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Guerra

Damasco come Kabul? Il regime di Assad è sul baratro

Damasco 2024 come Kabul 2021? Lo scenario che si apre è di quelli peggiori per Bashar al-Assad e il regime alauita della Siria dopo tredici anni di guerra civile improvvisamente “scongelati” dall’offensiva ribelle contro una parte lealista del Paese che...

Damasco 2024 come Kabul 2021? Lo scenario che si apre è di quelli peggiori per Bashar al-Assad e il regime alauita della Siria dopo tredici anni di guerra civile improvvisamente “scongelati” dall’offensiva ribelle contro una parte lealista del Paese che sembrava in mano saldamente al governo centrale. Assad aveva perso solo due capoluoghi di provincia in maniera definitiva in tredici anni di guerra: Idlib, oggi roccaforte dei militanti filo-turchi e dei jihadisti di Hay’at Tahrir al-Sham (Hts), e Raqqa, a lungo capitale del sedicente Stato Islamico. Dal 28 novembre a oggi ha perso definitivamente Aleppo e Hama, seconda e quarta città del Paese, vede i militanti di Hts assediare Homs, dove tutto cominciò con le proteste del 2011 che fecero divampare la guerra civile, e ha visto insurrezioni emergere laddove il conflitto che ha devastato il Paese levantino non è mai arrivato.

Sono impressionanti, in tal senso, le insurrezioni anti-Assad divampate a Suwaida, cittadina a maggioranza drusa a Sud di Damasco, dove storicamente i consensi per la dittatura erano più forti complice il ruolo del regime come antemurale all’islamismo radicale. Ma ora che dietro la quinta della maggioranza del controllo territoriale il regime di Assad appare come fatto di cartapesta senza l’appoggio russo-iraniano e degli Hezbollah, lo scenario che viene alla mente è quello della rapida avanzata dei Talebani sull’Afghanistan nel 2021.

La Siria come l’Afghanistan

Allora lo Stato era il regime filo-occidentale della Repubblica Islamica dell’Afghanistan e gli avversari gli Studenti Coranici, l’avanzata fu preceduta da manovre d’intelligence e infiltrazione e le forze occidentali stavano già lasciando il Paese, ma il collasso dello Stato fu rapido. Oggi i patroni di Assad si chiamano Russia e Iran, ma senza di loro appare doveroso chiedersi cosa sia quel governo che già nel 2015 era vicino al collasso e fu salvato dall’appoggio esterno.

Nella guerra che devasta il Paese mediorientale da tempo si combattono partite parallele. C’è la guerra di Assad per la sua sopravvivenza politica, e non solo. Su questo fronte, è da sottolineare come la Guardia Repubblicana, i “pretoriani” di Assad, non si sia mossa da Damasco e resti asserragliata in attesa di ordini. Altrove, l’Esercito Arabo Siriano cede posizioni e, dove combatte, lo fa sostenuto dal nerbo di poche unità come l’eccellente Tiger Force tra Hama e Homs. In parallelo c’è poi la partita tra i militanti anti-Assad, i generici “ribelli” dietro cui si nascondono varie sigle. C’è il Governo ad Interim Siriano dell’Esercito Nazionale Siriano spalleggiato dalla Turchia, ci sono poi i jihadisti ex al-Qaeda di Hts, il cui leader Abu Mohammed al-Jolani rivendica la forza militare del suo gruppo, protagonista della guerra-lampo nel Nord-Ovest e sta già studiando da futuro leader della Siria.

Alla Cnn, in un’intervista esclusiva, il militare e jihadista nato in Arabia Saudita e cresciuto all’ombra di Al-Qaeda in Iraq imparando l’arte della guerriglia dal feroce Abu Mousab al Zarqawi, ha mostrato una sorprendente moderazione politica: “nessuno ha il diritto di cancellare un altro popolo”, ha dichiarato in risposta agli interrogativi sulle persecuzioni delle minoranze che spesso i gruppi islamisti hanno promosso. al-Jolani ha dichiarato di voler “ricostruire la Siria”. Una dichiarazione politica che implica, dal suo punto di vista, una campana a morto per il regime.

Gli scenari geopolitici attorno la Siria

C’è, poi, la partita geopolitica delle potenze. E tutto, qua, passa per Homs. Se la Siria è l’incrocio tra i due archi di crisi che perturbano la geopolitica mondiale, quello sull’asse Nord-Sud che va dall’Ucraina al Mar Rosso e quello che dal Nord Africa e dalla Libia corre fino all’Asia Centrale via Medio Oriente, il quadrante Hama-Homs è il centro nevralgico della Siria. Cadute entrambe le città, sarebbero tagliate fuori le roccaforti alauite della costa dalla capitale Damasco. E di conseguenza sarebbero interrotti i collegamenti tra la capitale e le basi di Tartus e Latakia dove operano marina e aeronautica russa. L’analista geopolitico Emanuel Pietrobon parla di “demolizione controllata” del regime, e qua il riferimento è a possibili colloqui “formato Astana” tra Russia, Turchia e Iran per definire un’uscita controllata di Assad dal Paese.

Questo scenario, non ipotizzabile fino a dieci giorni fa, chiama alla propria responsabilità Russia e Iran, che hanno puntellato un regime rimasto sostanzialmente incapace di riprendersi veramente la Siria preferendo crogiolarsi tra i guadagni del narcotraffico e le rendite di posizione, ma anche i Paesi che a lungo hanno sostenuto la ribellione siriana salvo poi vederla egemonizzata da un solo attore, la Turchia, e dalle componenti radicali come Hts.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto le Forze Democratiche Siriane (Sdf) curde che si sono avvicendate coi lealisti dopo un breve scontro a Deir-ez-Zor, ma le unità Sdf non sono certamente più disposte a “morire per Washington”. E poi c’è Israele che formalmente occupa una parte di Siria, le alture del Golan, e negli anni scorsi molto ha fatto per danneggiare le posizioni filo-Assad. A Tel Aviv una presa di potere ostile al regime non dispiacerebbe: vorrebbe dire un potenziale nemico islamista in più su cui scaricare la retorica della guerra infinta cara agli ultra-nazionalisti di Benjamin Netanyahu. Ma la percezione è che al-Jolani e i suoi abbiano preso chiunque di sorpresa. E che mentre il regime di Assad si squaglia come neve al sole nessuno abbia un’idea di cosa sarà la Siria domani.

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