Da una parte Donald Trump punisce la Turchia con le sanzioni e minaccia di inasprire l’assedio economico contro Ankara. Dall’altro lato, i due Paesi proseguono la loro stretta collaborazione militare e d’intelligence, in particolare per quanto riguarda l’Iraq e la Siria. Un gioco strano in cui però sembra che la vittima prescelta sia sempre la stessa: i curdi.
Secondo le informazioni ricevute dalla testata Middle East Eye, proprio mentre Trump tuonava contro Recep Tayyip Erdogan, Il Pentagono metteva mano alle informazioni ottenute dall’intelligence per offrire alla Turchia la testa di uno dei più importanti capi militari curdi: Ismail Ozden.
Il leader curdo è stato ucciso il 15 agosto durante un bombardamento dell’aviazione turca contro le Sinjar Resistance Units (Ybs), milizia yazida che opera insieme al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)e che sia Ankara che Washington considerano un’organizzazione terroristica. Non appena il Pentagono ha fornito le informazioni richieste dai turchi, gli aerei di Ankara si sono alzati involo, colpendo direttamente l’automobile su cui viaggiava Ozden. Due raid chirurgici che hanno dimostrato l’assoluta precisione delle notizie offerte dagli Stati Uniti. L’attacco è avvenuto al confine con la Siria.
Il Pentagono non ha negato il resoconto del diplomatico turco che ha parlato, in forma anonima, a Middle East Eye. Segno che la notizia è stata anche volutamente lasciata trapelare da parte degli organi militari americani per inviare un segnale non solo ai turchi, ma anche ai curdi.
Come ha detto Eric Pahon, uno dei portavoce del Pentagono, al sito che si occupa di Medio Oriente: “Appoggiamo gli sforzi della Turchia contro il Pkk in una molti modi, riconosciamo la reale minaccia che il Pkk pone alla sicurezza della Turchia”. Un’affermazione tesa a ribadire gli stretti legami di Washington con Ankara in un o dei periodi più convulsi delle relazioni fra i due Paesi.
Ed è interessante il fatto che il Pentagono abbia voluto ribadire i forti legami di cooperazione che uniscono gli Stati Uniti e la Turchia, quasi a voler ribadire la differenza tra la strategia militare americana e la politica di Donald Trump. In effetti, l’impressione che si ha dagli ultimi eventi che vedono coinvolti i due Paesi è quella che militari e politici abbiano in realtà agende molto distanti tra loro.
Mentre Trump ed Erdogan si sfidano a colpi di minacce, tweet e sanzioni, e devono tenere contro del loro elettorato più profondo (Trump quello evangelico per via dell’affare Brunson ed Erdogan quello più nazionalista), gli apparati militari e di intelligence hanno altre necessità.
Lo dimostra lo scambio di informazioni classificate riguardo a Ozden, ma lo dimostrano anche i pattugliamenti congiunti nei pressi di Manbij, in pieno Kurdistan siriano. Le forze armate turche sono storicamente legate alla Nato e agli Stati Uniti, e nonostante le purghe imposte da Erdogan dopo il fallito golpe, l’ossatura della strategia turca resta profondamente ancorata ai rapporti con Washington. E del resto, l’appartenenza all’Alleanza atlantica, per i turchi, è ancora una necessità. L’idea è che i problemi politici non intacchino i legami militari.
Del resto lo stesso David Satterfield, l’esponente di spicco del Dipartimento di Stato per il Medio Oriente e probabile prossimo ambasciatore degli Stati Uniti ad Ankara, ha detto che il conflitto tra Turchia e Stati Uniti non ha influenzato l’accordo di Manbij. Una conferma ulteriore di come politica e strategia viaggino, almeno apparentemente, su binari ben diversi. “Il procedimento sulla roadmap di Manbij da parte di tutte le parti coinvolte è stato fluido ed estremamente incoraggiante, non ci sono state conseguenze o impatto dalle altre questioni bilaterali in gioco”.
La questione dei rapporti con la Turchia non è secondaria per il Pentagono. Erdogan si è dimostrato un abile scommettitore in tutto il conflitto siriano e una vera e propria mina vagante in grado di cambiare schieramento a seconda delle situazioni contingenti. In questi anni, nessuno è riuscito a fare a meno dell’appoggio turco. Non può farlo Vladimir Putin, che ha bisogno dei turchi per risolvere definitivamente la guerra in Siria da Idlib al Rojava.
E non può farlo Trump, che si ritrova un alleato scomodo, assolutamente inaffidabile, ma comunque sotto il controllo della Nato. Il Pentagono è d’accordo nel mantenere con Ankara i tradizionali legami: ma quanto peseranno le sirene che incidono sulla politica della Casa Bianca? L’elettorato e i partner mediorientali (Israele e Arabia Saudita) saranno fondamentali.