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L’Olocausto, come un’eclissi totale, oscurò la Germania nazista, ma anche tutti coloro che, consapevoli o meno, contribuirono a quella notte, ciascuno portando la propria quota di responsabilità. L’Austria, in particolare, non fu un semplice spettatore, ma un attore entusiasta, un carnefice che indossò i guanti della complicità. L’Anschluss fu il suo biglietto d’ingresso nell’inferno nazista, un patto col diavolo siglato con il sangue degli ebrei austriaci. Eppure, le radici di questo odio profondo affondano molto più in là nel tempo, in un humus culturale intriso di antisemitismo. Già nel1895,  Karl Lueger, sindaco di Vienna, ne fu il simbolo più oscuro, un pioniere dell’odio che gettò le basi per l’ascesa di Hitler. Hugo Bettauer, con la sua tragica ironia, anticipò l’orrore che stava per abbattersi sulla sua nazione, scrivendo un romanzo che divenne una profezia: La città senza ebrei.

L’antisemitismo, però, è un camaleonte che muta forma nel tempo, adattandosi a nuove ideologie. Oggi si nasconde dietro la difesa di Israele, strumentalizzando la Shoah per negare i diritti dei palestinesi. Ma la storia di Dalia Sarig ci mostra come l’ebraismo non sia un monolito, al suo interno coesistono voci diverse, tra cui quella di chi, come lei, ha scelto di schierarsi dalla parte degli oppressi.

Dalia Sarig, nata a Vienna nel 1969 in una famiglia ebraica fortemente legata al sionismo, ha vissuto una trasformazione radicale nel corso della sua vita. A soli 13 anni, un compito scolastico sull’Olocausto ha risvegliato in lei un profondo senso di giustizia, spingendola verso un impegno civile che sarebbe diventato il fulcro della sua esistenza. Ciò che inizialmente l’aveva avvicinata al sionismo, visto come risposta alle sofferenze del popolo ebraico, si è gradualmente trasformato in una critica radicale di quella stessa ideologia. Oggi, come cofondatrice di Not In Our Name – Vienna, Sarig rappresenta una voce incisiva nel dibattito contemporaneo, interrogandosi sul complesso intreccio tra memoria storica, identità e impegno politico.

Dalla giovanile appartenenza a Hashomer Hazair, movimento sionista di sinistra, fino al trasferimento in Israele, il suo percorso sembrava seguire il solco tradizionale del sionismo. Tuttavia, durante gli anni all’Università di Haifa, sotto l’influenza di studiosi come Ilan Pappe e grazie al confronto diretto con palestinesi che le hanno raccontato le loro esperienze di espropriazione e resistenza, Dalia ha iniziato a mettere in discussione le basi della propria educazione.

Attualmente, Sarig definisce il sionismo come un’ideologia nazionalista e razzista, in contraddizione con i principi di giustizia e diritti umani. Questo rifiuto ha avuto un impatto significativo, sia sulle sue relazioni con la comunità ebraica che sulla sua lotta per una rappresentazione più veritiera del conflitto israelo-palestinese. Nel corso della nostra intervista, Dalia ha discusso non solo il suo percorso personale, ma anche le sfide nel parlare di temi complessi, spesso fraintesi, come il rapporto tra sionismo e antisemitismo. La sua visione invita a riflettere su come la memoria storica possa essere un mezzo per illuminare la verità o, al contrario, per legittimare il potere.

La storia della tua famiglia mi incuriosisce particolarmente, soprattutto per quanto riguarda la fuga dalla Vienna nazista e la successiva ricostruzione della vostra vita in Palestina. Potresti raccontarmi di più su queste esperienze e su come hanno plasmato la vostra identità?

Straordinariamente ancora in vita, mia nonna nacque a Vienna nel 1929, e cresciuta in una famiglia ebraica, è la maggiore di quattro fratelli. Nel 1938, il mio bisnonno fu arrestato per il solo fatto di essere ebreo e costretto a umiliazioni pubbliche. Fu rilasciato grazie all’intervento di un nazista, probabilmente corrotto con una tangente da mia bisnonna Rosa.

