La crisi dell’ordine internazionale che si va consolidando negli ultimi anni sta contribuendo alla saldatura di una serie di scenari bellici, di tensione internazionale e di rivalità tra potenze che, anche in assenza di una lineare consequenzialità, nel contesto delle geometrie variabili dell’ordine globali si rafforzano reciprocamente. Lo storico ed economista Adam Tooze ha popolarizzato negli Usa il termine “policrisiper definire l’accumularsi di questo tipo di dinamiche dalla pandemia di Covid-19 in avanti. E negli scenari internazionali possiamo avvertire il manifestarsi di tale congiuntura dalla saldatura di un arco di crisi che nell’area più calda del pianeta si espande dall’Ucraina al Mar Rosso toccando Medio Oriente, Mediterraneo orientale, Africa dell’Est e Penisola arabica.

L’arco di crisi si salda

Mentre la guerra in Ucraina continua e, inclemente, senza una soluzione militare prosegue quella a Gaza, con l’Israel Defense Force impantanata e ora pronta a puntare su Rafah, gli effetti di questi conflitti e delle loro proiezioni regionali non tardano a moltiplicarsi reciprocamente. L’invasione russa dell’Ucraina ha surriscaldato l’area del Mar Nero, quella di Gaza da parte di Israele dopo i brutali attentati del 7 ottobre ha causato reazioni a catena sulla scia dell’esplosione del Medio Oriente e delle sortite dei ribelli yemeniti Houthi, aprendo inoltre anche a un arco di tensioni che dall’Egitto tocca il Sudan e arriva al Corno d’Africa.

Economia, geopolitica e proiezioni dell’hard power delle potenze aiutano a capire come le crisi si sommino e moltiplichino. Basti un esempio. La crisi del Mar Rosso sta, a distanza, provocando danni all’Ucraina che si prepara a affrontare il secondo anniversario dell’invasione russa riducendo le prospettive economiche di Kiev e del finanziamento della sua guerra attraverso un nuovo collo di bottiglia posto di fronte alle rotte per il suo export di grano verso l’Africa e l’Asia. “Il più grande ostacolo alle prospettive delle esportazioni ucraine potrebbe essere la crisi del trasporto marittimo nel Mar Rosso. Il passaggio attraverso il Mar Rosso è vitale per il programma di esportazione dell’Ucraina dal Mar Nero verso l’Asia”, nota Grain Central. “Circa il 30% delle recenti spedizioni attraverso il nuovo corridoio sono dirette verso la Cina. Pakistan, Bangladesh e Indonesia sono altre importanti destinazioni asiatiche. Le esportazioni di gennaio sono diminuite rispetto a dicembre, ed è improbabile che l’export a febbraio si riprenda finché il problema persiste”. Una ragione in più per collegare attivamente le due crisi e mostrare, parimenti, quanto diversi attori a cavallo tra i vari scenari geopolitici siano oggi Paesi chiave su vari scenari.

La crisi dei Paesi-pivot

Si pensi ad esempio all’Egitto, che nel 2022-2023 ha subito la fragilità interna dettata dalla crisi alimentare scatenata dal calo delle granaglie russe e ucraine, rimane un Paese cruciale tanto per la Russia quanto per gli Stati Uniti in quanto guardiano del canale di Suez e si trova oggi nella scomodissima posizione di equidistanza tra Stati come Israele e Arabia Saudita che dalla disruption mediorientale hanno visto raffreddarsi i loro rapporti tesi in passato alla riappacificazione definitiva. Il Cairo ha visto crollare del 40% le entrate dal canale di Suez dall’inizio dei raid Houthi contro le navi commerciali e, al confine, ha la grana del Sudan in cui la guerra tra le ex Forze d’Intervento Rapido e l’esercito regolare segnala anche una proiezione dei proxy russi (Gruppo Wagner) e ucraini (tramite l’intelligence militare) a sostegno delle due parti in causa.

Ma si pensi anche alla Turchia, protagonista di un’equilibristica mediazione in Ucraina sul grano ma oggi tagliata fuori dal poter incidere direttamente sulla guerra a Gaza, nonostante gli appelli del presidente Erdogan a fini retorici e propagandistici, perché guardata con sospetto da molti attori dell’area: Israele, Iran e Arabia Saudita sono divisi nettamente tra di loro ma accomunati dalla percezione dell’inaffidabilità di Erdogan. Il cui isolamento esalta il solipsismo, che può portare in prospettiva a colpi di testa come quello a cui ha dato il via libera con il sostegno all’aggressione azera al Nagorno-Karabakh armeno nello scorso autunno.

