Damasco non è certamente Aleppo: in gran parte della capitale siriana, la guerra ha rappresentato in tutti questi anni un fatto che è entrato nella quotidianità dei suoi abitanti più per il repentino peggioramento delle condizioni economiche che per la distruzione di interi palazzi ed edifici; i suoi principali monumenti, le sue Chiese, le sue moschee ed i suoi affollati mercati del centro della città sono ancora esistenti e funzionanti, a differenza di quanto capitato ad Aleppo, ad Homs e purtroppo in tanti altri piccoli o medi centri del paese. Pur tuttavia, Damasco non è stata mai immune al tempo stesso dai pericoli derivanti dalla presenza islamista: diversi gli attentati compiuti durante gli anni del conflitto, tanti i civili rimasti uccisi ma, ancor più inquietante per i damasceni è l’occupazione di alcune città satellite dell’hinterland della capitale la quale rappresenta, di fatto, ciò che rimane dell’assalto effettuato dai cosiddetti “ribelli” al cuore del potere degli Assad nel luglio 2012, quando Damasco sembrava sul punto di capitolare ma, grazie sia all’appoggio della popolazione al governo e sia dell’immediata ripresa del controllo da parte dell’esercito, la città è stata salvata dall’avanzata jihadista.

Ghouta Est, la spina nel fianco della capitale

Posti di blocco, check point e barriere con sacchi di cemento: dal 2012 le strade del centro di Damasco sono state ‘riempite’ di tutti i classici segni di una guerra anche se, di fatto, la vita ha continuato a scorrere nella sua quotidianità; attorno la capitale, dopo il fallimento dell’assalto jihadista del luglio 2012, sono sorte tante piccole ‘sacche’ che hanno spesso messo a repentaglio la sicurezza. Tra queste, hanno avuto maggiore importanza quelle della Ghouta Ovest, soprattutto presso il quartiere di Darayya, e della Ghouta Est; mentre la prima è stata definitivamente riconquistata lo scorso anno, assieme a quelle di Al Tall e Barzah nella parte nord orientale della città, l’altra invece rappresenta attualmente la più insidiosa presenza terrorista al di fuori delle aree di Idlib e Dara’a. Essa ricopre un’area che solo marginalmente ricade nel territorio periferico di Damasco, essendo ben collegata con un’area vasta comprendente le importanti città di Duma ed Harasta, oltre che il sobborgo damasceno di Jobar.

Un nome, quello del quartiere di Jobar, non certo nuovo alle cronache: è qui che nel settembre 2013 un bombardamento ha creato la prima grave crisi tra Damasco e Washington visto che, dalla Casa Bianca, si accusava Assad di aver lanciato sostanze chimiche in tutta l’area; Obama, come ben si ricorderà, era già pronto ad intervenire con raid punitivi contro il presidente siriano, tuttavia l’opposizione di Mosca ai piani bellici degli USA e la mobilitazione internazionale hanno evitato l’escalation. Oggi Jobar, al pari di Harasta, si presenta come uno degli ultimi avamposti islamisti a pochi chilometri dal centro di Damasco; dall’ottobre 2015 in poi, da quando cioè la Russia ha iniziato i raid al fianco dell’aviazione siriana, gran parte della ‘sacca’ del Ghouta Est è stata riconquistata ma, tanto per la difficoltà di avanzamento in un contesto molto urbanizzato quanto per il sospetto di una diffusa corruzione tra i soldati governativi incaricati di presidiare la zona, il governo non riesce ad aver definitivamente ragione sui terroristi ancora presenti nell’area.

L’inaspettata offensiva islamista e la fine della ‘De Escalation Zone’

I jihadisti, molti dei quali legati in passato anche al fronte Al Nusra, non hanno il potenziale di uscire dalla sacca del Ghouta Est e mettere a serio rischio la tenuta dei governativi nel centro della capitale, pur tuttavia l’occupazione dei quartieri damasceni sopra menzionati sono sempre stati percepiti come un pericolo per la sicurezza, vista la possibilità per gli islamisti di lanciare razzi verso il centro o di mettere in azione in città proprie cellule terroriste in grado di attuare attentati kamikaze. Nel mese di luglio però, gli abitanti di Damasco hanno tirato un primo sospiro di sollievo quando hanno appreso che, dopo gli accordi di Astana, anche la Ghouta Est è stato compreso nelle cosiddette ‘De Escalation Zone’, aree del paese non controllate dal governo dove è stata concordata una tregua mediata e vigilata da Russia e Turchia; da quel momento infatti, non sono stati segnalati particolari episodi di rilievo, con l’intera Damasco che, in attesa della definitiva fine del conflitto attorno il proprio centro urbano, ha però per la prima volta dal 2012 vivere in un contesto molto vicino alla normalità.

Tutto questo però fino alla scorsa settimana quando, proprio mentre la situazione sembrava essere sotto controllo grazie anche all’ingresso di un convoglio di aiuti umanitari all’interno della Ghouta Est, gli islamisti hanno lanciato razzi verso il centro di Damasco; l’inatteso bombardamento ha causato alcune vittime tra i civili, oltre ad aver messo sotto pressione una popolazione colta di sorpresa dal repentino precipitare degli eventi. Da quel momento, la battaglia per la definitiva messa in sicurezza della capitale siriana ha ripreso nuovo intenso vigore; dalla giornata di lunedì infatti, si segnalano numerosi raid contro Jobar ed Harasta, i governativi in tal senso sono aiutati anche dagli aerei dell’aviazione russa. I bombardamenti, secondo quanto riferiscono numerose fonti presenti a Damasco, appaiono intensi e mirano a colpire le postazioni più importanti degli islamisti; il principale problema che, dal 2012 in poi, ha sempre creato grattacapi ai governativi riguarda la presenza di numerosi tunnel, lì dove i terroristi nascondono armi e munizioni in grado di sfuggire ai raid aerei.

Ad Harasta inoltre, grazie all’ausilio di autobomba, i gruppi jihadisti hanno anche provato a sfondare le linee dell’esercito; i vari tentativi però non hanno sortito molti effetti, pur tuttavia la situazione appare in fase di stallo: né l’una e né l’altra parte riescono al momento ad avanzare e le posizioni sono le stesse che vi erano già prima dell’improvvisa offensiva dei terroristi. In questa fase, molto probabilmente, l’aviazione e l’esercito siriano non proveranno un’immediata riconquista: anche se oramai a Jobar ed Harasta non vi è la presenza di civili, appare difficile avanzare tra quel che resta del centro urbano di questi quartieri e, di conseguenza, l’esercito cercherà semplicemente di tenere le posizioni e distruggere depositi e munizioni per mezzo dei bombardamenti.

Al di là comunque di come evolverà nell’immediato questa nuova escalation, è da registrare come gli echi dei colpi di artiglieria e dei raid aerei sono tornati a risuonare e ad occupare la quotidianità di Damasco: una città che, come detto ad inizio articolo, non è stata distrutta interamente dalla guerra come accaduto ad Aleppo ma che, tra una vita resa aspra dal conflitto e tra i rumori delle battaglie, vive anch’essa in primo piano il dramma della violenza che oramai nel paese perdura da sei lunghi anni.