Poco dopo, la famiglia lasciò Vienna per la Serbia, dove Rosa intuì presto il pericolo crescente del nazismo e decise di emigrare in Palestina. Contro l’opposizione della sua famiglia, riuscì a ottenere permessi costosi e, durante il viaggio, corrompere ufficiali con i gioielli che aveva portato con sé. Questo episodio la segnò profondamente, spingendola a indossare per il resto della sua vita ornamenti preziosi durante le festività.

In Palestina, si stabilirono nella regione di Haifa, dove tentarono l’agricoltura senza successo, finendo per aprire un negozio di alimentari. La vita era dura: scarsità di cibo, clima ostile e depressione resero la permanenza difficile per Rosa, che nel 1947 decise di tornare a Vienna con i figli più piccoli. Per aggirare le restrizioni britanniche, la famiglia fece un viaggio indiretto attraverso l’Egitto. Sul traghetto, Rosa ascoltò l’approvazione del Piano di Partizione delle Nazioni Unite, un evento che celebrò con entusiasmo.

Mia nonna, invece, rimase a Haifa, dove si sposò e diede alla luce mia madre nel 1948. Suo marito partecipò alla guerra del 1948, stazionato in Galilea, una delle aree coinvolte nelle operazioni di pulizia etnica. Non ho mai potuto parlare con lui di quegli eventi, poiché divorziò da mia nonna poco dopo la mia nascita. Insoddisfatti delle loro condizioni di vita, mia nonna e la sua famigliadecisero di tornare a Vienna verso la fine degli anni ’50.

Ad oggi, mia nonna, mia madre e mio zio mantengono visioni sioniste fondamentalmente razziste, con pregiudizi verso palestinesi, arabi, neri, Sinti, Rom e persino ebrei sefarditi, definiti con termini dispregiativi. La mia famiglia ha sempre enfatizzato l’importanza di sviluppare una forte identità ebraica, il che ha influito pesantemente sulla mia educazione.

Cresciuta in un ambiente in cui l’Olocausto e la persecuzione erano centrali, ho giurato a me stessa di non essere mai parte di una maggioranza silenziosa. La memoria di quel periodo oscuro ha plasmato profondamente il mio impegno a non rimanere inerte davanti alle ingiustizie.Cresciuta in un ambiente in cui l’Olocausto e la persecuzione erano centrali, ho giurato a me stessa di non essere mai parte di una maggioranza silenziosa. La memoria di quel periodo oscuro ha plasmato profondamente il mio impegno a non rimanere inerte davanti alle ingiustizie”.

La percezione della questione palestinese in Austria è fortemente influenzata da una complessa interazione di fattori storici, politici e sociali. A livello istituzionale, il sostegno a Israele è solido e bipartisan. Come viene percepita la questione palestinese nel Paese, sia a livello istituzionale sia nell’opinione pubblica? Considerando il passato storico austriaco e le attuali tensioni internazionali, quali fattori influenzano la percezione pubblica e le politiche governative nei confronti di questo conflitto?

Sia a livello istituzionale che nell’opinione pubblica, l’Austria sostiene in modo schiacciante Israele. Sebbene molti riconoscano che ciò che accade a Gaza sia sbagliato e sproporzionato, spesso preferiscono tacere. Questo silenzio è alimentato dai media, fortemente filo-israeliani, e dal timore diffuso di essere tacciati di antisemitismo se si schierano a favore della Palestina.

Molti austriaci sentono che la loro responsabilità storica per l’Olocausto impedisce loro di criticare gli ebrei. Tuttavia, nella realtà, questa “protezione” si estende solo agli ebrei sionisti. Gli ebrei anti-sionisti, come me, spesso subiscono dure critiche, specialmente da parte di politici e giornalisti.  

In Austria, inoltre, è diffuso un significativo razzismo nei confronti dei musulmani, che a mio avviso è la vera ragione alla base della scarsa solidarietà verso la Palestina. Le dichiarazioni di lotta all’antisemitismo vengono spesso strumentalizzate per giustificare il razzismo anti-musulmano e l’anti-arabismo”.

Considerando il peso storico dell’Olocausto sulla coscienza austriaca, in che modo questa eredità influisce sulle posizioni della comunità ebraica locale riguardo al conflitto israelo-palestinese?

