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In principio erano solo un’invenzione curiosa prestata alla guerra. Una scommessa, un tentativo, un modo per sostituire e superare nelle immobili prestazioni i palloni aerostatici “frenati” che venivano impiegati per avvistare i movimenti del nemico da grandi distanze fin dal XVIII secolo. Gli aeroplani, “uccelli” per uomini fatti di legno e tela nati dalla sbalorditiva e pionieristica intuizione dei fratelli Wright, venivano relegati a compiti secondari: come quello della ricognizione fotografica e dell’osservazione avanzata delle postazioni nemiche.

Nessuno – neppure i più dotati d’immaginazione – avrebbe mai pensato di dotarli di armi all’inizio del XX secolo. Non era neanche lontanamente prevista la possibilità di un combattimento aereo tra velivoli avversari. La guerra spettava ai cannoni, alla fanteria, e alla cavalleria. Tuttalpiù erano gli equipaggi, allora composti da un pilota e spesso da un osservatore, a portare con se armi individuali come le pistole d’ordinanza. Agli albori se due aviatori con insegne avversarie – le famose “coccarde” che iniziavano a comparire sulle ali per distinguere l’amico dal nemico – s’incrociavano tra le nuvole, non era inconsueto che si limitassero a scambiarsi il saluto militare di reciproco rispetto delle temerarietà necessaria al volo, ancor prima di quelle che spettava al più pericoloso volo di guerra. Questo almeno fino al 1911, quando, la colomba ideata da Igo Etrich aveva sperimentato la pratica del bombardamento aereo nella guerra Italo-Turca in Libia. E al 1913, quando secondo una concorde testimonianza, due piloti americani in forza agli schieramenti avversi si scaricarono reciprocamente addosso i tamburi dei loro revolver, prima di proseguire ognuno per la sua rotta.

Sarà lo scoppio della Prima guerra mondiale a cambiare la concezione della guerra aerea per sempre. Dando all’aereo da guerra non solo un ruolo di primo piano in ogni genere di conflitto futuro, ma rendendolo il vettore capace di trasportare gli armamenti più letali mai sviluppati in ogni angolo del pianeta.

Un balzo tecnologico spaventoso

Dal trasportare semplici pistole automatiche a ricoprire un ruolo chiave nella Triade nucleare sono bastati appena trent’anni. Se nell’inverno del 1915 sui Fokker Eindecker III venivano montate le prime mitragliatrici aeronautiche sincronizzate – per consentire al pilota di un monoplano di sparare dal muso del velivolo senza colpire le pale dell’elica -; nell’estate del 1945 un bombardiere strategico Boeing B-29 Superfortress con un equipaggio di 11 uomini a bordo sganciava la prima bomba nucleare a migliaia di chilometri di distanza dalla sua pista di decollo. Un’arma, la bomba A, che avrebbe modificato proprio in virtù della sua capacità distruttiva l’intero assetto delle flotte aeree di ogni potenza e super potenza. Perché dal primo “strike nucleare” della storia e la nascita del concetto di deterrenza, la strategia aerea – incentrata fino ad allora sul bombardamento strategico, sul bombardamento tattico, e sul raggiungimento della supremazia aerea – ha iniziato concentrare il suo interesse su due nuovi e principali scenari d’azione che avrebbero monopolizzato la corsa allo sviluppo di questo tipo arma per tutta la durata della Guerra fredda: l’incursione in profondità nel territorio nemico, in seguito o attraverso la soppressione della bolla di difesa avversaria (composta da sistemi radar e sistemi di armi antiaeree sempre più sofisticate) per colpire obiettivi davvero strategici – sul piano offensivo; e l’intercettazione dei cacciabombardieri supersonici capaci di trasportare letali missili da crociera aviolanciabili e dei missili balistici – sul piano difensivo.

Dalla Guerra Fredda agli aerei del futuro

Lo sviluppo di ogni velivolo da combattimento aereo nell’epoca della Guerra fredda ha sempre tenuto conto di tre caratteristiche fondamentali: una bassa visibilità ai radar, una velocità sempre maggiore, e un’avionica sempre più sofisticata per impiegare armamenti intelligenti (come le bombe guidate) e equipaggiamenti o strumentazioni elettroniche sempre più avanzate ed essenziali in combattimento. Erano ben distanti i tempi dei duelli aerei tra i caccia monoposto degli assi come il barone von Richthofen. Quelli del tiro in deflessione dalle mitragliatrici alari che avevano imparato a padroneggiare i piloti che si erano misurati nella battaglia d’Inghilterra, o delle terrificanti “tempeste di fuoco” sperimentate dall’Alto comando alleato nel cuore della Germania nazista. Già durante la guerra del Vietnam il combattimento aereo era quasi esclusivamente affidato ai missili air-to-air a guida infrarossa come il famigerato Aim-9 Sidewinder; mentre il bombardamento, sebbene ancora condotto dai B-52 secondo le vecchie “tattiche”, veniva ormai anticipato da missioni di “soppressione” delle difese aeree condotti velivoli appositamente sviluppati per la guerra elettronica o per l’impiego di missili anti-radar con il fine di fiaccare le difese avversarie e perdere durante l’attacco il minor numero possibile di piloti e apparecchi.

