La guerra prima l’ha raccontata, poi l’ha fatta e adesso ci vive ancora in mezzo, alla guida di una piccola ma battagliera organizzazione umanitaria che dal 2001 porta aiuti all’etnia Karen, popolazione perseguitata dal governo centrale nella Birmania Orientale. È qui, nella foresta di questo popolo in lotta, che ho conosciuto il veronese Franco Nerozzi ormai un decennio fa.

Nel 1984, appena ventiduenne, parte per l’Afghanistan invaso dall’Armata Rossa con una macchina fotografica e il desiderio di imitare i reporter dell’Agenzia Albatross di Trieste, Micalessin, Biloslavo e Grilz, giovani coraggiosi che in quegli anni si stanno facendo brillantemente strada nel mondo del giornalismo al fronte.

Dopo anni di gavetta da freelance durante i quali visita diverse prime linee, per una fortunata occasione finisce nella redazione di Tg Sette, lo storico settimanale della Rai. A dirigerlo c’è Sergio Zavoli, che ritiene che per certi reportage sul fronte non si possa più mandare la classica, numerosa troupe: c’è bisogno di una figura diversa, un “tuttofare” che sia in grado di riprendere con una telecamera, scrivere un pezzo e una volta rientrato in sede sappia montare un servizio con l’aiuto di un tecnico. “Era una formula giusta”, dice Nerozzi sorridendo, “anzi a dire il vero l’unica che i freelance come me conoscevano”.

Tra un viaggio nella Somalia della guerra civile e un’inchiesta nella Turchia dei “Lupi Grigi”, tra un servizio dalla Kabul in cui si danno battaglia le fazioni dei mujaheddin e l’Istria in cui si nascondono gli ultimi infoibatori, un giorno il reporter viene spedito a Parigi per intervistare Bob Denard, il più famoso mercenario del mondo. Scatta il colpo di fulmine.

“In realtà più che colpo di fulmine fu una insistente avance da parte mia al Colonnello. L’intervista non mi interessava più. Quello che volevo era partire per una guerra con gli affreux, i terribili come venivano chiamati i soldati di ventura. Denard mi diede appuntamento all’anno successivo, probabilmente per mettere alla prova la sincerità del mio desiderio di avventura”.

Quel pomeriggio la vita di Nerozzi prende una piega decisamente inusuale. Lascia la telecamera, le redazioni, la possibilità di una carriera nella tv di Stato. Per qualche anno combatte in Asia e in Africa e lavora con Denard su operazioni riservate. Vicende che racchiude in un appassionante libro edito recentemente da Altaforte, dal titolo Nascosti tra le foglie.

Nel 2002 viene arrestato su mandato della Procura della Repubblica di Verona. Per il magistrato, Guido Papalia, Nerozzi sta preparando uno sbarco di mercenari alle Isole Comore, nell’Oceano Indiano, il luogo in cui il numero uno dei mercenari negli anni ha già firmato diversi colpi di Stato. Patteggia una pena di 22 mesi, “per non costringere il Colonnello a partecipare ad un processo che in Francia non verrebbe nemmeno istruito, tanta è la dimestichezza che Parigi ha con i soldati di ventura e il rovesciamento dei governi nelle Repubbliche delle banane”.

Alla fine, dopo tante avventure, la decisione di fondare la Comunità Solidarista Popoli. Cos’è stata? Una conversione?

Non direi proprio. Credo ci sia una certa continuità tra le tre esperienze. Raccontare una guerra dando voce a chi rischia di essere dimenticato, combatterla per cercare di alleviare qualche sofferenza e infilarcisi con zaini pieni di farmaci e di strumenti chirurgici sono azioni che si basano sull’interesse per il prossimo.

Dunque i mercenari sono dei missionari?

Dipende dai mercenari. Come in ogni esperienza umana è il soggetto, o il gruppo, a fare la differenza. Nel caso del mio primo coinvolgimento in una guerra io partecipai per solidarietà con una popolazione che subiva violenze e repressione. E fu proprio il gruppo di Denard, che già aveva aiutato quella gente, ad introdurmi in quel conflitto. Si trattava della guerra tra esercito birmano e Karen, e nessuno di noi venne mai pagato per combattere in quella giungla.

