Nel rocambolesco incidente che avrebbe causato, il condizionale è d’obbligo, la morte di Evgenij Prigozhin sono troppe le cose che non tornano. Prima di tutto il fatto stesso che sia accaduto: la storia, infatti, ci ha abituato a fin troppi aerei “precipitati” sotto il peso politico delle persone che trasportavano. C’è da ricordare, inoltre, che con Prigozhin sarebbero stati eliminati anche alcuni “eccellenti” della brigata Wagner: anche qui, molto difficile pensare che il vertice del corpo di mercenari più temuto del Pianeta fosse così sprovveduto da viaggiare assieme: ma gli errori madornali in guerra esistono, eccome. Soprattutto in una guerra nella guerra.
Prigozhin è davvero morto?
In mancanza di un corpo, tuttavia, qualsiasi verità è opinabile, checché ne dica il Pentagono, trinceratosi dietro al suo non poter divulgare il modo in cui giunga a determinate evidenze. Resta che la morte di Progozhin, in teoria, poteva giovare a solo due persone in Russia: a Vladimir Putin e i suoi scagnozzi, pronti a vendicare il fallito golpe, e allo stesso Prigozhin, privo di qualsivoglia via d’uscita. Un uomo braccato dallo stesso Cremlino ma anche dall’Occidente, che altro rifugio sicuro al mondo non avrebbe potuto trovare per via delle sue mani sporche di sangue. Tantomeno una seconda vita pubblica, che si trattasse di tornare a gestire la Wagner ai comandi diretti del Cremlino o di un buen retiro in qualche dacia 3.0. Troppo pericoloso e troppo scomodo, con o senza mimetica.
Il carcere duro, vecchio metodo a buon mercato del regime putiniano, troppo rischioso: Prigozhin avrebbe rischiato di trasfigurarsi in un martire, un Alexej Navalny del partito della guerra. Non a caso, nell’immediato post-golpe gli era stato assicurato il decadimento di ogni processo a suo carico. C’è da chiedersi il perché. Ma l’altra domanda che sorge spontanea è: perché attendere così tanto per tessere una trama a così lapalissiana firma di Mosca? Ma soprattutto, perché, nel frattempo, imbastire una saga così articolata con tanto di intermediazione del burattino Lukashenko, di riparo in Bielorussia, riarmo e riposizionamento tattico, fuga in Africa, fino alle trame intessute con il colpo di Stato in Niger? Questo resta un mistero: il grilletto avrebbe potuto essere premuto molto prima, sortendo il medesimo effetto.
A chi giova la morte di Prigozhin
Questa morte, se finzione dovesse rivelarsi, risulta funzionale a due scopi: confermare il potere di vita e di morte del Cremlino sui suoi uomini, e concedere la “grazia” a un mercenario d’alto bordo che è pur sempre stato “chef dello zar”. E che il suo odio lo ha proiettato soprattutto sul duo siamese Gerasimov-Shoigu, reo di mal consigliare Putin. Se invece questa morte è reale, allora parla solo crudamente a tutti i nemici giurati e potenziali del Cremlino. Il messaggio è chiaro: a mettersi contro Vladimir Vladimirovič si muore. Del resto, qualche rumor sulle vendette da servir fredde era giunto qualche giorno fa a proposito della sorte del generale Surovikin, anch’egli piombato dall’altare alla polvere. A proposito di costui, i canali Telegram vicini al Cremlino avevano parlato di “impegno a farsi dimenticare”: stessa sorte potrebbe essere toccata al soldato Prigozhin e ai suoi, in modo che con Sansone morissero tutti i Filistei. E, dunque, la Wagner stessa.
Nel frattempo, la notizia della punizione e dell’ira del neo zar si è propagata ovunque nell’impero con la stessa funzione della testa di cavallo nel letto nel film Il Padrino. Il prossimo sulla lista potrebbe essere proprio il generale Surovikin, alle prese con una misteriosa sorte e ora anche silurato dal comando dell’Aereonautica, sostituito da Viktor Afzalov. Non stupirebbe se anche sul suo cammino giungesse un incidente rocambolesco. O se nessuno ne sapesse più nulla sine die.
Un avvertimento
Nell’universo russocentrico gli unici a permettersi di strattonare Putin erano Prigozhin e Ramzan Kadyrov. Ora resta vivo e vegeto solo il secondo. Alcuni giorni fa, sempre a proposito dell’affaire Surovikin, era stato citato il suo famigerato “metodo”. Quando il leader ceceno ha le prove o sospetta di uno dei suoi, non agirebbe nell’immediato: lascerebbe che i suoi interroghino a lungo il sospettato lasciandolo in isolamento, fino a quando non sceglierebbe di “ricordarsene”. Può seguire una “grazia” dopo un lunghissimo periodo di silenzio, oppure il sospettato scompare per sempre.
Sul libro paga del Cremlino da tempo, è l‘uomo di cui Putin ha bisogno per tenere a bada l’incubo ceceno. Era stato lui e la sua Akhmat a correre in soccorso dell’ordine costituito nelle ore gloriose del golpe della Wagner. Il bagno di sangue non c’era stato, ed ora il macellaio di Grozny si lascia andare a necrologi militareschi verso il miliziano a cui aveva consigliato di lasciar stare “le ambizioni personali”. Forse più scaltro, il giovane leader ceceno sa di essere utile ma non intoccabile. E questo vale per lui così come per tutti i pesci, grandi o piccoli che siano, che osano attentare alla linea di Mosca. Una capitale assediata dai droni ucraini, ove le narrazioni di Putin iniziano a scricchiolare, per chi vuole avere orecchie per sentire.
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