La guerra in Libia ha adesso ufficialmente un altro fronte: quello di Misurata. Nella giornata di lunedì, come scritto in questa testata, il generale Khalifa Haftar ha conquistato la strategica città di Sirte. Si tratta di una località ritenuta importante e vitale nell’economia del conflitto in Libia per tante ragioni. Da quelle simboliche, essendo Sirte la città natale di Muammar Gheddafi, a quello politiche e militari. Nonostante alcune ore di confusione, in cui sia da Tripoli che da Bengasi hanno rivendicato la ripresa della località costiera, oramai è assodato il fatto che Sirte sia in mano all’esercito guidato dall’uomo forte della Cirenaica. E questo ha aperto anche la prospettiva di vedere Misurata coinvolto appieno negli scontri. Una prospettiva che riguarda ancor più da vicino l’Italia: in questa città Stato libica infatti, dal 2016 abbiamo un contingente militare composto da 300 uomini.

I rischi per gli italiani stanziati a Misurata

La decisione di portare in Libia 300 militari è stata presa nell’estate del 2016, quando il governo Renzi ha dato il via libera alla missione denominata “Ippocrate“. L’obiettivo di questa operazione era inizialmente il supporto alle milizie di Misurata che in quei mesi lottavano, con il supporto aereo degli Usa, contro il califfato dell’Isis presente a Sirte. Ma i compiti dei nostri uomini non erano militari, il supporto è stato subito inquadrato all’interno dell’ambito dell’assistenza medica. In particolare, a Misurata è stato creato un ospedale militare in cui accogliere i feriti provenienti dalla battaglia di Sirte. La struttura è stata posta sotto la gestione dei militari italiani durante l’intera durata della missione Ippocrate ed anche dopo, quando dal gennaio 2018 l’operazione è stata integrata nell’ambito dei programmi di supporto dato al governo di Fayez Al Sarraj da parte di Roma.

Anche se proprio il premier libico ha lamentato, come giustificazione alla base del memorandum da lui firmato con la Turchia, uno scarso impegno italiano al suo fianco, in realtà l’Italia ha mantenuto 300 uomini esposti ai rischi del conflitto libico. Il contingente è infatti ancora a Misurata, città che potrebbe essere inghiottita dalla guerra. Qui infatti gli echi delle battaglie si sono spenti nel 2011, quando le milizie locali si sono misurate con le forze di Gheddafi dopo lo scoppio della guerra civile. Successivamente la città è sempre rimasta saldamente in mano ai gruppi misuratini, i quali hanno combattuto a Sirte contro l’Isis ed a Tripoli contro Haftar. Con la caduta della città natale di Gheddafi, le truppe del generale della Cirenaica puntano dritte verso Misurata.

Per cui l’Italia, ad oggi, mantiene in questo territorio 300 soldati che non hanno compiti precisi e che per giunta potrebbero avere non pochi problemi dall’avanzata del fronte da Sirte. La scelta che il governo italiano prima o poi dovrà prendere, non sarà in ogni caso a cuor leggero: se si deciderà di mandare via i soldati, politicamente vorrebbe significare togliere l’appoggio al premier Al Sarraj; se, al contrario, il contingente dovesse rimanere, i rischi per l’incolumità dei nostri uomini dovrebbero far riflettere e non poco.

Le missioni italiane a rischio

Nel bel mezzo del marasma che sta coinvolgendo il medio oriente, l’Italia vive l’atroce paradosso di essere marginale nei vari dossier ma, al tempo stesso, di avere propri uomini a rischiare la vita sui vari fronti. Misurata è solo un esempio. Ma la stessa situazione è possibile riscontrarla, come accaduto in queste ore, in Iraq. L’Italia, dopo gli Usa, rappresenta il paese con più soldati all’interno della coalizione internazionale anti Isis in Iraq. L’uccisione di Qasem Soleimani prima ed i raid iraniani poi, ben hanno dimostrato la delicatezza della situazione. Alcuni soldati italiani erano in una delle due basi colpite dai missili di Teheran, per fortuna messi già diverse ore prima al sicuro nei bunker e non ci sono stati problemi per la loro incolumità. Il ministero della difesa, così come fatto da molti altri paesi della Nato, ha intrapreso importanti misure di sicurezza che vanno dallo spostamento dei nostri uomini in basi più sicure all’interruzione delle operazioni di addestramento delle forze locali. Ma la preoccupazione resta comunque molto alta.

Un altro fronte a rischio, riguarda invece quello somalo: l’Italia è presente anche nel paese africano, nello scorso mese di settembre un attentato ha rischiato di ferire gravemente alcuni nostri soldati. In Somalia Al Shabaab sta alzando il tiro, anche contro alcune basi statunitensi della zona: il 30 settembre scorso alcuni miliziani dell’organizzazione jihadista, affiliata ad Al Qaeda, hanno attaccato una base Usa, domenica un altro tentativo del genere è stato provato in Kenya.

Tante missioni dunque, senza dimenticare i nostri militari impegnati in Afghanistan, in Libano, in Niger ed in altri paesi dalla difficile situazione. Tanti fronti e, al contempo, tante perplessità: l’Italia rischia i suoi uomini, è impegnata in molti scenari, senza che sotto il fronte politico ottenga qualcosa di rilievo. Una circostanza che dovrebbe far riflettere circa le dinamiche degli ultimi anni della nostra politica estera.