L’esercito siriano è entrato nella città di Tafas, nella provincia meridionale di Daraa, l’11 febbraio. Le truppe governative sono riuscite a riprendere il controllo dell’abitato grazie all’intermediazione della Russia, che ha raggiunto nei giorni precedenti un accordo con il Comitato negoziale centrale, un’organizzazione formata dai capi delle tribù locali e da ex miliziani dell’Esercito siriano libero.

Tafas era una delle poche città della provincia di Daraa ancora nelle mani dei movimenti di opposizione al presidente Bashar al-Assad: nel 2018 la Russia era riuscita a ripristinare l’autorità di Damasco nell’area meridionale della Siria, ma alcuni gruppi hanno continuato ad opporsi al potere di Assad nell’area al confine con Giordania e Israele. A questo proposito era stato creato proprio il Comitato negoziale centrale, il cui compito è quello di dialogare con Mosca e garantire il rispetto del patto stipulato nel 2018.

Secondo l’accordo raggiunto a febbraio tra Russia e Comitato, i ribelli dovranno abbandonare gli edifici governativi, consegnare all’esercito di Damasco le armi in loro possesso e permettere il ripristino della polizia locale, che si occuperà di garantire la sicurezza della città. Tutte le altre fazioni armate dovranno deporre le armi e lasciare alle forze governative il compito di ripristinare l’ordine a Tafas. In cambio, Mosca e Damasco hanno permesso ai leader dell’opposizione di lasciare la città e di cercare rifugio in altre parti della regione ancora fuori dal controllo governativo.

L’intermediazione della Russia ha evitato che l’esercito di Assad riprendesse la città con la forza: la Quarta Divisione e la 15esima Divisione delle forze speciali avevano da tempo circondato l’area e minacciavano di attaccare Tafas da un momento all’altro. Messe alle strette, le forze di opposizione hanno preferito cedere alle pressioni della Russia e consegnare la città al presidente Assad.

Il controllo della regione

Ma Tafas non è l’unica città su cui il presidente siriano vuole rimettere le mani nel minor tempo possibile. Anche al-Muzayrib, Jillen, Sahem al-Golan e il Bacino di Yarmouk sono ancora sotto il controllo dell’opposizione, nonostante l’accordo del 2018 che avrebbe dovuto riconsegnare tutta la provincia di Daraa a Damasco. D’altronde, anche l’area su cui il governo è riuscita da qualche anno ad imporre il suo controllo continua a rappresentare un problema per il Governo di Assad: le rivolte sono ancora frequenti, soprattutto a causa della crisi economica e dei suoi effetti sulla vita della popolazione locale, sempre più impoverita.

Il presidente, però, è sempre meno disposto a tollerare qualsiasi forma di opposizione al suo potere ora che le elezioni si avvicinano. Tra aprile e maggio sono infatti previste nuove consultazioni nei territori controllati da Damasco e Assad non vuole sorprese nel momento in cui cercherà di consolidare ulteriormente il suo potere sulla Siria. Nei prossimi mesi, quindi, è probabile che il presidente continui a muovere le sue truppe nella regione di Daraa per conquistare nuove città e tenere la situazione il più sotto controllo possibile. Ripristinare l’autorità di Damasco nella zona meridionale permetterebbe tra l’altro al Governo di dedicarsi con maggiore attenzione ad altri teatri siriani, primi fra tutti quello settentrionale.

Ma l’area di Daraa non è importante solo per il regime. Anche l’Iran ha tutto da guadagnare nel posizionare le sue forze nella parte sud della Siria confinante con Israele, soprattutto in un momento di particolare tensione tra Tel Aviv e Teheran come quello attuale. L’Iran d’altronde è entrato nella guerra siriana al fianco di Assad proprio per espandere la sua presenza in un Paese confinante con Israele e Libano, rafforzando così la linea di approvvigionamento delle milizie filo-iraniane.