Questo lungo preambolo – non me ne voglia il lettore – si è reso necessario per introdurlo alla modernità dei velivoli di 4° generazione (e 4°generazione + e ++, ndr) come gli F-15 Strike Eagle, il MiG-29 (nome in codice NATO: Fulcrum) o l’Eurofighter F-2000; ai fatidici velivoli di 5°generazione come l’F-22 Raptor, l’F-35 Lightning II, il Su-57 russo(nome in codice NATO: Felon) e il Chengdu J-20 cinese; e alle futuristiche piattaforme aeree di 6° generazione come il Tempest inglese e il futuro Next-Generation Air Dominance (NGAD) che gli Stati Uniti stanno sviluppando in gran segreto. Una piattaforma che, insieme al bombardiere stealth di nuova generazione B-21 Raider, potrebbe scalzare dal primato di aerei più sofisticati e costosi della storia i caccia da supremazia aerea F-22 e bombardieri B-2 Spirit: gli unici velivoli che gli Stati Uniti non hanno mai venduto o condiviso con altre potenze.

Queste nuove piattaforme mirano ad integrare le più innovative tecnologie sviluppate dal Pentagono e dalle divisioni di ricerca e sviluppo delle maggiori potenze europee, e comprendono tra le altre la possibilità di guidare in battaglia i famigerati “sciami di droni“. Oltre a poter intercettare missili intercontinentali comunicando attraverso il loro sofisticatissimi appartati di sensori con satelliti, senza venir meno alle caratteristiche di ogni caccia da superiorità aerea: velocità, robustezza, una firma radar ridotta la minimo per non essere intercettato nelle sue missioni nello spazio aereo nemico, e una potenza di fuoco letale suddivisa tra i vari armamenti convenzionali di nuova generazione.

I droni “gregari” e la guerra delle macchine

L’arrivo sul campo di battaglia dei droni armati come i Reaper e Predator (e tutti i derivati esteri) ha introdotto nella guerra aerea un nuovo modo di combattere limitando al massimo il rischio di perdere un aereo da combattimento dietro le linee nemiche. Questa nuova strategia – di cui il Pentagono è stato pioniere e affezionato utilizzatore nel corso di tutti i conflitti che hanno riguardato il teatro del Medio Oriente – è sempre stata resa efficace dalla disparità tecnologica delle forze schierate in campo. L’invio di un UAV (acronimo di Unmanned Aerial Vehicle o velivolo a pilotaggio remoto se si preferisce) con missili anticarro Hellfire ha sempre rappresentato infatti un vantaggio per una potenza che da 10mila chilometri poteva centrare con precisione millimetrica un deposito, un bunker, o una sola tenda con pochi terroristi con una precisione millimetrica e con un dispendio di denaro relativamente inferiore a quello che avrebbe dovuto sacrificare facendo decollare un F/A-18 Hornet da una portaerei che incrocia nel Golfo Persico o in quello di Aden, per esempio. Questo senza esporre il pilota, il vettore di lancio e un’ipotetica squadra di incursori preposta ad illuminare il bersaglio “sul campo”, ad alcun rischio. Ma cosa accadrebbe nel caso non si trattasse di una guerra asimmetrica e le forze in campo fossero provviste e padroneggiassero la stessa tecnologia?

Per questa evenienza il Pentagono si starebbe preparando a schierare in prima linea droni da combattimento dotati di intelligenza artificiale come i Valkyrie: droni di ultima generazione che fungeranno da “fedeli gregari” di piattaforme da combattimento con equipaggio umano come i suddetti caccia di 5° e 6° generazioni. Ad esempio gli F-35. Allo stesso modo il Cremlino avrebbe annunciato lo sviluppo (le notizie di ulteriori test sono di queste settimane, ndr) di un drone da combattimento analogo, il Su-70 Okhotnik, che dovrebbe accompagnare in combattimento il caccia di ultima generazione Su-57.

