I primi negoziati per risolvere la crisi in Ucraina si sono svolti poche settimane dopo lo scoppio della guerra. Il team ucraino e quello russo, guidati rispettivamente da David Arakhamia e Vladimir Medinsky, stretti collaboratori di Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, si sono incontrati in Bielorussia per gettare le basi di una possibile trattativa.
In seguito, le delegazioni dei due Paesi, comprendenti i ministri degli Esteri, Dmytro Kuleba per Kiev e Sergej Lavrov per Mosca, si sono riunite per due volte in Turchia, il 10 e il 28 marzo scorsi, ospitate da un Recep Tayyip Erdogan nei panni di mediatore. Pochissimi i traguardi raggiunti, in primis l’accordo sul grano, mentre i combattimenti, sempre più duri, hanno continuato ad imperversare sull’Ucraina.
Dietro le quinte, la diplomazia internazionale ha cercato di smuovere le acque. Vari leader hanno cercato di capire come trovare un compromesso tra due posizioni inconciliabili. Ci hanno provato, tra gli altri, Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Benjamin Netanyahu, il citato Erdogan, il neoeletto presidente brasiliano Lula e persino Xi Jinping. Il Cremlino ha tuttavia continuato a mantenere la propria posizione, così come il governo ucraino.
Le iniziative di pace
Superato il giro di boa di oltre un anno di conflitto, nel campo della diplomazia ci sono sempre meno jolly giocabili. Al momento, le negoziazioni dirette tra Russia e Ucraina sono pressoché impossibili, visto che entrambi gli schieramenti ritengono ancora di poter sconfiggere l’avversario.
Kiev sta organizzando da settimane una controffensiva che, nelle intenzioni di Zelensky, dovrebbe strappare al Cremlino quanti più territori conquistati possibile, nel sud e nell’est del Paese. Mosca, invece, ha da poco preso il controllo della città di Bakhmut e non intende cedere un solo metro delle regioni ucraine annesse alla Federazione russa attraverso un referendum (Zaporizhzhia, Kherson, Lugansk e Donetsk).
Scartata l’ipotesi di un accordo di pace diretto tra Zelensky e Putin, offuscata l’immagine di leader super partes della maggior parte dei mediatori, non resta che una manciata di iniziative programmatiche proposte nel tentativo di raggiungere un sempre più complicato cessate il fuoco.
Da questo punto di vista, le tre iniziative più calde coincidono con il “documento di posizione” – giornalisticamente chiamato “piano di pace” – diffuso dalla Cina e, con il conseguente invio in Europa di un “rappresentante speciale” di Pechino, la missione di pace imbastita dal Vaticano e con il decalogo di punti proposto da Zelensky, importante in quanto potenziale base per sviluppi futuri.
Il piano cinese
Nel febbraio 2023, la Cina ha presentato una proposta formata da 12 punti per porre fine al conflitto in Ucraina. Il documento è stato pubblicato sul sito del ministero degli Esteri ed è, di fatto, una sintesi approfondita degli appelli lanciati da Pechino. In particolare, il governo cinese chiede la ripresa dei colloqui di pace e la fine delle sanzioni unilaterali contro la Russia, sottolineando la sua opposizione all’utilizzo di armi nucleari.
Quello pubblicato dal Dragone è il primo passo istituzionale effettuato per bilanciare, da un lato, la partnership “senza limiti” con il Cremlino, e dall’altro il processo di consolidamento delle relazioni con il blocco occidentale. Nonostante nei 12 punti (spiegati qui nel dettaglio) si affermi che la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di tutti i Paesi debbano essere sostenute, nello stesso paper non viene riconosciuta la violazione della sovranità ucraina da parte della Russia.
Posto il primo mattone, la Cina è passata al secondo step inviando in Europa – o meglio nei Paesi coinvolti nella guerra in Ucraina – un rappresentante speciale, per avere una comunicazione approfondita con tutte le parti e intavolare una soluzione politica della crisi in corso.
