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Guerra

“Dichiarazioni incendiarie”: Trump all’attacco di Zelensky sulla Crimea

Donald Trump torna ad attaccare Volodymyr Zelensky. E lo fa in una delle fasi più critiche del negoziato per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina. Nel giorno in cui sono saltati i colloqui tra Usa, Ucraina, Regno Unito,...

Donald Trump torna ad attaccare Volodymyr Zelensky. E lo fa in una delle fasi più critiche del negoziato per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina. Nel giorno in cui sono saltati i colloqui tra Usa, Ucraina, Regno Unito, Francia e Germania per trovare una posizione occidentale comune sul futuro della guerra dopo la pubblicazione di un piano Usa che prevedeva il riconoscimento della proprietà russa della Crimea e il congelamento del fronte sulle linee attuali, The Donald punta il dito contro il leader di Kiev.

Il motivo? I commenti di Zelensky al Wall Street Journal sul rifiuto ucraino di riconoscere il controllo russo sulla penisola del Mar Nero occupata da Mosca nel 2014 dopo la caduta del presidente filorusso dell’Ucraina, Viktor Yanukovich, nei moti di Euromaidan. Su Truth Trump ha affermato che “sono dichiarazioni incendiarie come quelle di Zelensky che rendono così difficile risolvere questa guerra”. Il presidente ha inoltre scritto che “la situazione per l’Ucraina è disastrosa: può ottenere la pace o può combattere per altri tre anni prima di perdere l’intero Paese”.

Il negoziato a tentoni e le diverse strategie di Usa, Europa e Ucraina

Secondo Washington la capacità di resistenza ucraina è giunta al limite e la guerra non ha più ragion d’essere. Trump spinge per la chiusura ma la partita è in salita. La settimana scorsa il segretario di Stato Marco Rubio aveva dichiarato che Washington si sarebbe ritirata da ogni mediazione se dei risultati non fossero arrivati, ma al contempo gli Usa avevano fatto passi avanti sull’accordo minerario con l’Ucraina, ritenuto parte delle garanzie di sicurezza da offrire a Kiev per porre fine alla guerra.

Inoltre, Washington si è distanziata dagli alleati europei sulla possibilità di rimuovere le sanzioni a Mosca per garantire un cessate il fuoco e il recente vertice di Bruxelles del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina (Udcg) presieduto da Regno Unito e Germania ha visto un rinnovato impegno europeo e la promessa di 21 miliardi di euro in armamenti.

Alla riunione dell’Udcg dell’11 aprile non è andato in presenza Pete Hegseth, segretario alla Difesa convinto assertore della necessità di chiudere la guerra oggi pressato dagli apparati dopo lo scoppio del Signalgate che ne mette a repentaglio la posizione da capo del Pentagono. E del resto il fatto che il Wall Street Journal, organo in passato contraddistintosi come il più trumpiano tra le testate della stampa istituzionale americana, offra una sponda a Zelensky per cannoneggiare la proposta di pace di The Donald, la dice lunga.

Ci sono importanti settori degli apparati americani che non si fidano dell’appeasement di Trump con Vladimir Putin o sono altamente sfiduciati del presidente stesso dopo settimane di autoreferenzialità su ogni dossier, dai dazi alla politica interna (ma i due fronti possono coesistere) e non lesinano messaggi in tal senso. “La dichiarazione rilasciata oggi da Zelensky non farà altro che prolungare il campo di sterminio”, ha aggiunto Trump, sottolineando che il presidente ucraino “non ha carte in mano” per cambiare la situazione creatasi nel 2014.

Il nodo della Crimea

Del resto, la stessa posizione di Zelensky è delicata. Si è impegnato a combattere fino alla ricostruzione dell’unità nazionale nei confini del 1991, manu militari o dopo negoziato, ma sa che per Mosca la Crimea è ormai parte del territorio nazionale, un bastione militare e una vera e propria “linea rossa”. Già Joe Biden si è sempre detto restio a molte operazioni ucraine coinvolgenti la Crimea o dirette a tagliarla fuori dalle linee russe.

La consapevolezza della perdita della Crimea è stato il “non detto” fin dall’inizio dell’assistenza post-invasione nel 2022. Del resto, il rifiuto di Zelensky alla proposta di Trump è anche legato a una sua percezione che essa apparirebbe, a suo avviso, eccessivamente piegata ai desiderata di Putin che, ricorda il New York Times, da tempo dice che “avrebbe accettato un cessate il fuoco in cui l’Ucraina ritirerebbe le truppe dalle quattro regioni che Mosca ha rivendicato come proprie e abbandonerebbe le sue aspirazioni di entrare a far parte della Nato“. Trump ha di fatto promosso un piano del genere che, ad oggi, trova difficilmente delle alternative realistiche che non passino per il campo di battaglia.

Ma del resto ad oggi chiudere la guerra in Ucraina non sembra una priorità né per Putin, che può sfruttare il vantaggio tattico, né per lo stesso Zelensky, che appare speranzoso di una sorpresa di primavera da compiere, magari col sostegno europeo, nonostante il clima negativo che circonda il suo esercito. E con questo dato di fatto forse Trump dovrà prima o poi venire a patti in uno sforzo di mediazione che è totalmente in salita.

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