La comunità ebraica in Austria è prevalentemente sionista. Essa sostiene fortemente Israele e ne difende il diritto all’autodifesa. Mantiene inoltre stretti legami con l’ambasciata israeliana e investe notevoli sforzi nel lobbying per influenzare l’opinione pubblica a favore di Israele.

Esiste anche una piccola ma determinata comunità ebraica antisionista, organizzata sotto il gruppo Judeobolschewiener*Innen (JBW), che si rifà alla tradizione bundista. Nonostante ciò, molti dei suoi membri esitano a esporsi pubblicamente per paura di ritorsioni, come la perdita del lavoro o di opportunità accademiche. Ad esempio, attualmente sto lavorando a una Dichiarazione Antisionista Ebraica Viennese, ma finora solo 12 persone hanno accettato di firmarla. La paura di essere esposti pubblicamente rappresenta un forte deterrente”.

Alla luce del forte legame storico e identitario tra ebrei e Israele, come si concilia la tua posizione di donna ebrea con il tuo impegno per i diritti dei palestinesi? Quali sono state le conseguenze personali di questa scelta?

Ho subito forti critiche e l’ostracismo da parte della mia famiglia e della comunità ebraica a causa del mio attivismo pro-palestinese. La mia decisione di co-fondare Not In Our Name – Vienna e di interrompere un evento parlamentare in occasione della commemorazione della Dichiarazione dei Diritti Umani, poco dopo che l’Austria aveva votato contro una risoluzione ONU per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, ha segnato una rottura profonda con i miei cari. Mia nonna mi ha escluso dalla celebrazione del suo 95esimo compleanno, mia madre mi ha posto un ultimatum e mio padre mi ha letteralmente dichiarata ‘morta’ agli occhi della comunità ebraica.

Nonostante il dolore, ho trovato nuovi amici che condividono i valori che, nel 2015, mi hanno portata a rinunciare alla cittadinanza israeliana come gesto simbolico contro il sionismo, consapevole delle conseguenze. Rimango fermamente impegnata nella lotta per una Palestina libera e non ho tempo per chi mi accusa di tradimento. Preferisco agire, parlando alle manifestazioni e lottando contro la repressione che non si limita alle critiche, ma si estende anche alle azioni della polizia. Ad esempio, lo slogan ‘Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera’ è ormai considerato un sospetto iniziale di sostegno al terrorismo, e sono stata convocata tre volte dalla polizia per spiegare la mia posizione. Pensa che anche varianti come ‘Dal fiume al mare, tutte le persone saranno libere’ vengono ora utilizzate come pretesto per sciogliere manifestazioni”.

Vivere a Vienna, una città che porta le cicatrici dell’Olocausto, come influisce sulla tua identità ebrea? In che modo il passato incombe sul presente e sulle tue prospettive future?

A Vienna prevale una forma particolare di antisemitismo: il filosemitismo. Lo considero una forma di razzismo perché esotizza gli ebrei, trattandoli come “diversi” dagli altri esseri umani. Anche se apparentemente positivo, perpetua l’idea di una separazione fondamentale.

Preferisco usare il termine “razzismo contro gli ebrei” anziché “antisemitismo” per due ragioni. Primo, non serve un termine speciale per descrivere questo fenomeno. Inserirlo nel contesto più ampio del razzismo ne facilita l’analisi e il contrasto. Considerarlo isolato ostacola un approccio efficace. Lo stesso vale per l’Olocausto, confrontarlo con altri genocidi aiuta a comprenderne le somiglianze e le differenze, rafforzando il messaggio universale del “mai più” per tutti.

Secondo, il termine “antisemitismo” è problematico, poiché include anche i popoli di lingua semitica, come gli arabi. Questo genera confusione e oscura il significato reale del termine.

Essere ebrea a Vienna significa confrontarsi con queste contraddizioni. Il mio attivismo mira a opporsi a tutte le forme di razzismo e oppressione, incluse quelle commesse in nome del sionismo. Per rispettare le lezioni dell’Olocausto, dobbiamo garantire che il “mai più” valga davvero per chiunque.

