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A San Diego, in California, nessuno aveva mai visto dati del genere. I funzionari della U.S. Customs and Border Protection (CBP), l’ente statunitense preposto alla protezione delle frontiere, continuano a rileggere i numeri raccolti senza riuscire a trovare un senso logico. Certo, nel corso degli anni il confine tra Stati Uniti e Messico è stato più volte preso d’assalto da massicce carovane di migranti. Tuttavia, adesso la maggior parte di chi attraversa questo tratto di frontiera non proviene più dall’America Latina, vecchio “cortile di casa” di Washington, ma dalla Cina.

Già, perché dall’inizio dell’anno fiscale, a ottobre, ad oggi, la quantità di cittadini messicani che ha varcato il confine meridionale degli Usa è stato eclissato dal numero di quelli cinesi. Nel settore di San Diego, nel lasso di tempo riportato, la CBP ha registrato 21.000 incontri con migranti di origine cinese a fronte dei 18.700 avvenuti con i messicani. Il gruppo asiatico è ora secondo solo ai 28.000 colombiani rilevati dalle autorità nell’area.

Nel frattempo, nel cuore degli Stati Uniti, c’è un girone infernale abitato da decine di migliaia di persone. Sono i dipendenti dal fentanyl, una pericolosa droga sintetica che ha ormai letteralmente invaso le strade del Paese. Il traffico illegale di questa sostanza – oppioide dalle 50 alle 100 volte più potente della morfina – fluisce dalla Cina, dove viene prodotta, al territorio statunitense, dove è responsabile della morte di circa 180-200 al giorno.

Nel percorso è decisivo il ruolo giocato dalle organizzazioni criminali, compresi i cartelli messicani che controllano le rotte del narcotraffico locale. Il risultato è che, solo nel 2022, negli Usa hanno perso la vita quasi 74.000 persone per overdose di fentanyl, prodotto tecnicamente da impiegare a scopo analgesico in alcune terapie cliniche. Il suo bassissimo costo, dai 10 ai 60 dollari a dose, lo ha però trasformato forse nel più grave problema di salute pubblica degli Stati Uniti.

Non è un caso che lo scorso novembre, in occasione dell’incontro andato in scena a San Francisco tra Joe Biden e il suo omologo cinese, Xi Jinping, il presidente statunitense abbia chiesto l’aiuto dell’illustre ospite per porre fine a questa piaga. Biden ha chiesto a Xi di intervenire per frenare l’export dalla Cina sia di fentanyl che delle sostanze necessarie a produrla, oltre che di perseguire i produttori cinesi della droga. Le aziende cinesi coinvolte nel business hanno quindi iniziato a dirottare i loro affari in Messico (nuovo laboratorio per capire come si svilupperanno le relazioni tra Usa e Cina) per aggirare i blocchi, affidandosi alla sponda dei narcos messicani.

Guerra ibrida o criminalità?

L’aumento del flusso migratorio cinese da un lato e l’afflusso di fentanyl dalla Cina dall’altro, sono due aspetti finiti nel mirino delle autorità statunitensi. I falchi del Congresso Usa ritengono che entrambi non siano altro che parti integranti della guerra ibrida che Pechino starebbe conducendo contro Washington. Non una guerra combattuta sul campo con missili, bombe e cannoni, quanto un conflitto silenzioso portato avanti mediante azioni sovversive, all’interno di un impegno bellico informale e non dichiarato. Prendiamo il tema dei migranti.

Nell’anno fiscale 2023, la polizia di frontiera statunitense ha fermato 24.048 cittadini cinesi al confine meridionale del Paese, più di 10 volte rispetto ai 1.970 fermi effettuati nel 2022, e più di 70 rispetto ai 323 del 2021 (aumento di oltre il +7.000%). Dato che i cittadini cinesi possono volare in Ecuador senza visto, molti di loro stanno intraprendendo l’arduo percorso di 3.000 miglia attraverso il Darien Gap per raggiungere gli Stati Uniti.

Storicamente, poi, i cittadini cinesi hanno sempre avuto un alto tasso di successo nel richiedere asilo negli Stati Uniti, e questo potrebbe averli convinti a sfruttare tale opportunità in un momento molto complicato. C’è infatti chi sostiene che l’elevato successo nel poter restare nel territorio Usa sia un’esca appetitosa per molti cittadini dell’ex Impero di Mezzo, desiderosi di abbandonare il loro Paese di origine dopo anni di brutali blocchi pandemici e un’economia stagnante.

