È dalla notte dei tempi, da quando il re degli angeli caduti utilizzò la psicologia per ottenere la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, che la mente è il campo di battaglia e che l’inganno è il motore della storia. Avvelenamenti, imboscate e persuasione sono le armi di chi non ha baionetta. Da sempre.

Il progresso tecnologico, il sorgere di nuove discipline e l’ampliamento della conoscenza sulle dinamiche che regolano il comportamento umano hanno perfezionato la primordiale arte della guerra psicologica, che dagli inizi del Novecento è ormai in grado di strumentalizzare la follia e la volubilità delle folle per produrre consensi, giustificare invasioni, scatenare insurrezioni e consumare rivoluzioni.

L’avvento delle scienze neurologiche e della loro prole, presente dall’informatica alla pubblicità, ha giocato, in particolare, un ruolo determinante nel processo evolutivo delle guerre psicologiche. Guerre psicologiche che, essendo oggi in grado di manipolare cuori e menti a tempo indefinito, sono già diventate cognitive. E che stanno lentamente trasformandosi in neurologiche.

Un nuovo tipo di minaccia

Mentre in Italia e in buona parte dell’Occidente ancora non si intravede l’avvio dei lavori all’interno di quel cantiere che è il dibattito pubblico e politico sulle guerre cognitive, la principale minaccia ibrida della contemporaneità, un nuovo e non meno significativo pericolo si staglia all’orizzonte: le armi neurologiche.

La ricerca nel campo delle neuro-armi è agli inizi, sebbene Washington e Mosca abbiano condotto i primi esperimenti durante la Guerra fredda, e premette e promette la fabbricazione di dispositivi, strumenti e sostanze in grado di disabilitare le funzioni cognitive di un avversario per periodi prolungati. Ma è più che probabile, è certo, che i modelli successivi ai prototipi odierni saranno in grado di cagionare danni permanenti.

Secondo la definizione di James Giordano, il massimo esperto statunitense sul tema, “le neuro-armi possono essere agenti biologici, armi chimiche ed energia diretta, o una combinazione di metodi differenti, dagli effetti latenti, duraturi e altamente distruttivi”. Effetti come l’abbassamento delle funzioni cognitive e, in casi estremi, una morte causata dalla distruzione dei tessuti cellulari.



Le armi neurologiche non sono fantascienza: sono già tra noi e sono state utilizzate a cielo aperto, peraltro con risultati eccellenti, come rammenta il caso irrisolto della sindrome dell’Avana. Irrisolto perché gli investigatori della Central Intelligence Agency hanno deciso di chiuderlo, nel 2022, per l’impossibilità di produrre risposte soddisfacenti alle loro (tante) domande.

Lo studio del neuro-strike compiuto ai danni di ventisei membri dell’ambasciata degli Stati Uniti a Cuba tra il 2016 e il 2017 ha permesso, però, di far luce su alcuni aspetti di queste super-armi cerebrali. Gli inquirenti che hanno lavorato al caso, nello specifico, hanno appurato che individuare la sorgente dell’attacco è complicato, che comprendere il tipo di arma utilizzato è altrettanto difficile e che i danni procurabili alle vittime spaziano dall’alterazione del sistema nervoso al rallentamento delle attività motorie, passando per la regressione delle abilità emozionali e delle capacità cognitive.

Le armi neurologiche, in sintesi, consentono a colui che le impiega di compiere un attacco a distanza ad altissima precisione e a bassissima visibilità, giacché la vittima inizierà a sentire i primi sintomi soltanto nelle settimane e nei mesi seguenti. E capire quale sia l’origine dei mali non sarà semplice: un emettitore di infrasuoni, un dispositivo a microonde, laser a infrarossi vicini, un agente neurotossico, neurotropico o neurodisabilitante ingerito, inalato o toccato, un’arma a fascio di particelle.

Il futuro sono le guerre cerebrali

Le fantascienza non è mai per sempre. Perché se la storia è maestra di vita, come diceva Cicerone, allora uno dei suoi più grandi insegnamenti è che le fantasie oniriche dei padri sono destinate a essere la realtà dei loro eredi. Risultato del fatto che il progresso è una macchina da corsa che non possiede freni.