I Karen, una popolazione di circa 7 milioni di persone che da 72 anni cerca di ottenere autonomia. In questi giorni si sente spesso parlare di loro. Le vicende del colpo di Stato in Myanmar hanno riportato l’attenzione su quel Paese che un tempo si chiamava Birmania. Come stanno vivendo queste ore di rivolta?

Da venti anni la Onlus Popoli lavora a stretto contatto con la Karen National Union (organo di rappresentanza politica dell’etnia Karen, ndr) e con la sua ala militare. Eravamo nelle regioni orientali del Myanmar già durante la rivolta dei monaci avvenuta nel 2007 e anche allora c’era grande aspettativa da parte di questa popolazione, che sperava in una caduta del regime militare. Le cose andarono diversamente e i gruppi armati delle minoranze etniche non riuscirono in quella occasione a coordinarsi per lanciare una offensiva che potesse dare man forte ai monaci buddhisti scesi nelle strade di Yangon. Forse questa volta vedremo uno sviluppo diverso.

Cosa significa? C’è la possibilità che i Karen parteciperanno anche militarmente alla rivolta contro i generali?

Come sai, avendo frequentato assiduamente la regione dei Karen e avendo conosciuto molti dei loro leader, non c’è finora stata una grande unità di strategia. La componente politica è stata negli ultimi 6 anni molto moderata, al punto da essere accusata da diversi comandanti della guerriglia di tradire le istanze della lotta Karen e di essersi venduta ai generali di Yangon. Tutto dipenderà da chi prevarrà in questa diversa visione della conduzione della lotta. Posso garantire che ci sono dei comandanti Karen che preparano da almeno 10 anni la logistica necessaria ad una guerra su larga scala contro il governo centrale.

Ma in questi ultimi anni a Yangon c’era pure Aung San Suu Kyi, che molti descrivono come una strenua oppositrice dei generali ed una politica attenta alle esigenze delle minoranze etniche…

Si è vero, e anche George Soros viene descritto come un filantropo attento ai diritti fondamentali dei cittadini oppressi dei Paesi “autoritari”,

Dunque Aung San Suu Kyi non è un interlocutore per i Karen?

Premesso che da un punto di vista personale ritengo che democrazia e giustizia non siano sinonimi, intendo dire che la figura di Aung San Suu Kyi presenta due criticità non secondarie. La prima riguarda la sua appartenenza etnica: è una Bamar e tale è considerata dagli appartenenti agli altri gruppi etnici, soprattutto alla luce dell’esperienza vissuta dalle minoranze quando la Lady ricopriva il ruolo di Consigliere di Stato. Sono stati anni di guerra e di continue prevaricazioni da parte del Tatmadaw, l’esercito birmano, di cui la Suu Kyi si è dichiarata più volte orgogliosa. Il secondo problema è rappresentato dall’oggettivo scarso peso che la signora ha avuto sulle scelte del governo, saldamente nelle mani della vecchia nomenclatura. In altri termini, un po’ per mancanza di volontà, un po’ per mancanza di potere, Aung San Suu Kyi non ha migliorato la vita delle minoranze etniche.

E allora, come mai vediamo tutti quei cartelli che inneggiano a lei nelle manifestazioni in cui la presenza della componente etnica è massiccia?

Si è mossa una poderosa macchina della propaganda, come in ogni rivoluzione arancione a cui abbiamo assistito in questi anni. L’Occidente e qualche fondazione filantropica cercano di manovrare la protesta, inserendo slogan e riferimenti che poco hanno a che fare con le reali istanze delle minoranze. In questo modo ottengono l’adesione delle fasce più giovani della popolazione, che rischiano però di farsi massacrare dai militari e di farsi strumentalizzare anche da provocatori inviati dal regime. Nel caso dei Karen, i gruppi armati hanno partecipato alle manifestazioni periferiche allo scopo di scoraggiare l’uso della violenza, ma anche nel caso di un cambiamento di governo sono certo che buona parte della guerriglia non deporrà le armi. Giustamente, aggiungo, visto che i paladini della democrazia sono interlocutori di oligarchie e di gruppi finanziari che hanno come unico interesse lo sfruttamento delle risorse del loro territorio.

