C’è chi ritiene che la crisi in Medio Oriente agevoli la Cina, e che Pechino starebbe traendo un importante vantaggio indiretto dalle ostilità in corso tra Israele, Libano e Iran. Il motivo, secondo i fautori di tale linea, è semplice: le tensioni nella regione costringerebbero gli Stati Uniti a concentrare attenzione e risorse qui e non nel “cortile di casa cinese”, ovvero nel cosiddetto Indo-Pacifico. La realtà rischia però di essere molto diversa.
L’escalation mediorientale, al contrario di quanto si possa pensare, sta preoccupando la Cina per svariate ragioni. La prima coincide con un vecchio detto: quello secondo cui la guerra – che potrebbe sempre espandersi a macchia d’olio e coinvolgere altri Paesi – danneggia gli affari, compromette il business, vanifica gli investimenti. La seconda ragione, e conseguenza di quanto appena citato, è che il Dragone ha molteplici interessi in Medio Oriente. Una guerra aperta tra Tel Aviv e Teheran andrebbe a compromettere anni di duro lavoro diplomatico effettuati dagli emissari di Xi Jinping.

I danni economici della Cina
La Cina acquista il 72% del suo petrolio dal Medio Oriente. È vero, Pechino si sta concentrando sempre di più sulle energie rinnovabili, ma resta il fatto che è ancora dipendente dall’oro nero. E che ne acquista una parte non trascurabile, circa il 10-15% dall’Iran. Il volume del commercio sino-iraniano potrebbe essere più ampio ma è pressoché impossibile quantificare il prodotto estratto da Teheran e spedito verso Oriente attraverso modalità ideate per eludere le sanzioni statunitensi.
Il Dragone, come quarto maggiore acquirente di petrolio estero del pianeta, è dunque preoccupato del potenziale impatto di una guerra più ampia in Medio Oriente. Un ipotetico attacco di Israele alle strutture petrolifere dell’Iran potrebbe costringere Pechino a rivolgersi ad altri fornitori (più costosi di Teheran) come l’Arabia Saudita. In tal caso le spedizioni di oro nero potrebbero essere interrotte nello Stretto di Hormutz o nel Mar Rosso, qualora dovessero esplodere ulteriori tensioni tra l’Occidente e gli Houthi. E non è finita qui, perché il governo cinese ha investito svariati miliardi di dollari in progetti energetici e infrastrutturali in numerosi Paesi del Medio Oriente. Come nella citata Arabia Saudita, certo, ma anche negli Emirati Arabi Uniti, in Iran e pure in Israele.

Le preoccupazioni diplomatiche di Pechino
Nel 2021, Teheran e Pechino hanno firmato un programma di cooperazione strategica globale di 25 anni con 400 miliardi di dollari di potenziali investimenti cinesi in ballo. In tempi più recenti, e sul fronte diplomatico, la Cina ha consentito l’adesione iraniana alla Shanghai Cooperation Organization e favorito l’inserimento nei Brics.
La Cina ha inoltre mediato le fasi finali di un accordo tra Iran e Arabia Saudita per ripristinare le relazioni diplomatiche (precedentemente interrotte) tra i due Paesi, e invitato a Pechino le fazioni palestinesi rivali, Fatah e Hamas. Le stesse che all’ombra della Città Proibita hanno trovato un accordo per cooperare nella formazione di un nuovo Governo al termine della guerra a Gaza.

Per quanto riguarda il Libano (ma questo vale per l’intero Medio Oriente), la Cina si è gradualmente inserita nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Nel 2020, Hassan Nasrallah, defunto capo di Hezbollah, dichiarava apertamente che il suo Paese avrebbe dovuto guardare a Est, alla Cina ((e non più all’Occidente), per salvarsi dalla grave crisi economica in cui era finito.
In quel periodo il 40% delle importazioni libanesi era cinese e Pechino era ben disposta ad aiutare Beirut a uscire dal tunnel del debito. Anche perché il grande sogno del Dragone, attraverso l’attuazione della Belt and Road Initiative, coincideva con la riesumazione dei collegamenti stradali tra la citata Beirut e Tripoli, Damasco e Homs. La crisi in Medio Oriente ha spazzato via ogni sogno di gloria. E ridotto in fumo patti, accordi e investimenti made by China.
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