Le Forze democratiche siriane (Sdf) – un’alleanza di milizie curde – hanno iniziato il proprio ritiro dalle roccaforti nel nord-est della Siria, demolendo le postazioni militari sotto il loro controllo.

“Il 22 agosto” – si legge in un tweet del Central Command (Centcom), il comando interforze statunitense responsabile di Medio Oriente e dell’area Afghanistan-Pakistan  – “a 24 ore dalla telefonata tra il segretario della Difesa degli Stati Uniti d’America e il ministro della Difesa turco, le Forze democratiche siriane hanno distrutto le loro postazioni, dimostrando di voler contribuire all’applicazione del meccanismo di sicurezza”.

Il colloquio telefonico indicato nella nota del Centcom è avvenuto pochi giorni prima (20 agosto) tra il ministro della Difesa turco, Hukusi Akar, e il suo omologo americano, Mark Esper. Un dialogo cruciale, in cui le due parti hanno stabilito l’avvio, a partire dal giorno successivo, della prima fase di un piano mirato alla creazione di una “zona sicura” nel nord della Siria.

L’accordo tra Ankara e Washington

Il piano, concordato il 7 agosto da Ankara e Washington, prevede la creazione di una zona cuscinetto nella Siria settentrionale, che trasformerebbe il c.d. “corridoio del terrore” – come è stato più volte definito dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan – in un “corridoio di pace” per il transito degli sfollati siriani desiderosi di tornare in patria. Il compito di coordinare le operazioni all’interno della zona di sicurezza sarebbe affidato a un Centro operativo congiunto turco-statunitense.

Numerosi aspetti inerenti la gestione dell’area – tra cui il controllo e il coordinamento dello spazio aereo – sarebbero già stati fissati, mentre meno chiare appaiono le fasi successive del piano, delle quali dovrebbe discutere nei prossimi giorni un comitato militare congiunto.

Rimarrebbero infatti incerti alcuni punti fondamentali dell’accordo, in particolare l’ampiezza della zona sicura; creata all’interno del territorio siriano, al confine con la Turchia, l’area dovrebbe estendersi per 30-40 chilometri, secondo il governo di Ankara; Washington invece propenderebbe per la limitazione della zona a 10 chilometri.

La mano della Turchia sulla Siria

L’accordo – il cui raggiungimento è stato ritardato per discrepanze sull’estensione dell’area e sulla responsabilità della sua gestione – sembra aver evitato un intervento militare della Turchia all’interno del territorio siriano.

All’inizio di agosto, infatti, Erdogan aveva minacciato l’avvio di un’operazione militare in Siria, mirata a “eliminare” l’Unità di protezione popolare (Ypg), le milizie curde siriane considerate da Ankara un’estensione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) e per questo ritenute illegali.

Da almeno un anno il leader turco ventilava l’ipotesi di un’azione militare nel nord della Siria, tuttavia, proprio la situazione del Paese mediorientale – con particolare riferimento alla guerra di Idlib – e i rinforzi recentemente mandati da Ankara nel territorio curdo siriano avevano fatto temere un rapido concretizzarsi delle minacce.

Con il nuovo accordo, la Turchia si tutela ai suoi confini, impedendo la nascita di uno Stato curdo; Ankara mira infatti a controllare completamente il confine con la Siria, consolidando la sua presenza nel distretto di Afrin e spingendosi fino a Manbij, attraverso la città di Tel Rifaat. L’azione militare sarebbe stata – nell’ottica di Ankara – il completamento dell’operazione “Ramoscello d’Ulivo”, che, nel marzo 2018, aveva portato alla conquista di Afrin, sottraendola in sostanza al controllo curdo.

Nuovi equilibri in Siria

Il governo siriano ha accolto con rabbia la notizia dell’accordo tra Turchia e Stati Uniti, definendolo un “attacco evidente” alla sovranità della Siria. La creazione di una zona cuscinetto nel nord del Paese, infatti, potrebbe precluderne il ritorno sotto il controllo del governo siriano

Dalle parole ai fatti: il 19 agosto, le truppe governative hanno ripreso il pieno controllo di Khan Sheikhoun, roccaforte dei ribelli nel governatorato di Idlib. Lo stesso giorno, entrando nella città, l’esercito siriano ha colpito un convoglio turco.

La mossa, oltre a costituire un passo fondamentale nell’avanzata di Damasco, ha messo sotto scacco anche una delle 12 postazioni di controllo della Turchia all’interno del territorio siriano, quella di Morek. Un chiaro avvertimento nei confronti di Ankara il cui accordo con Washington potrebbe nuovamente stravolgere gli equilibri del Paese martoriato da 8 anni di guerra civile.

Nel rimescolamento degli ultimi giorni, rimane l’incognita russa. Una rinnovata partnership tra Ankara e Washington potrebbe non essere stata accolta favorevolmente da Mosca, che, accusando la Turchia di doppiogiochismo, potrebbe decidere di passare alle maniere forti.

E la conquista di Khan Sheikhoun – compiuta dai siriani, ma con il supporto russo – sembrerebbe puntare proprio a questo: costringere la Turchia a fare un passo indietro, accettando la Siria come arbitro del proprio territorio.