Personalmente ho vissuto questa confusione tra ebraismo e sionismo. Un ex presidente del parlamento austriaco mi ha definita una “ebrea antisemita”, un’affermazione profondamente antisemita. Implica che tutti gli ebrei debbano sostenere il sionismo, ignorando la diversità di identità e opinioni ebraiche. Questo atteggiamento indebolisce la lotta autentica contro il razzismo e ostacola gli sforzi per combattere ogni forma di discriminazione.

Confondere l’antisemitismo con le critiche a Israele e equiparare l’identità ebraica al sionismo è estremamente pericoloso. Questa confusione non solo alimenta l’antisemitismo, perpetuando il nocivo stereotipo che tutti gli ebrei sostengano incondizionatamente le politiche di Israele, ma banalizza anche il vero antisemitismo, svuotandolo del suo significato. È fondamentale distinguere tra critiche legittime e odio antisemita”.

Come possiamo distinguere tra critiche legittime a Israele e vero antisemitismo?

A mio avviso, tutte le critiche a Israele sono legittime, a patto che si concentrino sulle sue politiche e azioni, senza confondere il sionismo con l’identità ebraica. È quando si assimilano i sionisti agli ebrei che si cade nell’antisemitismo. Purtroppo, questa confusione viene attivamente promossa dallo stesso Israele, che cerca di equiparare le critiche allo Stato con attacchi contro il popolo ebraico, al fine di silenziare il dissenso.

Un altro aspetto spesso trascurato nel dibattito è l’importanza del confronto. Paragonare il trattamento riservato da Israele ai palestinesi a quello riservato dai nazisti agli ebrei viene spesso liquidato come antisemita o come una relativizzazione dell’Olocausto, ma io lo ritengo essenziale. Entrambi sono forme di razzismo sistemico, e analizzare le radici e i meccanismi del razzismo in contesti diversi può aiutarci a combatterlo in modo più efficace”.

Pensi che la storia dell’Olocausto possa essere utilizzata come argomento per promuovere giustizia e uguaglianza, anziché come strumento per annullare le critiche?

L’Olocausto ci mostra le tragiche conseguenze di un razzismo lasciato libero di agire. Il messaggio di ‘mai più’ non è solo un monito per il passato, ma una stella polare che deve guidare le nostre azioni nel presente e nel futuro, indipendentemente dal contesto. Onorare la memoria delle vittime significa trasformare la loro sofferenza in un catalizzatore per un mondo più giusto e equo.

Le lezioni dell’Olocausto ci ricordano che l’indifferenza, l’odio e la disumanizzazione sono ancora presenti nel mondo di oggi, sotto diverse forme. È nostro dovere riconoscerle e combatterle attivamente. Invece di strumentalizzare la memoria dell’Olocausto per soffocare le critiche, dobbiamo canalizzarne le lezioni per promuovere la giustizia e l’uguaglianza in tutte le loro forme. Solo così possiamo davvero mantenere la promessa di ‘mai più'”.

La ricerca della pace è un imperativo etico che trascende i confini nazionali e religiosi. Il conflitto israelo-palestinese, con la sua complessità, rappresenta una delle più grandi sfide per la costruzione di un mondo più giusto e pacifico. Qual è la tua visione della pace per Israele e Palestina, e come rispondi a chi associa la causa palestinese al terrorismo?

Credo in una soluzione a uno Stato, in cui tutte le persone che vivono tra il fiume e il mare godano di uguali diritti e dignità, incluso il diritto al ritorno per tutti i rifugiati palestinesi e i loro discendenti. Purtroppo, molti israeliani ebrei si oppongono a questa soluzione perché richiederebbe di rinunciare ai loro privilegi e al loro senso di superiorità. Questo approccio, però, garantirebbe uguaglianza e giustizia per tutti, ma richiede una pressione esterna simile a quella che portò alla fine dell’apartheid sudafricano. Per questo motivo sostengo il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) come un mezzo non violento per incentivare Israele a rispettare il diritto internazionale.

Il dialogo è possibile, ma deve avvenire in un contesto di parità e rispetto reciproco. Durante gli Accordi di Oslo, vivevo in Palestina e c’era un’atmosfera di speranza e riconciliazione, ma i risultati concreti furono deludenti per i palestinesi, e oggi la soluzione a due stati non è più praticabile a causa degli insediamenti israeliani. Gli insediamenti sono troppo radicati, politicamente potenti e popolosi perché qualsiasi governo israeliano possa smantellarli. Solo smantellando l’oppressione sistemica e garantendo diritti uguali per tutti si può creare un terreno autentico per la pace.

