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Il 26 gennaio 2015 i comandanti delle Forze Democratiche Siriane (Sdf) annunciavano definitivamente la totale riconquista di Kobane, la città simbolo della campagna condotta dalle truppe dell’entità autonoma curdo-siriana del Rojava contro lo Stato Islamico allora arrembante. Dal giugno 2014 in avanti, dopo la proclamazione del califfato ad opera di Abu Bakr al-Baghdadi, le bandiere nere erano dilagate tra Iraq e Siria, travolgendo le truppe regolari di Baghdad e le forze di Bashar al-Assad e ponendo sotto assedio la città al confine con la Turchia roccaforte dei curdi. Dopo mesi di combattimento, i curdi sostenuti dalla coalizione a guida Usa erano riusciti a rompere l’assedio in una battaglia divenuta simbolo di libertà e resistenza per milioni di persone.

Kobane tra mito e realtà

La narrazione contrapponeva l’integralismo dell’Isis all’utopia libertaria e progressista del Rojava, in un dualismo sicuramente iconico per quanto semplificatorio, visto che le Sdf combattevano comunque nel complesso teatro della guerra civile siriana e della crisi mediorientale. Dieci anni dopo, Kobane è sempre sulla breccia. L’Isis non c’è più, perlomeno nella sua forma statuale. Non c’è più il regime di Assad, travolto a fine novembre dall’offensiva dei militanti d’opposizione guidati da Abu Mohammad al-Jolani, nuovo padrone della Siria con Hay’at Tahrir al-Sham. Le Sdf hanno dichiarato di voler partecipare alla ricostruzione della Siria ma restano guardate di traverso dal nuovo regime e dal loro storico patrono la Turchia.

Del resto, c’è ancora il Rojava, e si è espanso territorialmente anche in zone arabe abitate da tribù e genti che non avevano malvisto l’ascesa dell’Isis, spesso con accusa di pulizia etnica tra il 2015 e il 2016, ma c’è ancora Recep Tayyip Erdogan, desideroso di chiudere la partita con le forze curde spezzando il fronte tra il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) turco e il Partito d’Unione Democratica (Pyd) siriano, ritenuti due facce della stessa medaglia ad Ankara.

Il parente di un caduto dell’Ypg a Kobane piange sopra la sua lapide nel corso della battaglia, ottobre 2014 (ANSA)

E così Kobane resta in prima linea, di fronte alla prospettiva che nei prossimi mesi una Turchia assertiva possa rivolgersi nei suoi confronti per aprire una campagna di contenimento della presenza delle Sdf al confine, magari ulteriormente consolidata dal sostegno delle unità del nuovo esercito di Damasco addestrato da Ankara. National Interest ritiene che Erdogan possa vedere “la Siria attraverso il prisma della questione curda”, tanto che incontrando al-Jolani di recente “il ministro degli esteri turco Hakan Fidan ha affermato che non c’era spazio per i militanti curdi e ha chiesto lo scioglimento della milizia Ypg, spina dorsale delle Sdf”.

Destini incerti per Kobane

L’Esercito Nazionale Siriano (Sna) quinta colonna turca nel Paese levantino si è mosso nei giorni della caduta di Assad per riconquistare ai curdi la città di Tel Rifaat e muovere sullo straregico centro di Manbij, possibile premessa a una mossa su Kobane. National Interest aggiunge che “Erdogan ha anche affermato che la Turchia è pronta a intervenire per impedire la divisione della Siria” e molto dipenderà anche dalla volontà degli Usa di capire quanto l’apertura alle richieste securitarie del suo alleato turco andranno di pari passo col sostegno alle rivendicazioni curde di autonomia e alla ricerca di abboccamenti con al-Jolani.

Un soldato turco osserva dalle alture oltre il confine la battaglia di Kobane a inizio 2015

In particolare, per la testata americana”ci sono anche segnalazioni secondo cui la coalizione guidata dagli USA avrebbe iniziato la costruzione di una base militare a Kobane, ma ciò è stato smentito dal Pentagono“, che “ha ammesso tuttavia che ora ci sono 2.000 soldati USA in Siria, più del doppio del numero che si pensava in precedenza fosse schierato lì“. 

Il futuro del Kurdistan siriano è incerto, e dai primi abboccamenti tra Erdogan e il neo-insediato Donald Trump, già in passato attento alle richieste securitarie di Ankara ai suoi confini, capiremo se Kobane potrà tornare una linea del fronte, dieci anni dopo, in un Medio Oriente che produce più storia di quanta ne riesca, inevitabilmente, a digerire.

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