Il futuro della guerra parla la lingua dell’ibridismo: ampie zone grigie in grado di rosicchiare e di risucchiare le zone bianche, minacce onnidirezionali, onnipervasive e onnipresenti, un asfissiante, confondente e impercettibile perpetuum bellum. È un futuro che sarà protagonizzato da chatbot killer, deepfake maligni, guerre nel metaverso, hackeraggi mortali, operazioni cognitive e neuro-strike.



I neuro-strike, che occuperanno un posto di rilievo nel futuro panorama delle relazioni internazionali e delle guerre, presentano un potenziale straordinario in termini di rivolgimenti bellici, sociali e politici. Giacché trattasi di strumenti in grado di influenzare cognizioni, comportamenti, emozioni e salute degli esseri umani e che sono impiegabili sia contro i singoli sia contro le collettività.

Prepararsi all’era delle guerre neurologiche, massima espressione della corsa al cervello, equivale a sensibilizzare i decisori politici e militari sulla loro distruttività potenziale e comprovata: indebolimento delle funzioni cognitive, insorgere di tumori, liquefazione del sistema nervoso e del tessuto cellulare, spegnimento del cervello.

Un neuro-strike potrebbe uccidere un capo di stato, impattare sulle capacità attentive e sulle percezioni di un corpo diplomatico distaccato in un’ambasciata, confondere un reggimento in guerra, condizionare piccole fette di una popolazione. Prevarranno su questa sfida esistenziale coloro che investiranno con malizia e previdenza, dunque con criterio e per tempo, nelle neuroscienze e nelle neurotecnologie.

Breve storia delle armi neurologiche

La storia delle armi neurologiche non inizia con la misteriosa sindrome dell’Avana, che ha segnato le vittime con “una forma unica di disordini cognitivi”, parola della neuropsicologa Bonnie Levin, essendo le sue origini risalenti alla Guerra fredda.

Durante la corsa al cervello, capitolo semisconosciuto ma fondamentale dello scontro egemonico del secondo Novecento, Stati Uniti e Unione Sovietica investirono massicciamente in ricerca e sviluppo di armi a impatto neurocognitivo: dall’energia diretta alle sostanze stupefacenti.

L’Office of Naval Research finanziò delle ricerche, durate dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, volte a comprendere l’impatto dell’esposizione prolungata a forme di energia diretta sul funzionamento del cervello. La Central Intelligence Agency portò avanti per un trentennio il programma MK-ULTRA, popolato di decine di sottocapitoli, all’inseguimento di ricette per l’alterazione permanente del comportamento, per la fabbricazione di droghe neuroalteranti e per la produzione di sieri della verità.



Per quanto riguarda l’Unione Sovietica, le cui ricerche in materia di neuro-armi continuano a essere avvolte da un manto di mistero a causa della scarsità di documenti declassificati, negli anni Settanta fu la protagonista, o meglio l’antagonista, di un incidente diplomatico con gli Stati Uniti coinvolgente malattie e microonde.

Gli Stati Uniti scoprirono l’esistenza di una cappa a microonde attorno alla loro ambasciata a Mosca. Credevano che i sovietici avessero messo in piedi l’inusuale ponte radio nell’ambito di un’operazione spionistica, ma in realtà il loro personale era stato il bersaglio del primo neuro-strike della storia. Lo confermò una ricerca del 1976, a lungo secretata, attestante una mortalità per tumori più alta rispetto alla popolazione generale e uno stato di salute complessivamente peggiore rispetto ai colleghi operanti in Europa.

Vittima eccellente della prima neuro-arma sviluppata dall’uomo, ribattezzata il Segnale di Mosca, sarebbe stato l’ambasciatore Walter Stoessel. Che si ammalò misteriosamente nel 1975, iniziando a perdere sangue dagli occhi, per poi sviluppare una letale leucemia alcuni anni dopo. Un’agonia per nulla naturale la sua, perché provocata da quell’impercettibile segnale, confidò all’epoca a dei colleghi un preoccupato Henry Kissinger. E da allora, nella totale inconsapevolezza delle masse, nel mondo è guerra: guerra neurologica.