Quando sono fragili i Paesi-perno della delicata cintura che collega Mar Nero, Mediterraneo orientale, Mar Rosso e Oceano Indiano è fragile l’architrave stessa dell’ordine internazionale. Le tendenze centrifughe dell’ordine internazionale, cosa più importante, non sono più governabili dalle grandi potenze e finiscono per somarsi aggiungendo caos a caos. Nell’ultimo biennio Russia e Stati Uniti si sono scontrate, indirettamente, in Ucraina; le tre maggiori potenze globali, Mosca e Washington a cui si aggiunge la Cina, non hanno potuto o voluto contribuire a evitare lo sdoganamento della “guerra grande” mediorientale.

La geopolitica a geometrie variabili

In Africa i colpi di Stato o le insurrezioni, come in Sudan, si sono susseguite senza che nessuna potenza potesse approfittarvi in maniera netta e decisiva. L’interventismo russo in Ucraina è stato in sostanza un contraccolpo per Vladimir Putin ma senza una strategia rischia di esserlo anche il ritorno di fiamma dei raid Usa senza una pianificazione di medio-lungo periodo ordinati da Joe Biden su Yemen, Siria e Iraq. Resta poi il grande nodo dell’Iran e dei suoi obiettivi.

Per non parlare, poi, di zone come il Corno d’Africa dove l’Occidente ha a lungo sostenuto l’Etiopia salvo poi trovarsi in cortocircuito di fronte all’accordo sul Somaliland per l’accesso al mare negoziato da Addis Abeba scavalcando la sovranità della vicina Somalia. Mossa sostenuta da Israele, ma contestata da Sudan e Egitto, oltre che dall’Eritrea “arruolata” dall’Occidente per la missione di controllo del Mar Rosso. Pur essendo, en passant, la più solida alleata di Mosca nel quadrante regionale. Pechino nel frattempo con cerchiobottismo si crogiola nei successi diplomatici di ieri (accordo Iran-Arabia Saudita) e nella benigna neutralità ma guarda con appresione al taglio della giugulare della globalizzazione che una saldatura dell’arco di crisi Ucraina-Medio Oriente-Mar Rosso può consolidare. Decisamente nefasta in tempi di crisi sistemica.

Non c’è più un ordine globale

L’arco di crisi in saldatura e la geometria variabile delle alleanze e degli obiettivi degli Stati per il professor Alberto Pagani, docente di Terrorismo Internazionale dell’Università degli Studi di Bologna, “ci insegna che non esiste più un ordine globale” sulla scia del tracollo delle più amene speranze di omologazione del mondo globale. Per Pagani “siccome ogni azione produce una reazione contraria ad essa, il processo di omologazione prodotta dalla globalizzazione ha generato nuove pulsioni identitarie e localistiche. Si sono quindi radicalizzate le differenze culturali, etniche e religiose. Nuove linee di faglia si sono aperte lungo i confini di antiche civiltà millenarie, che in passato furono potenze imperiali e che coltivano ancora l’ambizione di ritornare ad essere grandi imperi”.

“La situazione mi ricorda molto l’estate del 1914”, ha fatto eco a Pagani l’ambasciatore Marco Carnelos, già titolare della legazione d’Italia a Baghdad. Allora “permaneva una tensione crescente, nessuna potenza voleva perdere la faccia, ognuna di loro era impegnata ad esercitare la propria deterrenza ma nessuna volava un conflitto vero e proprio. Alla fine, sono state tutte risucchiate nella Prima Guerra Mondiale”. La storia difficilmente si ripete uguale ma i presupposti per un declino dell’ordine internazionale ci sono tutte. La crisi si consolida settimana dopo settimana. Le scintille si moltiplicano. Nessuna strada è già tracciata, ma viene da porsi una domanda: quale grande potenza ha la seria volontà di negoziare le linee rosse di un ordine internazionale meno competitivo, anche plasmato sulle “linee rosse” tra gli imperi odierni, secondo un concetto caro al defunto Henry Kissinger, per evitare che in futuro ci si trovi di fronte al rischio di un “colpo di pistola di Sarajevo” dei nostri giorni? Mosca, Washington e Pechino non sembrano all’altezza di questo compito. Dell’Europa è meglio tacere. E di incertezza in incertezza prosegue una “policrisi” sempre più caotica.