Questi due UCAV (acronimo di Unmanned combat aerial vehicle) potrebbero diventare il futuro del combattimento aereo come potrebbero diventarlo gli “sciami di droni” che dovrebbero accompagnare il caccia multiruolo BAE Systems Tempest. Ciò incentrerebbe il futuro della guerra aerea sul concetto della “sacrificabilità”: ossia l’impiego di poche o molte unità a pilotaggio remoto che limitino la minaccia per l’unità “leader” dove si troverebbe un solo unico e altamente qualificato pilota umano.

In questo modo le incursioni nello spazio aereo nemico del futuro finirebbero per contemplare una “combinazione di caccia multiruolo provvisti di tecnologia stealth, accompagnatati da questi fedeli gregari autonomi che saranno capaci di aprirgli la strada e allo stesso tempo di coprir loro le spalle” da missili e caccia avversari. Seguirebbe poi lo strike di bombardieri strategici stealth che lancerebbero le loro munizioni intelligenti o i loro missili da crociera ipersonici.

Secondo le informazioni diramate dai diversi dipartimenti della Difesa, i nuovi droni da combattimento dovrebbero essere in grado di ingaggiare e abbattere jet nemici, compiere manovre evasive e di supporto in combattimento aereo, ma sopratutto sarebbero votati ad interferire con qualsiasi tipo di minaccia mentre l’unità principale è impegnata a portare l’attacco al suo target. Questo riguarderebbe soprattuto azioni di soppressione della rete di difesa antiaerea nemica, in modo da spianare la strada all’unità leader con equipaggio umano.

Una considerazione sul presente in vista del futuro “prossimo”

Lo straordinario “balzo in avanti” nel campo della aviazione militare, che è sempre stata motivata dalla necessità di contrastare la tecnologia degli avversari ipotetici per garantisti la supremazia tecnologica che avrebbe portato – nel caso di conflitto – all’indispensabile supremazia aerea, sembra aver rallentato negli ultimi 20/30 anni; tanto da lasciare in linea di combattimento velivoli sviluppati negli anni ’70, o addirittura aver spinto a prediligere – come nel caso degli F-15X – vecchie piattaforme nei loro più moderni aggiornamenti alle nuove. Il conflitto aereo nel teatro ucraino, ma non meno quelli combattuti nel Siraq, o quelli che vedono come protagonista la Forza aerea israeliana hanno spesso dimostrato – e continuano a dimostrare – non solo come alcuni velivoli siano stati “sopravvalutati” sulla carta, pensiamo ai Sukhoi russi che vengono abbattuti dagli ucraini, ma come alcune velivoli ben rodati continuano ad essere sempre e comunque preferiti quando bisogna combattere davvero.

Dagli aerei da attacco al suolo A-10 Thunderbolt (entrati in servizio nel 1977), ai caccia multiruolo F-16 Fighting Falcon (entrati in servizio nel 1978), agli immortali bombardieri B-52 (entrati in servizio del 1952) – rappresentante dal Mediterraneo all’Indopacifico (con lo sguardo rivolto al pericolo Taiwan e alla tensioni del Mar Cinese), della vecchia “proiezione” di potenza di un colosso armato e iper-tecnologico come gli Stati Uniti – le grandi potenze sembrano sempre prediligere i vecchi veterani ai nuovi prodigi della tecnologia. Lasciando sempre negli hangar (sebbene sia di questi giorni la notizia che Washington intende schierare in Polonia alcuni) gli F-22, come i Su-57 che il Cremlino ha scelto di non schierare in Ucraina pur non avendo ottenuto – in nessun modo – la supremazia aerea sulla piccola aeronautica di Kiev.

Su queste basi, e contando impiego operativo ridotto dell’F-35, relegato come il Su-57 a missioni in conflitti asimmetrici – forse per timore di vederli persi in battaglia con il rischio di essere recuperati, rivelando segreti tecnici, o non rivelando alcun segreto – il vero quesito che rimane che forse resterà privo di risposta, spinge a domandarsi se ciò che le potenze militari vogliono mostrare di aver ottenuto (o promettono di ottenere) nel campo della tecnologia aeronautica, sia alla portata della realtà, e se rappresenti davvero un’opzione davvero praticabile in battaglia, o se si tratta solo di una distante ipotesi utile alla propaganda. Per adesso i fedeli gregari con intelligenza artificiale, gli sciami, e i loro leader di quinta generazione, rimangono negli hangar o sono in via di progettazione in vista di una minaccia futura, che, come sempre nelle nostre conclusioni, nessuno si augura.

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