Una lettura del genere è affiancata da una seconda ricostruzione, plausibile ma impossibile da confermare: la Cina starebbe inviando di proposito un elevato numero di migranti con l’intenzione di sabotare il sistema economico-sociale di Washington. Un sistema sotto pressione e sotto i riflettori dell’opinione pubblica almeno fino al prossimo novembre, quando si terranno le elezioni presidenziali. Mark Gleen, presidente della House Homeland Security Committee, ha dichiarato che “ogni americano dovrebbe essere spaventato a morte” dall’ondata di migranti cinesi che entrano negli Stati Uniti.

Il perché lo ha aggiunto lo stesso Gleen: quelle persone potrebbero essere spie o sabotatori di Pechino, o ancora avere rapporti con l’Esercito Popolare di Liberazione cinese o con il Partito Comunista Cinese. Molti nuovi arrivati cinesi hanno spiegato alle autorità Usa di star semplicemente fuggendo dalla povertà e dal crollo dell’economia del loro Paese. Un migrante ha raccontato a Nikkei Asia che la bolla immobiliare cinese era scoppiata, e che i lavori una volta ben retribuiti nella vendita di condomini si erano “prosciugati”: “La mia paga mensile è scesa da 3.000 a 2.000 yuan (da 278 a 417 dollari ndr), una cifra non sufficiente per vivere”.

Fentanyl e attacchi hacker

In risposta alle domande sui cittadini cinesi che entrano illegalmente negli Stati Uniti, il ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato alla fine dell’anno scorso di essere “molto preoccupato” per la situazione. “La Cina si oppone e reprime risolutamente qualsiasi forma di immigrazione clandestina ed è disposta a portare avanti attivamente la cooperazione internazionale in questo settore”, ha tagliato corto il dicastero. PolitiFact, un gruppo di verifica dei fatti, ha affermato che Green e altri repubblicani stanno esagerando nel presentare i migranti cinesi, che per lo più si dirigono negli Stati Uniti per “lavoro e libertà”, alla stregua di una minaccia per la sicurezza nazionale degli Usa.

Ci sono però da analizzare altri due temi connessi ad una fantomatica guerra ibrida cinese: il fentanyl e gli attacchi di presunti hacker cinesi. Per quanto riguarda la droga killer, il giornalista Peter Schweizer ha le idee chiare: “Mentre discutiamo di politica interna per affrontare la crisi del fentanil, la realtà è che Pechino è profondamente coinvolta in ogni fase della produzione e distribuzione del farmaco negli Stati Uniti”.

Innanzitutto, la maggior parte degli ingredienti farmaceutici necessari per produrre il suddetto cocktail sintetico – per finalità sanitarie – è made in China. In particolare, nella città settentrionale di Shijiazhuang, a ovest di Pechino, ci sarebbero molteplici aziende chimiche incaricate di produrre tali ingredienti: pare addirittura che il 40% della produzione della sostanza chimica proverrebbe da qui. In ogni caso, nel commercio del prodotto qualcosa non andrebbe però secondo i piani. In qualche modo, infatti, imprenditori e criminali cinesi sarebbero riusciti a creare un fiorente business stringendo rapporti con i cartelli della droga messicani. I narcos sarebbero infine incaricati di spingere il materiale oltre confine tra Usa e Messico. Resta però da chiarire se tutto questo avvenga con un qualche chiaro ed esplicito coinvolgimento delle autorità cinesi – che hanno tassativamente e categoricamente rispedito al mittente ogni accusa – o meno.

Diverso il discorso relativo all’hackeraggio. Qualche giorno fa, il New York Times ha analizzato alcuni documenti trapelati relativi agli strumenti di hacking di una società di sicurezza cinese chiamata I-Soon. Una delle centinaia di aziende che, a detta del quotidiano statunitense, supporterebbe i sempre più aggressivi cyber attacchi sponsorizzati dallo Stato cinese. L’intero disegno farebbe parte di una fantomatica campagna per penetrare nei siti web di governi stranieri e società di telecomunicazioni. Nel corso degli anni sarebbero stati presi di mira database e comunicazioni di Paesi come Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Malesia, India. Anche gli Stati Uniti hanno subito crimini informatici del genere, tanto che all’inizio dello scorso febbraio il dipartimento di Giustizia e il Federal Bureau of Investigation (FBI) hanno ottenuto l’autorizzazione legale per disabilitare da remoto alcuni aspetti di una presunta campagna di hacking cinese. Guerra ibrida o meno, tra Washington e Pechino ci sono ancora tanti, troppi nodi da sciogliere.

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