Vuoi diventare giornalista d'inchiesta?
ULTIMI POSTI
Guerra /

Il 21 febbraio è forse il giorno più emblematico della guerra in Ucraina e questo nonostante le operazioni militari in quel momento non erano ancora iniziate. Quel giorno infatti si è tenuto il primo discorso con il quale Vladimir Putin ha fatto intuire l’imminenza dell’inizio delle ostilità, quello per intenderci dove è stato annunciato il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Lugansk. In Russia come nel resto del mondo, dopo settimane di tensioni, in tanti hanno atteso le comunicazioni in televisione del leader del Cremlino. Forse per un caso o forse per una precisa scelta comunicativa, a distanza di sette mesi esatti Putin ha tenuto un altro importante discorso. Questa volta l’annuncio ha riguardato la mobilitazione “parziale”. Dal 21 febbraio al 21 settembre, tanto in Russia quanto sul campo di battaglia in Ucraina, è cambiato molto. E i mutamenti sono ben rintracciabili nelle differenze tra i due discorsi.

Le differenze tra febbraio e settembre

In primo luogo, a risaltare è la differenza nella durata dei due discorsi. Il 21 febbraio il presidente russo ha parlato per più di un’ora, mentre l’ultimo discorso non è andato oltre i venti minuti. E questo porta a un altro contrasto nelle due comunicazioni di Putin. Sette mesi fa il leader del Cremlino ha tenuto una sua vera e propria lezione di storia, rintracciando nel passato i motivi per cui Mosca era chiamata a effettuare determinate importanti scelte e a riconoscere le repubbliche separatiste, preludio all’intervento armato vero e proprio che sarebbe poi scattato il 24 febbraio. Oggi invece Putin si è limitato a un discorso di carattere prettamente “operativo”, dove ha semplicemente annunciato le ultime decisioni intraprese. Quelle, per l’appunto, relative alla mobilitazione parziale.

In secondo luogo, è importante sottolineare anche la differenza della platea a cui il presidente russo si è rivolto. Il primo discorso, oltre che ai russi, è sembrato a tratti indirizzato anche agli ucraini. Rei, secondo Putin, di aver creduto ai leader locali e di essere stati ingannati da un governo di Kiev considerato vicino ai neo nazisti. A distanza di sette mesi Putin si è invece rivolto quasi esclusivamente ai russi. Lo si è notato soprattutto quando ha ripetuto, scandendolo più di una volta, che “la mobilitazione è parziale e riguarderà solo alcuni riservisti”. Un modo per tranquillizzare un’opinione pubblica non del tutto convinta di un’eventuale mobilitazione generale.

Le similitudini tra i due discorsi

É nei toni invece che può essere ricercata l’unica vera similitudine nella comunicazione di Putin. Seduto nello stesso ufficio in cui ha registrato il discorso di febbraio, con alle sue spalle i drappi e le bandiere della federazione, il presidente russo è stato ancora una volta molto duro contro l’occidente e contro chi “vuole disgregare la Russia”. Arrivando ad agitare lo spettro nucleare: “Io non sto bluffando”, ha ripetuto Putin con riferimento all’uso delle armi nucleari.

Il richiamo ai nemici e alle loro intenzioni di porre Mosca sotto costante attacco è quindi un’altra importante analogia. Del resto, l’obbligo di difendere la federazione e di preservarne il prestigio è storicamente stato in qualche modo il perno attorno cui ha ruotato la politica di Putin.

Cosa è cambiato in sette mesi

Due discorsi diversi sintomatici di due situazioni profondamente diverse. Nelle differenze di comunicazione, è possibile ravvisare i tanti cambiamenti occorsi tra il 21 febbraio e il 21 settembre.

Nel primo caso, come detto, la guerra non era ancora iniziata. In televisione è quindi apparso un Vladimir Putin intenzionato, da un lato, a spiegare i motivi dell’escalation partendo dalla storia. E, dall’altro lato, intenzionato a mostrare, tanto a livello interno quanto a livello esterno, una certa fermezza nelle scelte e una certa sicurezza. Del resto quel 21 febbraio è stato anche il giorno della famosa riunione del consiglio di sicurezza della federazione dove Putin ha “orientato” e quasi suggerito le risposte di Sergej Naryskin, capo del servizio di intelligence.

Oggi invece la guerra è in corso e la Russia sta subendo, specie dopo la controffensiva ucraina a sud di Kharkiv, non poche difficoltà. Putin sembra quindi più orientato a spiegare brevemente in televisione le scelte fatte e a mostrarsi come “comandante in capo” nel pieno controllo della situazione. Andando in parte a tranquillizzare un’opinione pubblica russa un po’ più dubbiosa rispetto a prima circa l’esito delle operazioni militari.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.