Per anni, l’Africa è stata il banco di prova silenzioso ma drammaticamente eloquente della “guerra al terrore” Made in Usa. Il continente, soprattutto nelle sue aree più fragili come il Sahel e la Somalia, è stato teatro di un interventismo militare sistemico che, a posteriori, si è rivelato un disastro annunciato. Un nuovo rapporto del Pentagono – redatto dall’Africa Center for Strategic Studies – conferma con chiarezza ciò che studiosi indipendenti e giornalisti d’inchiesta denunciano da anni: la strategia antiterrorismo statunitense in Africa non solo ha fallito, ma ha prodotto effetti opposti a quelli dichiarati, contribuendo alla proliferazione della violenza, al collasso delle istituzioni e alla crescita dei gruppi jihadisti.
Il paradosso della potenza: più droni, più morti
Tra il 2023 e il 2025, le vittime della violenza jihadista sono aumentate del 60%. Nell’ultimo decennio, in Africa si contano oltre 155.000 morti legati ad attività terroristiche, con Somalia e Sahel che da sole registrano più di 49.000 morti ciascuna. Questo dato da solo basterebbe a sollevare interrogativi sulle metriche di successo delle missioni militari. Gli Stati Uniti, mentre intensificavano i raid aerei, costruivano basi, fornivano armi e addestravano truppe locali, hanno visto la mappa dell’insorgenza islamista allargarsi fino a coprire 950.000 chilometri quadrati, un’area equivalente alla Tanzania.
Nonostante i proclami, Al-Shabaab in Somalia è oggi più forte di ieri, tanto che il suo budget annuale (circa 200 milioni di dollari) e la sua capacità militare sono “alla pari con quelli degli Stati federali somali”, secondo lo stesso rapporto. Nel solo 2024, le vittime attribuite ad Al-Shabaab sono raddoppiate rispetto all’anno precedente, raggiungendo quota 6.224.
Il fallimento sistemico del modello securitario USA
La radice del problema va ben oltre il calcolo dei morti. Gli Stati Uniti hanno costruito una strategia basata su un paradigma ormai logoro: fornire assistenza militare e addestramento a eserciti deboli, corrotti o autoritari, nella convinzione che la superiorità tecnica potesse sopperire all’assenza di legittimità politica. In realtà, molti di quei governi hanno usato l’assistenza USA per reprimere minoranze etniche o concorrenti politici, contribuendo a scatenare i cicli di violenza che oggi dilaniano il Sahel.
Secondo Stephanie Savell della Brown University, “quei finanziamenti e quelle armi sono stati usati per colpire gruppi emarginati all’interno degli stessi Stati”, trasformando il conflitto contro il terrorismo in una guerra civile permanente a bassa intensità. Burkina Faso, Niger e Mali sono diventati i simboli più evidenti di questo corto circuito.
Droni, contractor e colpi di Stato: il lato oscuro
Nel Sahel, il fallimento non è solo militare ma anche politico. Dal 2012, almeno 15 ufficiali addestrati dagli USA sono stati protagonisti di 12 colpi di stato. Mali e Burkina Faso ne hanno vissuti più d’uno ciascuno. L’assistenza alla sicurezza, dunque, non ha rafforzato le istituzioni democratiche ma ha contribuito alla loro erosione. Il Niger, considerato fino a pochi anni fa una roccaforte strategica degli Stati Uniti in Africa, è oggi preda del caos. Dopo il golpe del 2023 – condotto da cinque ufficiali formati dagli USA – le vittime della violenza jihadista sono quadruplicate, e gli attacchi contro i civili sono aumentati del 49%.
Questi dati inchiodano la retorica del nation building alla realtà dei fatti: il modello dell’AFRICOM non ha creato stabilità, ma ha contribuito a un effetto domino di destabilizzazione.
Il vuoto della diplomazia e il collasso umanitario
Il nuovo rapporto del Pentagono lancia anche un monito sulla dimensione umanitaria della crisi: 30 milioni di persone nel Sahel avranno bisogno di assistenza entro il 2025. Ma i fondi promessi sono appena all’8% di quanto necessario. Il tentativo di Trump di tagliare i finanziamenti a USAID e ONU, sebbene in parte controbilanciato da alcuni sforzi successivi, ha acuito un problema già grave. Uno studio di Lancet ha stimato che tali tagli potrebbero causare fino a 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030, incluse 4,5 milioni tra i bambini sotto i cinque anni.
Eppure, nonostante l’evidenza, la risposta statunitense resta inadeguata. Il generale Michael Langley, comandante dell’AFRICOM, ha ammesso a giugno che il Sahel è diventato “l’epicentro del terrorismo”. Tuttavia, non è seguita una riflessione strategica, ma solo la reiterazione del paradigma muscolare.
Strategia senza strategia: la miopia bipartisan
Sotto le amministrazioni Bush, Obama, Trump e Biden, la continuità dell’approccio è stata sorprendente. Solo recentemente, con la pubblicazione dell’analisi del Dipartimento della Difesa citata da Katherine Ebright del Brennan Center for Justice, si è iniziato a riconoscere la necessità di valutazioni concrete. Eppure, il Congresso ha esercitato finora una supervisione minima. Il Pentagono ha ritardato per anni l’adozione di un sistema obbligatorio per monitorare i risultati delle missioni, mentre i cittadini americani ignorano l’entità dei costi e dei fallimenti accumulati nel continente africano.
La dimensione economica non è marginale. La militarizzazione del Sahel ha sottratto risorse alla diplomazia, all’educazione, allo sviluppo agricolo e alla creazione di infrastrutture. Le economie locali sono state travolte dall’instabilità, dal saccheggio delle risorse da parte dei gruppi armati e dal blocco degli scambi regionali. Il costo geoeconomico è incalcolabile: collasso della governance, fuga degli investitori, aumento della dipendenza da aiuti esterni. In una parola, stagnazione.
Il futuro: meno bombe, più politica
Se qualcosa emerge con chiarezza dal rapporto dell’Africa Center, è che la risposta al terrorismo non può essere solo militare. La sicurezza è figlia della legittimità e dello sviluppo. Armi e droni possono uccidere terroristi, ma non fermano le cause che li generano: povertà, marginalizzazione, ingiustizia, autoritarismo. Finché gli Stati Uniti non sapranno affrontare il problema alla radice, ogni intervento sarà destinato a trasformarsi in un nuovo boomerang.