Guerra /

Il confronto tra i due giganti asiatici, Cina e India, che ha avuto il suo parossismo a metà giugno scorso quando, lungo un sentiero di montagna nel Ladakh truppe indiane e cinesi si sono scontrate letteralmente a mazzate provocando la morte di circa 55 soldati in totale, non accenna a diminuire di intensità nonostante la calma apparente di questi mesi estivi. Una tensione che scorre serpeggiando nascosta dai grandi eventi che vedono protagonisti altri attori globali, ma che è viva e pronta a esplodere.

Restando nella regione contesa del Kashmir, in particolare nel Ladakh, apprendiamo da fonti indiane che nella notte tra il 29 ed il 30 agosto truppe del Pla (People’s Liberation Army – l’Esercito di Liberazione Popolare cinese), hanno messo in atto delle non meglio definite “azioni provocative” lungo la sponda sud del lago Pangong Tso, diviso a metà dalla Lac (Line of Actual Control) che separa il Kashmir indiano da quello cinese.

In uno stringato comunicato stampa rilasciato dall’esercito indiano si legge che sono state prese “tutte le misure per rafforzare le nostre posizioni e contrastare i tentativi cinesi di cambiare unilateralmente lo status quo”.

La regione del Kashmir, sospesa tra India, Cina e Pakistan, è tornata al centro dell’attenzione internazionale già dal maggio scorso, quando Pechino ha cominciato a spostare truppe e mezzi nel Aksai Chin (il Kashmir cinese) che hanno aumentato la tensione con Nuova Delhi portando dapprima a qualche scaramuccia di confine e successivamente ai gravi fatti della notte tra il 15 e 16 giugno.

Sebbene entrambi i Paesi siano giunti a una sorta di “cessate il fuoco”, le rispettive Forze Armate sono state mobilitate e spostate in basi più prossime al confine: la ricognizione satellitare ha recentemente mostrato che tra il 18 e il 27 agosto la Cina ha attivato almeno quattro nuove basi missilistiche antiaeree in Tibet (a Manasarovar, Shigatse, Pagri e Nyingchi), probabilmente per contrastare un’eventuale attacco aereo preventivo indiano in considerazione anche dell’attivismo di Nuova Delhi sul mercato dei cacciabombardieri. Il Ministero della Difesa indiano, infatti, a luglio ha approvato l’acquisto di 33 nuovi caccia dalla Russia (21 Mig-29 e 12 Su-30MKI) insieme ad un contratto per la modernizzazione di altri 59 Mig-29 già presenti nel suo arsenale.

L’arrivo dei nuovi caccia non sarà immediato, ovviamente, e così anche i lavori di modernizzazione della flotta dei Mig indiani, ma tanto è bastato a Pechino per correre ai ripari.

Da parte indiana non si è certo restati a guardare lo spostamento di uomini e mezzi corazzati sul “tetto del mondo” da parte di Pechino: sappiamo che sempre a luglio l’esercito ha trasferito tre divisioni, alcune compagnie di mezzi corazzati e di artiglieria, nel settore del Ladakh, come rinforzo alla guarnigione già presente: le nuove truppe ammontano a circa 30mila uomini. Parallelamente anche gli aeroporti più prossimi al confine sono stati rinforzati con elicotteri da combattimento e da trasporto e hanno visto il rischieramento di caccia.

Tornando al fronte opposto sembra che la Cina, dopo l’incidente della valle di Galwan, abbia dispiegato presso la base aerea di Skardu nella regione pakistana del Gilgit-Baltistan, degli assetti militari non meglio definiti e soprattutto parrebbe aver intavolato trattative con la resuscitata organizzazione terrorista al-Badr per colpire nel Jammu e Kashmir, oltre che con gli stessi ufficiali dell’esercito pakistano. I timori di Nuova Delhi sono che Pechino intenda aprire un “secondo fronte” nella regione per indebolire la capacità dell’India di fronteggiare un eventuale colpo di mano nel Ladakh.

Ma i teatri di scontro non si limitano alle regioni contese di confine. Anche sui mari il confronto tra i due giganti assume i toni di una vera e propria guerra di nervi. È notizia di ieri che Nuova Delhi ha inviato alcune sue unità navali nei mari e negli stretti che la Cina contende al controllo delle altre nazioni che vi si affacciano e degli Stati Uniti.

Sembra infatti che una nave da guerra indiana non meglio identificata sia entrata nel Mar Cinese Meridionale mantenendo continuamente i contatti con le unità dell’Us Navy che incrociano in quelle acque. L’attività sarebbe stata condotta in modo quasi del tutto nascosto per evitare che venissero puntati i riflettori della stampa internazionale sulla vicenda e si tratterebbe di normali esercitazioni di routine.

Altre unità navali indiane sono state inviate a presidiare i passaggi obbligati che mettono in comunicazione l’Oceano Indiano con i mari orientali: lo Stretto della Malacca e gli arcipelaghi della Andamane-Nicobare sono l’obiettivo di una campagna di pattugliamenti della Marina Indiana che ha anche dispiegato nelle Andamane alcuni Mig-29K. Verso la fine del mese scorso, inoltre, è stata effettuata una breve esercitazione “di passaggio” (definita passex) con il Csg (Carrier Strike Group) della portaerei Nimitz mentre era in transito nell’Oceano Indiano: un segnale non così esplicito come le esercitazioni Malabar, ma comunque importante e da non sottovalutare.

Il contrasto all’attività cinese da parte dell’India quindi è ormai “a tutto campo”: unità navali indiane non si vedevano nel Mar Cinese Meridionale dal 2016, quando quattro navi da guerra effettuarono una crociera sino al Pacifico Occidentale visitando Vietnam, Filippine, Giappone, Russia, Corea del Sud e Malesia. Inoltre Nuova Delhi ha dimostrato vivo interesse per la costruzione di un sistema di rilevamento subacqueo tipo Sosus per individuare i boomer (gli Ssbn – sottomarini lanciamissili balistici) cinesi in transito attraverso il gli stretti che mettono in comunicazione l’Oceano Indiano con il Mar Cinese Meridionale.

Anche se ufficialmente i due scomodi vicini di casa si parlano e mantengono aperti i canali commerciali, la situazione strategica non si è affatto normalizzata e difficilmente lo sarà.