Insomma, i Karen combatteranno?

I Karen non hanno mai smesso di combattere. Ogni giorno ci sono stati scontri con il Tatmadaw in diverse parti della regione. L’attività dell’esercito birmano volta a colpire i civili Karen per farli fuggire dalle zone in cui devono costruire strade e strutture militari è proseguita nonostante un formale cessate il fuoco firmato nel 2015. Proprio ieri ho avuto la notizia di un bombardamento di mortai contro dei profughi che avevano lasciato il loro villaggio una settimana fa a seguito di un attacco. Donne e bambini nascosti nella giungla che ancora vengono bersagliati. La guerriglia risponde con imboscate e contrattacchi. Ma per la guerra vera, quella che dovrebbe costringere ad un serio negoziato il governo di Yangon, serve che i reparti Karen abbiano accumulato e nascosto viveri, medicinali e munizioni in quantità tale da poter rimanere almeno un anno in territorio birmano senza dover sconfinare in Thailandia in cerca di rifornimenti.

Negli anni ho visto solo medicinali e dottori. Ma Popoli è stata sospettata di attività di carattere bellico…

Come dicevo prima, lavoriamo da venti anni a stretto contatto con il movimento di liberazione nazionale Karen. La mancanza di ipocrisia viene utilizzata per attacchi gratuiti, di cui peraltro ci interessa poco. Recentemente, per descrivere in maniera negativa la nostra attività umanitaria, degli ambienti vicini ai centri sociali stigmatizzavano il fatto che i nostri volontari “entrano clandestinamente in un territorio violando le disposizione dell’autorità centrale”. Faccio notare che l’autorità centrale di cui naturalmente ignoriamo le disposizioni per portare farmaci ai Karen è il Governo del Myanmar. Credo che la cosa si commenti da sola e la dica lunga sulla paranoia e il continuo cortocircuito ideologico che tormentano certi ambienti.

Alcuni però continuano a chiedersi perchè girate con guerriglieri armati…

Si, giriamo con guerriglieri armati, che Dio li benedica. Grazie alla loro presenza i Karen hanno ancora una fetta di territorio in cui possono vivere senza il giogo birmano. Grazie a loro abbiamo potuto costruire 7 cliniche, 5 scuole e 4 villaggi che servono migliaia di famiglie che in questo modo non devono fuggire in un campo profughi. La libertà passa anche dalla canna di un fucile d’assalto.

Nel libro Nascosti tra le foglie moltissime pagine vengono dedicate alla vicenda dei Karen, descrivendo la guerra di questo popolo e la sua instancabile resistenza. Perché occupano un posto speciale nel tuo cuore?

Perché fin dal primo giorno in cui li incontrai mi hanno colpito per un’indole pacifica che però non impediva loro di essere tenaci e a volte spietati guerrieri. Inoltre, la loro intransigente e totale lotta contro la produzione ed il traffico di droga, fa si che li consideri i migliori amici dei nostri figli, spesso vittime delle criminali logiche legate al commercio degli stupefacenti. Infine, perché lottano per quanto di più prezioso un popolo può avere: la propria identità, la propria specificità culturale, la propria Tradizione. Elementi che nella nostra epoca governata da malati di mente apolidi vengono messi alla berlina, ma che io non ho intenzione di rinnegare finché sarò in grado di lottare per essi. Il motto di Bob Denard, che portavamo sui nostri berretti, era “Orbs patria nostra”, il mondo è la nostra patria. Un concetto opposto al globalismo e che potremmo tradurre più o meno con la celebre massima “la mia Patria è là dove si combatte per la mia idea”.

Ultima domanda. Qualche pentimento in tutti questi anni vissuti in trincea?

Se ci si guarda indietro si può sempre trovare qualche frammento di vita che ci appare stonato rispetto all’armonia che tutti noi vorremmo aver realizzato. Non mi sono macchiato di crimini, ho cercato di agire nel modo più corretto possibile. E ho provato ad aiutare qualche essere umano. Mi pento del fatto di non esserci sempre riuscito nel migliore dei modi.

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