Mentre l’Europa è impegnata cannibalizzare le poltrone lasciate dal Regno Unito dopo la Brexit e gli Stati Uniti sono imbrigliati in un violento scontro istituzionale con l’impeachment di Donald Trump, sulla sponda sud del Mediterraneo allargato altri attori internazionali stanno colmando il vuoto lasciato dagli euro-occidentali. Algeria, Tunisia, Libia, Israele, Libano e Iraq hanno un minimo comune denominatore: sono governati da esecutivi “ad interim” in carica solo per il disbrigo per gli affari correnti. Per motivo o per l’altro, tutte queste nazioni sono impegnate in una delicata fase di transizione dagli esiti ancora incerti.

L’Algeria, il Paese più vasto dell’Africa da cui l’Italia importa circa il 30 per cento del suo gas, ha appena eletto un nuovo presidente contestato dalla piazza con la più bassa affluenza al voto di sempre. La Tunisia, spesso citata come esempio di democrazia nel mondo arabo e perla rara del Mediterraneo, rischia di tornare alle urne o di finire nelle mani degli islamisti. In Libia si combatte una guerra per procura si sta trasformando in un conflitto regionale di ampia portata in stile siriano. Le proteste di piazza in Libano e Iraq contro l’establishment a guida sciita non si sa dove porteranno, né quando dureranno. Persino Israele, considerato il Paese più stabile della regione, sta attraversando una crisi politica e istituzionale inedita. In questo quadro, potenze come Russia, Turchia e Cina si muovono con velocità e spregiudicata relegando gli europei all’irrilevanza.

Tunisia, rischio nuovo urne

Le elezioni dello scorso ottobre, le seconde post-rivoluzione, hanno scombussolato il quadro politico tunisino. L’elettorato ha subito una profonda frammentazione in seguito alla grave crisi economica (tuttora in corso) e alla crescente preoccupazione per la corruzione. Il fronte laico tunisino riunito attorno alla figura di Beji Caid Essebsi si è scisso fino a sparire quasi completamente dalla scena. Le elezioni sono state vinte da Ennahda, che significa “rinascita” o “rinascimento” in arabo, il partito fondato nel 1981 da Rachid Ghannouchi (l’attuale presidente del Parlamento, sostenitore in gioventù della necessità di usare la violenza per disfarsi dei regimi arabi corrotti e sostenuti dall’Occidente).

Con 54 deputati su 217 seggi, il movimento che si autodefinisce “democratico musulmano” è la prima forza politica dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo, ma non ha ancora i numeri per governare da solo. Le consultazioni per formare una nuova maggioranza sono state affidate a Habib Jomli, 60 anni, considerato vicinissimo al movimento islamico. I negoziati sono complicati, anche perché la posta in gioco è alta: il braccio di ferro riguarda soprattutto il controllo del ministero dell’Interno e della Giustizia. Chi guiderà questi dicasteri influirà nelle indagini relative al presunto coinvolgimento del servizio segreto “parallelo” di Ennahda negli omicidi politici del 2013. Vale la pena ricordare, inoltre, che a gennaio i nostri vicini meridionali avranno un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un aspetto rilevante soprattutto in chiave libica.

Algeria, le elezioni non placano le proteste

L’ex primo ministro Abdelmadjid Tebboune è stato eletto come ottavo presidente dell’Algeria al primo turno con il 58,15 per cento dei voti. La consultazione è stata contraddistinta da proteste del Movimento popolare “Al Hirak” e una bassissima affluenza, appena il 39,9 per cento degli aventi diritto si è recato alle urne. Il neoeletto presidente si è comunque insediato nominando un nuovo governo “ad interim”, ma non è bastato a fermare le manifestazioni. Classe 1945, politico di carriera con una lunga esperienza alle spalle, Tebboune ha teso la mano ai dimostranti dicendosi disponibile a incontrarli, ma la piazza non ha particolari proposte, leader o piattaforme politiche. La scelta dell’opposizione di non partecipare alle elezioni presidenziali potrebbe rivelarsi un suicidio politico, soprattutto in un Paese come l’Algeria dove le istituzioni sono tradizionalmente molto forti. L’unica prospettiva possibile sembra essere quella di sciogliere le Camere, consentendo ai partiti di opposizione di porre fine al “ritiro sull’Aventino” tornando nell’agone politico. A quel punto il nuovo parlamento eletto potrebbe fungere da “Assemblea Costituente” con l’incarico di porre le basi di un cambiamento sistemico. Ma una trasformazione troppo radicale potrebbe generare instabilità, uno scenario decisamente da evitare visti anche precedenti in Libia e soprattutto il terribile “Decennio nero” degli anni Novanta. Occorre ricordare che l’Italia è il primo cliente dell’economia algerina grazie al gasdotto TransMed, che attraversa il territorio algerino e tunisino portando in Sicilia circa il 30 per cento delle forniture estere di metano. Le principali compagnie italiane, peraltro, hanno da poco rinnovato importanti contatti di fornitura.

La Libia finisce sul piatto di Turchia e Russia?

