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La sottile linea rossa verso l’escalation è percorsa nel conflitto russo-ucraino che arriva al suo terzo inverno mentre sul campo la situazione militare inizia a delineare un chiaro vantaggio di Mosca, perlomeno nell’inerzia. E ad oggi tutte le parti in causa continuano a ventilare, ad alta voce, l’ipotesi di un finale negoziato del conflitto che, però, non corrisponde in tutte le cancellerie al medesimo esito.

Per l’Occidente, a bassa voce, si tratterebbe di blindare la vicinanza dell’Ucraina alla Nato e finire lo stillicidio di risorse economiche e militari in un conflitto che non si è potuto (o voluto) indirizzare verso la sconfitta sul campo della Russia. Volodymyr Zelensky, invece, parla per l’Ucraina di “pace giusta” e anche al Parlamento europeo ha, nel millesimo giorno di guerra, ribadito la volontà di combattere fino alla cacciata di Mosca. Vladimir Putin, invece, ha riallacciato i contatti diplomatici con l’Europa parlando con Olaf Scholz e intende parlare con fatti militari a suo vantaggio.

Tutti vogliono chiudere la guerra, però…

Qual è l’esito paradossale di questo processo? Che più si ragiona di esito negoziato del conflitto più sul campo la guerra si inasprisce. E questo non solo perché prima della pausa invernale la Russia intende consolidare il vantaggio militare in via di acquisizione. Ma anche perché tutti sparano le cartucce che hanno a disposizione per trovare quell’equilibrio di fatto che è premessa necessaria a una trattativa.

La mossa del presidente uscente Joe Biden di dare il via libera agli ucraini per colpire con i missili Atacms sul suolo russo ne è un esempio. Sulla carta, Biden ha approvato l’uso dei vettori balistici a lungo raggio per rispondere a un presunto impiego delle truppe nordcoreane nella sacca di Kursk occupata dagli ucraini ad agosto e da allora assediata da Mosca. Ma in realtà del famigerato impiego di soldati di Pyongyang non si ha notizia da fonti aperte (Osint) e ad oggi ciò che abbiamo a disposizione è un frammentario aggregato di rivelazioni dei media via intelligence, retroscenismi e ipotesi politiche. Basta ciò per giustificare il via libera agli Atacms, o forse l’obiettivo è quello di alzare il prezzo della guerra per Mosca in questa fase critica?

Del resto, non si può non sottolineare come il via libera americano apra all’attivazione degli attacchi di Kiev con gli Scalp francesi e gli Storm Shadow britannici. Non servirà via libera esplicito: nella giornata del 20 novembre è stato segnalato il primo lancio dei missili britannici sulla Russia, mentre ad ora non risultano attacchi con Scalp. Sia Parigi che Londra hanno pressato Biden per concedere il via libera ai raid, e dunque è logico pensare che l’ok Usa abbia sdoganato il loro assenso.

Emmanuel Macron ha detto che non esclude future trattative con la Russia ma che oggi non ritiene Putin pronto a negoziare. A suo avviso, per spingere la Russia al tavolo delle trattative serve rinforzare l’appoggio a Kiev. Keir Starmer si sente, in quest’ottica, invitato a nozze: è obiettivo del Regno Unito colpire la Russia ovunque e farlo con decisione, e su questo fronte conservatori e laburisti sono parsi in continuità.

La revisione atomica della Russia

La scelta sui missili, su cui si registra per ora il nein di Olaf Scholz, sfida la revisione della dottrina nucleare russa, che Putin ha aggiornato ufficialmente ieri ma del cui consolidamento si parlava da tempo. Era nell’aria che la Russia avrebbe inserito anche la possibilità di rispondere con attacchi atomici a offensive con mezzi convenzionali condotte sul suo territorio e che avrebbe valutato la risposta anche contro i Paesi che supportano tali offensive. La risposta al via libera sui missili rende politicamente significativo l’aggiornamento.

Beninteso, gli aggiornamenti dottrinari non sono da ritenere dogmi e non implicano una simmetrica risposta. La Brookings Institutions rileva tuttavia come politicamente significativo il fatto che a Mosca emerga “l’idea di minacciare l’uso nucleare per dissuadere l’Occidente dal sostenere l’Ucraina apparentemente ha preso piede all’interno del Cremlino”.