Quanto alle accuse di terrorismo, storicamente, i movimenti di liberazione indigena sono stati spesso etichettati come terrorismo. è fondamentale riconoscere che la lotta palestinese contro l’occupazione è una causa legittima, come ogni lotta di un popolo indigeno contro la colonizzazione. Sebbene Hamas abbia commesso atti di terrorismo deprecabili, la resistenza all’occupazione, quando rivolta contro obiettivi militari, è riconosciuta dal diritto internazionale. L’ipocrisia occidentale emerge nel supporto ad altri gruppi islamisti in contesti diversi, evidenziando l’uso strumentale del termine “terrorismo”. Mentre etichettano Hamas come un’organizzazione terroristica islamista fondamentalista, allo stesso tempo sostengono figure come Abu Mohammad al-Jolani in Siria, un ex leader islamista con legami con gruppi precedentemente accusati di terrorismo.

Per avanzare verso una pace giusta e duratura, è necessario affrontare le cause profonde del conflitto—occupazione, spostamento e disuguaglianza sistemica—e riconoscere i diritti legittimi del popolo palestinese”.

L’identità ebraica e quella palestinese sono state plasmate da decenni di storia, di persecuzioni e di aspirazioni. Questo conflitto ha generato narrazioni contrastanti e polarizzazioni profonde, spesso rinforzate da pregiudizi e stereotipi.In questa complessità, si annidano numerosi fraintendimenti che offuscano la comprensione delle dinamiche profonde di questa vicenda. Qual è, a tuo avviso, il più grande fraintendimento che impedisce un dialogo costruttivo e una soluzione pacifica? E cosa speri che i lettori comprendano meglio dopo aver letto la tua storia e le tue riflessioni?

Il più grande fraintendimento sulla questione palestinese è la percezione che il conflitto sia tra due parti uguali. Non lo è. Israele è l’oppressore, che detiene potere significativo, risorse e il sostegno dell’Occidente, mentre i palestinesi sono gli oppressi, che lottano per la loro libertà con mezzi molto limitati. Questo conflitto non è eccessivamente complicato: alla base è una questione coloniale. Il sionismo, cercando di stabilire uno stato ebraico in Palestina, ha espropriato una popolazione indigena. Inoltre, il discorso occidentale spesso riflette razzismo e pregiudizi radicati contro i palestinesi, oscurando la realtà e perpetuando stereotipi.

Per quanto riguarda l’identità ebraica, il fraintendimento principale è confondere il giudaismo come religione e cultura con un’identità nazionale o etnica. Questo rinforza l’idea che il sionismo e il giudaismo siano inseparabili, favorendo una narrativa che giustifica l’oppressione israeliana e confonde la critica al sionismo con l’antisemitismo. Spero che i lettori capiscano che esiste una voce ebraica anti-sionista, fondamentale per un discorso più onesto e per smantellare questi pregiudizi.

Inoltre, è cruciale comprendere che il genocidio a Gaza deve essere fermato prima che si estenda ulteriormente, probabilmente in Cisgiordania. La liberazione della Palestina non riguarda solo la lotta di un popolo, ma simboleggia la resistenza contro le ingiustizie sistemiche globali. Difendendo i diritti dei palestinesi, stiamo difendendo un mondo più giusto, equo e pacifico—un mondo in cui israeliani e palestinesi possano coesistere con dignità, uguaglianza e pace. Nessuno di noi è libero se la Palestina non è libera”.

Vienna, città che pulsa di vita e di morte, ancora oggi accoglie la storia della famiglia di Dalia, un intreccio di gioie e dolori. Le sue parole, come rintocchi di un passato tormentato, ci ricordano che le ferite della storia non si rimarginano facilmente. Eppure, nella sua testimonianza, vibra la forza tenace di una speranza che illumina un futuro possibile, dove le ombre del passato saranno finalmente dissipate, lasciando spazio alla fiamma inestinguibile della libertà di un popolo che lotta impavido per i propri diritti.

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