Dopo dieci mesi di combattimenti senza sosta, fatta eccezione per quattro giorni della tregua dell’Eid Al Adha negoziata dalle Nazioni Unite ad agosto, la situazione sul terreno in Libia non migliora, anzi continua a peggiorare. Da un conflitto a bassa intensità si è passati a uno scenario di sanguinosa guerra civile aggrava da una guerra per procura. Il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica sostenuto da Egitto, Emirati Arabi Uniti ma soprattutto dalla Russia, ha annunciato il lancio dell’ennesima “ora zero”, che dovrebbe segnare l’offensiva finale per la conquista della capitale libica sotto il controllo del Governo di accordo nazionale (Gna), a sua volta difeso dalla Turchia. Una strategia utilizzata anche nelle campagne militari a Bengasi e Derna, alla fine assoggettate al controllo dell’Esercito della Cirenaica. Tripoli, tuttavia, è un’altra storia: troppo vasto il tessuto urbano per una conquista-lampo, troppo numerose e agguerrite le milizie di Misurata (città che ospita circa 300 militari italiani) intervenute per fermare l’avanzata di Haftar. Più il tempo passa, più aumenta il rischio di vedere la Libia divisa in zone d’influenza tra Russia e Turchia, replicando per certi versi gli esiti della guerra in Siria, dove i due Paesi hanno infine trovato un accordo spartitorio, a spese dei curdi. Il patto stretto dal premier di Tripoli Fayez al Sarraj con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e la presenza di mercenari russi in Libia (le stime variano dai 100 ai 1.500 uomini, molti dei quali veterani della guerra in Siria) a sostegno del generale Haftar, potrebbero paradossalmente essere la molla per far scattare l’azione degli europei. La visita in Libia del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sembrerebbe rientrare in quest’ottica: l’idea di compattare il fronte euro-occidentale e di “riprendere il pallino in mano” è giusta, ma l’impressione è che ormai sia troppo tardi.

Libano e Iraq, fragili equilibri in pericolo

Dallo scorso ottobre nei due paesi arabi considerati più vicini all’Iran dopo la Siria sono in corso manifestazioni di protesta apparentemente spontanee, con l’obiettivo di spazzare via la classe politica dominante considerata corrotta e inetta. Le richieste dei dimostranti iracheni e libanesi sono legittime e le stesse: via i corrotti, nuova legge elettorale, scioglimento del Parlamento e quindi nuove elezioni. “Il problema è che le leggi elettorali cambiano, ma i grandi partiti continuino a vincere ancora e ancora, perpetuando lo stesso ciclo di corruzione. I partiti avranno certamente qualche candidato che curerà i loro interessi e soprattutto non si occuperà della corruzione. Noi non abbiamo nessuno da nominare, ma non vogliamo un altro primo ministro corrotto”, ha spiegato ad “Agenzia Nova” Faisal Jeber, archeologo e attivista in questi giorni in visita in Italia. Occorre tuttavia considerare che in Iraq vige un sistema di governo basato su quote confessionali (sciiti, sunniti, curdi) che gli statunitensi hanno ricalcato proprio dal Libano (cristiani maroniti, sciiti, sunniti) e che oggi appare in crisi. Sradicare questi delicati equilibri politico-confessionali in nome della “lotta contro il potere”, senza un’idea precisa di “cosa fare dopo” e senza una chiara alternativa, rischia di riaccendere antichi conflitti settari mai del tutto superati. Vale la pena sottolineare che l’Italia è presente sia in Libano che in Iraq rispettivamente con 1.250 e 926 militari.

Israele, tre elezioni in meno di un anno

Il prossimo 2 marzo Israele tornerà al voto per la terza volta in dodici mesi, un vero e proprio record per lo Stato ebraico. Il più longevo primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sotto attacco della magistratura, per due volte ha rimesso il mandato nelle mani del capo dello Stato, Reuven Rivlin, creando una situazione edita dal punto di vista politico. Da diversi mesi ormai il governo è in carica solo per il disbrigo degli affari correnti, congelando di fatto le decisioni importanti dal punto di vista diplomatico e strategico. Le casse dei partiti sono state svuotate da due campagne elettorali e sulla terza tornata elettorale aleggia lo spettro di un ennesimo risultato includente. Israele, in altre parole, si sta sempre più “arabizzando”, anche se l’economia non sembra risentire troppo di questa grave crisi politica: la disoccupazione rimane stabile al 4 per cento, mentre il Prodotto interno lordo dovrebbe continuare a crescere oltre i tre punti percentuali, anche se le stime del Fondo monetario internazionale sono in calo. Dal punto di vista strategico-militare, il piano quinquennale per la Difesa risulta bloccato, con il rischio di crescenti malumori all’interno degli alti ufficiali delle Forze armate dell’unico Paese della regione dotato di testate nucleari. La situazione lungo la demarcazione con il Libano resta per ora immutata, così come la politica di contenimento dell’Iran nella regione. Lo Stato ebraico avrà pure attraversato crisi ben peggiori della storia, ma lo scontro politico israeliano è l’ennesima spia di allarme in una regione dove i focolai di tensione – visti tutti insieme – fanno paura.

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