Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha chiarito l’obiettivo di liberazione della Crimea dalla Russia, che l’ha annessa nel 2014, aprendo a una possibilità che veda l’Ucraina riconquistare la penisola non necessariamente con mezzi militari: se l’offensiva di Kiev in oriente contro le forze russe dovesse in futuro aprire a prospettive favorevoli per l’Ucraina, ha detto Zelensky in un’intervista al canale ucraino “1+1”, si potrebbe pensare di inserire l’evacuazione russa della Crimea in una soluzione politica per il conflitto.

“Se arriveremo al confine amministrativo con la Crimea“, quello non riconosciuto internazionalmente creatosi nel 2014, “credo che sarà possibile spingere politicamente sulla demilitarizzazione della presenza russa sul territorio della Crimea. Penso che sarebbe meglio” rispetto all’ipotesi di una conquista militare, ha detto Zelensky ricordando che l’opzione prospetterebbe “meno perdite”.

Parole caute che mostrano il refrain con cui il presidente ucraino guida da diversi mesi la macchinosa operazione contro gli invasori russi, su cui ha mantenuto un profilo basso, e che sembrano una risposta alle volontà guerresche di Kyrylo Budanov, direttore dell’intelligence militare (Gur) in grande spolvero in una fase in cui la permanenza di Olekseij Reznikov alla Difesa è in dubbio. Budanov nei giorni scorsi ha dichiarato Kiev capace di colpire ogni parte della Crimea, si è detto desideroso di nuove operazioni militari dopo i raid missilistici e di forze speciali che hanno colpito batterie costiere e infrastrutture russe portando i militari ucraini per la prima volta in Crimea dal 2014 la scorsa settimana.

Zelensky deve misurare sogni e realtà. La volontà di una grossa fetta delle forze armate di proseguire la guerra fino alla vittoria identificabile come l’espulsione dei russi dal territorio ucraino delimitato dai confini del 1991 si scontra con una situazione ben più prosaica in cui gli spazi per un successo militare dell’una e dell’altra parte si stanno sempre più affievolendo. Lo aveva detto già mesi fa il capo di stato maggiore Usa Mark Milley, lo ribadiscono da tempo studiosi e analisti: l’ipotesi negoziale prende piede. E anche Zelensky ha da tempo abbassato i toni di una retorica che rischiava di creare eccessive aspettative, invece incentivata dai falchi nazionalisti ucraini come Budanov.

Sulla Crimea, del resto, Zelensky si è sempre tenuto volutamente ambiguo. Il 24 maggio 2022, tre mesi dopo l’invasione russa, ricordava che puntare alla riconquista di una regione ritenuta dalla Russia parte del suo territorio metropolitano avrebbe comportato perdite enormi“.

E se Zelensky ha parlato sempre apertamente di volontà di riprendere la Crimea, ha sempre evitato riferimenti a operazioni esplicitamente centrate sulla penisola contesa. Prima dell’inizio della controffensiva, una figura ucraina molto vicina al presidente, Andriy Sybiha, vicecapo dello staff presidenziale e veterano della diplomazia, tra gli uomini più realisti del campo di Kiev, ha presentato la sua visione al Financial Times. Spiegando, in particolar modo che “se riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi strategici sul campo di battaglia e giungeremo al confine amministrativo della Crimea, saremo pronti ad aprire una pagina diplomatica per discutere di questo problema”. Una vera e propria anticipazione delle parole del presidente, che sembra ripeterle una dopo l’altra. Certo, “questo non significa che escludiamo la via della liberazione della Crimea da parte del nostro esercito”, ha aggiunto Sybiha, riflettendo le divisione interne al governo di Kiev.

François Heisbourg dell’Institute for International and Security Studies (Iiss) ha a sua volta indicato nell’avanzamento delle linee ucraine e nella costruzione di un visibile sfondamento del fronte la via per una chiusura negoziale del conflitto. Zelensky sembra sposare questa prospettiva, invitando il Paese a considerare il concetto di vittoria militare nelle sue molteplici forme e, soprattutto, aprendo alla politica come strumento di risoluzione del conflitto. Finora il principio dominante della guerra in Ucraina sembrava essere quello di von Clausewitz: il conflitto prosecuzione della guerra con altri mezzi. Sembrava, invece, in secondo piano il dettame di Metternich, che di questo detto è il netto corollario: la diplomazia come strumento di trasformazione della realtà sul campo in situazioni di fatto.

Per un presidente che guida un Paese in guerra, invaso da una potenza sulla carta ben più forte e in cui il sostegno dei Paesi alleati dell’Occidente sta arrivando al punto critico, con F-16 e carri Abrams che non arriveranno prima del 2024, ogni decisione è oggi critica. Zelensky sa che a ogni piano ucraino per l’avanzata sul fronte occupato dai russi corrispondono decisioni strategiche che imporranno sacrifici in termini di mezzi, risorse e, soprattutto, uomini. Per la legge dei rendimenti marginali decrescenti che coinvolge gli eserciti logorati da lunghi conflitti, all’allungarsi delle guerre piani militarmente ambiziosi sono sempre più difficili da prospettare.

Il presidente, ed è la cosa più importante, parla di soluzione negoziata a un dilemma irrisolto da anni e aggravato dall’invasione russa dell’Ucraina. Il sentiero per la reintegrazione della Crimea è stretto, strettissimo, ma con la sua professione di realismo Zelensky segnala di mirare a essere un leader non necessariamente ancorato alle logiche del conflitto in corso che l’ha reso globalmente noto come simbolo della resistenza ucraina. Zelensky smentisce falchi come Mykhailo Podolyak, che ha parlato di negoziati impossibili fino al ritiro russo dall’Ucraina. E se a Kiev tutti concordano che il ritorno della Crimea, e del Donbass ovviamente, all’Ucraina è conditio sine qua non per la fine della guerra, iniziano a emergere divisioni sulla linea da tenere.

Del resto a Kiev tra funzionari e sottogoverno da alcuni mesi “emergono chiare differenze all’interno del governo ucraino sul fatto che l’Ucraina debba fare della riconquista della Crimea un obiettivo non negoziabile del suo sforzo bellico o essere pronta a scambiare almeno il controllo russo provvisorio della penisola con concessioni russe altrove”, ha scritto ad aprile su Foreign Policy Anatol Lieven, direttore del programma Eurasia presso il Quincy Institute for Responsible Statecraft, reduce da un viaggio nella capitale ucraina. Per Lieven Zelensky si trova tra due fuochi. Da un lato “avrebbe grandi difficoltà interne nel sostenere un cessate il fuoco che lasci la Crimea in mani russe” che “incontrerebbe una forte opposizione da parte dei nazionalisti intransigenti e dell’esercito ucraino”, dall’altro deve gestire con realismo la risposta all’aggressione russa. La linea politica presa sulla Crimea mostra che l’idea della via di fuga dal conflitto inizia a trapelare attivamente anche a Kiev. Tradurla in pratica sarà tutt’altra cosa, ovviamente: ma oltre che di armi si torna a parlare di diplomazia con orizzonti più realistici del reciproco annientamento militare. A cui Kiev e Mosca hanno da tempo rinunciato. E non è da escludere che nei prossimi mesi abbozzi di trattative possano iniziare a sondare le linee rosse dei contendenti per una soluzione negoziata della guerra.