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Guerra

Da “assurdo” a “successo”: cosa rivela per Zelensky il summit Nato

Il summit di Vilnius mostra un Occidente compatto nel sostenere l'Ucraina. Ma Zelensky ha anche assaggiato le prime perplessità in campo Nato

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky esce dal summit della Nato di Vilnius con sensazioni apparentemente contrastanti.

Le premesse, date con ogni probabilità anche da una eccessiva fiducia verso l’Alleanza o da una precisa strategia politica, sembravano eccessive. Molti osservatori avevano già segnalato l’impossibilità da parte del blocco occidentale di fornire all’Ucraina l’invito ad aderire durante un conflitto di cui ancora restano indefiniti i confini temporali.

Una premessa fondamentale per far sì che la Nato inviti Kiev o dia una tempistica certa per il suo invito è l’assenza di una condizione di conflitto che trascinerebbe l’intero sistema in guerra. Joe Biden era stato chiarissimo prima del vertice di Vilnius. E la linea espressa dal comunicato della Nato non lascia spazio alle interpretazioni: nessun invito finché sarà in corso il conflitto con la Russia. Tuttavia, la schiettezza del comunicato aveva dato l’impressione di una Nato ben poco propensa a qualsiasi tipo di velocizzazione se non puramente formale. E a molti è sembrato ripetersi lo spettro di Bucarest 2008, quando gli alleati promisero l’invito all’Ucraina senza mai formalizzarlo. Sei anni dopo, l’occupazione della Crimea e la strisciante guerra del Donbass lo avrebbero poi reso del tutto inefficace.

Le due facce del summit

La mancanza di tempistiche certe, quella che dai media internazionali era chiamata la “timeline” e un invito formale, hanno provocato non poche perplessità da parte di Zelensky, mitigate solo nella seconda giornata del summit di Vilnius quando gli incontro con i leader dell’Alleanza e le garanzie di sicurezza concesse a Kiev (così come la promessa di ulteriori armi) hanno fatto sì che il presidente del Paese invaso cambiasse atteggiamento. Prima dell’arrivo nella capitale lituana, Zelensky aveva parlato di un comportamento “assurdo” da parte del blocco euroamericano, denunciando anche attraverso i propri canali social tutta la propria frustrazione per una Nato che non concedeva la fiducia che invece Kiev avrebbe meritato.

Nel secondo giorno, invece, il leader ucraino è apparso più accondiscendente, arrivando a definire alla stampa il vertice Vilnius come “un successo per l’Ucraina”. “Il risultato di oggi è una garanzia per l’Ucraina che va verso l’adesione alla Nato ed è una garanzia per la nostra sicurezza” ha detto a margine dell’incontro con i leader del G7.

Per Zelensky era essenziale mostrare fermezza e fiducia

Tutto risolto? In parte. Il nervosismo delle prime ore, infatti, è probabilmente dovuto a diversi fattori che in realtà, pur nella cornice distesa di Vilnius, non sono rimasti esclusi dal summit. Per Zelensky, è essenziale mantenere solida la propria leadership all’interno del governo, e sa che la sua forze deriva anche dalla capacità di avere convinto gli apparati interni e l’opinione pubblica con una guida ferma nel periodo più buio della storia recente dell’Ucraina.

Mostrarsi risoluto nei confronti della Nato è servito per non mostrarsi debole rispetto a un’Alleanza che si è palesata divisa e poco convinta dei benefici di un’Ucraina al suo interno. Inoltre, Zelensky è consapevole che come leader di un Paese in guerra, il sostegno degli alleati attraverso gli aiuti militari dipende dai risultati sul campo di battaglia. Il presidente ucraino lo ha detto anche al vertice Nato, ribadendo quindi quel grande tema dei risultati della controffensiva che da più parti in Occidente vengono letti come al di sotto delle aspettative.

Un elemento, questo, che pesa sugli accordi con i partner atlantici, indecisi tra un impegno maggiore per fornire a Kiev la forza necessaria a spingere sull’acceleratore e i dubbi riguardo un conflitto che rischia di terminare sostanzialmente con un congelamento. Ipotesi che Zelensky considera uno scenario inaccettabile.

La stoccata inaspettata di Wallace

Le frizioni sono diventate plateali soprattutto quando hanno coinvolto uno dei ministri più attivi nel sostegno a Kiev dall’inizio della guerra: Ben Wallace. Il vertice della Difesa britannica, pur con toni molto pacati e amichevoli, ha suggerito ai funzionari ucraini di mostrarsi meno rigidi nei confronti dell’Occidente, dove la gente “vorrebbe vedere gratitudine” per l’aiuto, e di non sottovalutare la cessione di armi trattando gli alleati “alla stregua di Amazon”.

Le parole, giunte da quello che è ritenuto uno dei più ferrei sostenitori della linea dura antirussa, hanno provocato un piccolo ma significativo terremoto. Al punto che lo stesso primo ministro Rishi Sunak ha dovuto sottolineare che “il presidente Zelensky ha ripetutamente espresso la sua gratitudine a me, al popolo britannico e anche ad altri alleati”. Per Londra la questione sembra chiusa. Ma la stoccata di Wallace tradisce forse più di un dubbio.

I missili come vera contropartita?

Nel frattempo, Zelensky, forse consapevole in cuor suo dell’assenza di tempistiche certe alla vigilia del summit, ne esce con due annunci sul piano militare che possono essere considerati una forma di compensazione bellica del mancato invito. Emmanuel Macron ha detto che la Francia ha iniziato a fornire i missili a lungo raggio Scalp alle forze ucraine, mentre dalla Casa Bianca hanno confermato le indiscrezioni riguardo la possibilità di inviare a Kiev i missili Atacms. Il presidente ucraino ha poi rivelato che il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha garantito un ulteriore invio di Patriot e missili. L’Occidente quindi non arretra nel supporto militare sia in chiave difensiva che per aumentare la pressione sulla prima linea russa. Ma è chiaro che l’orizzonte temporale per l’Ucraina si restringe. E questo è probabilmente il vero grande nodo da sciogliere per il presidente Zelensky: i risultati sul campo devono arrivare prima che possibili cambi della guardia a Washington e mancate condizioni per le forniture belliche provochino la riduzione del supporto occidentale.

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