Li Hui, l’uomo scelto da Xi, ha fatto tappa in Ucraina, Russia, Francia, Germania e Polonia. In generale, il viaggio di Li ha messo a nudo le divisioni esistenti tra Cina ed Europa per il raggiungimento della pace in Ucraina, visto che Bruxelles non ha alcuna intenzione di adottare la visione pragmatica di Pechino, né intende porre sullo stesso piano Kiev, considerato Paese aggredito, e Mosca, considerato l’aggressore. L’inviato cinese ha raccolto informazioni, incontrato alti funzionari e ascoltato pareri ed è rientrato in patria. In attesa di capire quali saranno i prossimi passi cinesi, nei giorni scorsi si erano diffuse voci secondo cui Li aveva proposto di lasciare alla Russia i territori occupati dal Cremlino, indiscrezione poi smentita.
La sensazione è che il Dragone continuerà a ribadire gli stessi concetti già espressi. Pronto però ad effettuare una nuova discesa in campo nel caso in cui le tensioni militari dovessero aggravarsi, a tal punto da spingere Putin ad utilizzare le armi atomiche.
La missione del Vaticano
Qualche settimana fa, Papa Francesco, sul volo di ritorno verso Roma, dopo un viaggio di tre giorni in Ungheria, ha annunciato una missione di pace per l’Ucraina del Vaticano. Il Santo Padre ha scelto il nome del mediatore per questa delicatissima iniziativa. Si tratta del cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Toccherà a lui cercare di disinnescare la crisi ucraina allentando le tensioni tra Kiev e Mosca.
Non sono ancora stati resi pubblici i dettagli della missione, e l’iniziativa vaticana, ancora in fase post embrionale, è al momento la più nebulosa. “Riconosciamo il sincero desiderio della Santa Sede di promuovere il processo di pace. Allo stesso tempo, da parte vaticana non sono stati compiuti passi concreti per organizzare il viaggio a Mosca”, ha affermato il ministero degli Esteri russo, secondo Ria Novosti.
Certo è che Zuppi, nel suo bakcground da sacerdote, ha già svolto, tra l’altro con successo, il ruolo di mediatore, nello specifico nel processo di pacificazione che portò alla fine della guerra civile in Mozambico. Il 4 ottobre 1992, nella Comunità di Sant’Egidio a Roma venne siglata la fine delle ostilità.
I dieci punti di Zelensky
Zelenskiy ha annunciato per la prima volta la sua formula di pace al vertice di novembre del G20 di Bali. Il programma di Kiev è costituito da dieci punti:
- ripristino della sicurezza intorno alla più grande centrale nucleare d’Europa, quella di Zaporizhzhia finita in mano russa;
- la garanzia delle esportazioni di cereali dell’Ucraina verso le aree più povere del mondo;
- restrizione sui prezzi delle risorse energetiche russe;
- rilascio dei prigionieri di guerra e dei bambini deportati in Russia;
- ripristino dell’integrità territoriale dell’Ucraina;
- ritiro delle truppe russe;
- istituzione di un tribunale speciale per perseguire i crimini di guerra russi;
- prevenzione dell’ecocidio;
- prevenzione dell’escalation;
- fine della guerra, mediante un documento firmato dalle parti coinvolte.
La Russia ha ovviamente rigettato l’intero decalogo, anche se alcuni di questi punti potrebbero fungere da fondamenta di un nuovo, ipotetico piano. Da presentare, di concerto con i partner occidentali, dopo che si sarà esaurita la spinta della controffensiva militare.
Il capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Andriy Yermak, ha intanto espressamente parlato di un possibile summit di pace, basato sul piano proposto dall’Ucraina, da organizzare a luglio. Molto dipenderà dall’esito della controffensiva di Kiev e dal lavoro di mediazione di Washington e Pechino.