La geopolitica della corsa allo spazio
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A Mariupol infuria la battaglia finale per l’acciaieria Azovstal. Vera e proprio “Stalingrado d’Ucraina”, la città sul Mar d’Azov è stata pressoché interamente rasa al suolo dall’esercito russo nei primi ottanta giorni di conflitto e ora l’armata di Vladimir Putin mira a stanare i residui combattenti del Reggimento Azov. L’unità erede del celebre battaglione ultra-nazionalista e neo-nazista al centro della narrazione di Vladimir Putin sulla “de-nazificazione” del Paese limitrofo.

Per la Russia gli Azov asserragliati all’Azovstal non sono combattenti, ma criminali, nonostante l’Ucraina li abbia inquadrati della Guardia Nazionale sin dal 2015. E la ragione dell’asserragliamento degli ultra-nazionalisti a Mariupol e della martellante offensiva russa è legata tanto al valore strategico della città-martire quanto al suo peso simbolico.

Nel 2014 come nel 2022 Mariupol è il centro del contrasto tra Russia e Ucraina. E proprio la riconquista di Mariupol nel 2014, in cui l’esercito ucraino cooperò per la prima volta a tutto campo con gli ultra-nazionalisti di Azov, frenò sul nascere l’estensione della secessione filorussa a tutto il Donbass, aprendo la strada al lungo conflitto congelato e a bassa intensità degenerato otto anni dopo nella guerra d’Ucraina. L’espansione del Ruskij Mir fu frenata dal notevole apporto militare dato dagli Azov, che sul campo si guadagnarono l’integrazione nelle forze regolari ucraine, ma che iniziarono in quell’occasione a conquistarsi la triste fama che li ha accompagnati fino al 2022. Anno in cui sono diventati, da assedianti, loro stessi assediati proprio a Mariupol. A lungo capitale de facto del Donbass rimasto in mani ucraine, antemurale contro i secessionisti, base operativa per l’esercito ucraino a Est e le milizie nazionaliste. Città identificata per questo dai russi e dai russofili del Donbass come la capitale nemica per eccellenza. Specie dopo che sono emerse le violazioni dei diritti umani e gli omicidi compiuti dai membri del battaglione Azov, denunciate anche da Human Rights Watch, contro i civili russofoni.

Tutto questo mentre, incorporandolo nelle forze regolari, il governo ucraino ha cercato di rimettere i nazionalisti sotto il suo controllo depoliticizzando l’Azov. Operazione che, secondo il sito di open source intelligence Bellingcat, non è affatto riuscita nel suo intento, almeno non nella portata che si mirava a ottenere. Tirando le somme sullo stato del Reggimento Azov, a inizio invasione russa il Washington Post ha riportato il quadro di un gruppo consapevole delle sue origini, e ancora con un comandante aderente di estrema destra come Denys Prokopenko, ma in parte cambiato rispetto alle sue origini. Molte reclute che si uniscono al battaglione sono ben consapevoli del suo richiamo nazista, ma si uniscono nonostante la sua storia per vari motivi, inclusa la reputazione positiva di Azov per l’addestramento di nuove reclute. Il Post ha anche aggiunto che il battaglione è un vero e proprio “faro per gli anti-putinisti” di tutto il mondo, ma questo dettaglio non può far altro che accentuare le tendenze che hanno spinto i russi a insistere su Mariupol.

Negli occhi della propaganda russa Azov potrebbe anche riformarsi come corpo esterno a ogni forza armata ma rimarrebbe quello delle indelebili immagini del 2014-2015, anni di odii incrociati tra filorussi e antirussi. Anni costellati da roghi di icone ortodosse, torture e violenze ad opera degli Azov, accusati dall’Osce anche di esecuzione di prigionieri in forma continua e di creazione di fosse comuni. Anni in cui si è, soprattutto, sedimentata l’equiparazione tra il governo dell’Ucraina post-Maidan e il nazismo ad opera della narrazione russa.

E si torna a Mariupol, messa sotto assedio con una ferocia che non ha eguali nelle altre città ucraine e in cui gli stessi Azov contendono ai ceceni e agli altri militari russi il terreno strada per strada fino a ritirarsi nell’ultima ridotta dell’Azovstal. Consci che, come velatamente fatto intendere dai diplomatici e politci russi, per loro non esiste alcuna alternativa tra la resistenza e la morte. Mentre la Russia accanendosi su Mariupol pare voler colpire con durezza la capitale dell’anti-secessionismo e, soprattutto, far espiare ai suoi ultimi difensori le colpe di cui li accusa. Gli Azov devono, secondo l’esercito russo, essere presi sulla scia dell’esaurimento e della fame.

Bombe in superficie, blocco degli accessi nel sottosuolo, assedio attraverso la fame: le truppe di Putin vogliono rendere lunga e sofferente la strada verso il Valhalla dei nazionalisti neo-pagani dell’Azov. Forzarli all’irreversibile: al crollo della disciplina, alla diserzione, alla ribellione contro la fame, alla rappresaglia contro i loro stessi membri. Per mostrare un trofeo in una campagna che sta riservando poche soddisfazioni belliche all’esercito di Putin, nella città in cui tutto è iniziato e tutto prosegue. Nella città-martire presa d’infilata tra il nazionalismo etnico di Azov e l’invasione brutale della Russia, che ha prodotto un numero imprecisato di morti civili (pare 21mila nella città da febbraio a oggi) e la riapertura di vecchie ferite.

Otto anni fa la difesa di Mariupol da parte degli Azov e dell’esercito ucraino impedì ai secessionisti una vittoria strategica. Otto anni fa iniziò la lunga fase di incertezza culminata con l’aggressione russa che ha oggi nel Donbass conteso il suo epicentro. Otto anni fa, infine, iniziava il complesso rapporto tra le frange nazionaliste ucraine e il rispetto dei diritti umani addotto da Putin come movente per l’invasione. Mariupol, oggi come nel 2014, è strategica e simbolica. E lo sarà sempre di più negli anni a venire. Ammesso che ne resti ancora qualcosa dopo il “Crepuscolo degli Dei” del reggimento Azov che sta andando in scena nell’acciaieria sotto assedio.

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