L’aggiornamento è stato conclamato alla luce dell’offensiva missilistica occidentale ma da tempo “l’esercito russo ha dato maggiore visibilità alle esercitazioni che coinvolgono armi nucleari non strategiche (tattiche), più di recente la scorsa primavera . Il 25 settembre 2024, Putin ha descritto ulteriori cambiamenti alla dottrina nucleare russa“, peraltro meno radicali di proposte di alcuni consiglieri del Cremlino, come il professor Sergej Karaganov, a capo del Consiglio per la politica estera e difesa, che nei mesi scorsi ha proposto di inserire l’ipotesi di “attacchi nucleari limitati contro l’Europa occidentale per ristabilire la paura dell’Occidente del deterrente nucleare della Russia”.

La “frontiera dell’Apocalisse” dell’atomica

Insomma, l’aggiornamento dottrinario della Russia era noto da tempo. E i Paesi occidentali hanno ritenuto valido prendere in considerazione l’idea di sfidare l’ennesima linea rossa del Cremlino. La Russia ha in passato segnato come un potenziale rischio di escalation diretta, lo abbiamo ricordato spesso su queste colonne,  l’arrivo delle armi pesanti, l’invio di Himars e Atacms, la consegna di carri armati, missili a lunga gittata e caccia a Kiev. Ha accettato nei fatti la presenza di forze speciali e contractor occidentali per coordinare l’uso di armamenti forniti a Kiev e sorvegliare l’applicazione da parte degli ucraini. Vero è che l’atomica spinge più in là il rischio e porta vicini a quella che Giorgio La Pira chiamava “frontiera dell’Apocalisse“.

Ma l’arma nucleare è materia di escatologia, non di geopolitica. La minaccia russa e l’escalation occidentale alzano i toni della retorica e portano a un territorio politico inesplorato un rapporto che tutti puntano a trasformare in diplomatico, quello conflittuale sul futuro dell’Ucraina. Fa pensare il fatto che il braccio di ferro sia alimentato da una notizia che appare tutto fuorché confermata, quella dei nordcoreani sul campo. E non, ad esempio, dal maggior segnale del fatto che, nell’immediato, la Russia non è pronta per trattare, che non è l’attacco sul terreno in Donbass e a Kursk ma, piuttosto, l’escalation dei raid contro le infrastrutture energetiche che rischiano di far precipitare nel gelo l’Ucraina nel rigido inverno che l’attende.

L’assalto russo all’energia ucraina

La Russia ha colpito infrastrutture energetiche di ogni tipo dall’estate a oggi, tagliando 9 dei 21 GW di capacità di generazione mensile di energia elettrica del Paese invaso. Ora Kiev può produrne solo 12 al mese a fronte di una domanda invernale di 18 GW, ed ha perso due terzi della capacità d’anteguerra, che era pari a 37 GW. Politico.eu ha segnalato che le autorità di Kiev “stanno già prevedendo un razionamento energetico che lascerebbe le persone senza elettricità per gran parte della giornata” nella capitale e nei maggiori centri.

Inoltre, non sembra procedere nel migliore dei modi la trattativa mediata dal Qatar per una “moratoria” ai reciproci attacchi agli impianti energetici: Mosca chiede il ritiro preliminare delle truppe ucraine da Kursk, Kiev lo stop immediato agli attacchi. E ogni assalto di Mosca a centrali elettriche, reti e punti di rifornimento non è un buono spot alla possibilità di ritenere la Russia pronta a una trattativa per porre fine alla guerra.

Tutti questi elementi contribuiscono ad animare un conflitto che appare tanto più caldo quanto più si parla della sua possibile conclusione in tempi brevi. La strada per l’inferno è sempre lastricata di buone intenzioni: e proprio la volontà di chiudere la guerra rende dinamico, caotico e conflittuale il rapporto tra Occidente e Russia, con in mezzo l’Ucraina martoriata da oltre mille giorni di conflitto, allo stremo sul piano materiale, desiderosa di non arrendersi ma ad oggi schiacciata tra una corsa retorica all’escalation tra Mosca e il campo guidato dagli Usa in cui Kiev appare oggetto, più che soggetto, della grande politica. E rischia di ritrovarsi in ogni caso perdente.

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